Marco Santagata.
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DANTE. Il romanzo della sua vita.
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Parte 2.
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2012. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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In missione a Verona.
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Alla grande adunata bolognese del 18 giugno 1303, alla quale partecipano ben 131 Bianchi con il loro Consiglio quasi al completo, Dante non  presente. Probabilmente era gi partito in missione diplomatica alla volta di Verona. Di un incarico diplomatico presso gli Scaligeri parla, per lappunto, lo storico forlivese del Quattrocento Biondo Flavio.
I ghibellini della Scala erano diventati signori di Verona (senza ottenere, peraltro, lereditariet automatica) con Alberto nel 1277. Proprio per aggirare lostacolo della mancata ereditariet della funzione signorile, questi aveva associato al potere il primogenito Bartolomeo, diventato unico signore dal settembre 1301 alla morte (7 marzo 1304). Gli succedette il fratello Alboino, vissuto fino al 1311, ma che dal 1308 aveva associato il fratello minore Cangrande. Dante, dunque, si era recato alla corte di Bartolomeo. Quando nel Paradiso scriver di aver trovato rifugio nella cortesia del gran Lombardo / che n su la scala porta il santo uccello,5 cio laquila imperiale, identificher esattamente proprio Bartolomeo, il quale, avendo sposato Costanza, pronipote dellimperatore Federico secondo, si fregiava, allora unico nella sua famiglia, di uno stemma che esibiva unaquila sul quarto piolo di una scala. Invece le altre informazioni contenute nel canto non corrispondono affatto alla realt di quel primo soggiorno veronese. Cacciaguida (profetizzando) dir che lospitalit generosa (cortese) di quel grande per Dante sar lo primo  rifugio e l primo ostello:6 ma intorno alla met del 1303 Dante non stava cercando n rifugio n ospitalit (sar nel 1316 che ritorner a Verona come ospite e rifugiato). In quellanno era saldamente inserito nel governo bianco in esilio, e proprio per suo incarico si era spinto in quella citt con la missione di indurre Bartolomeo a aderire allalleanza antifiorentina da poco stipulata tra i Bianchi, Bologna e le citt romagnole. A quanto sappiamo, Bartolomeo non si lasci convincere. Eppure Dante, che avrebbe potuto sbrigarsi in fretta dellincombenza assegnatagli, si trattenne presso gli Scaligeri per circa una decina di mesi. 
Cacciaguida pronuncer anche un grande elogio della liberalit di Bartolomeo, la cui generosit nei confronti di Dante si manifester in una sorta di gara nella quale i suoi doni riusciranno sempre ad anticipare le richieste del protetto. E anche questa ha tutta laria di essere unaltra mistificazione del Dante filoscaligero del secondo soggiorno veronese. Una serie di indizi, infatti, suggerisce che la realt del primo soggiorno sia stata diversa. 
Nel Convivio, per confutare la tesi che nobile significhi essere da molti nominato e conosciuto, Dante afferma che, se la tesi fosse vera, allora sarebbero vere anche le affermazioni che Bartolomeo da Parma, detto lAsdente, un calzolaio illetterato famoso perch prevedeva il futuro, sarebbe il pi nobile dei suoi concittadini e che Albuino della Scala sarebbe pi nobile che Guido da Castello di Reggio.7 Sostenere che il signore della potente citt di Verona, e per questa sua carica a tutti ben noto, in termini di nobilt non poteva competere con un personaggio di Reggio Emilia, oscuro, s, ma da ritenersi uno degli ultimi testimoni dei valori dellantica et, era un giudizio non poco limitativo.  probabile che esso sia da collegare a esperienze negative del primo soggiorno veronese. 
Oltraggioso e sprezzante  il trattamento riservato ad Alberto della Scala, padre di Bartolomeo, Alboino e Cangrande. Un sedicente abate in San Zeno a Verona / sotto lo mperio del buon Barbarossa,8 preannunciandone la morte imminente (settembre 1301) e la condanna allInferno, lo accusa di avere imposto, contro il diritto canonico, come abate di San Zeno un figlio illegittimo (Giuseppe) e, per di pi, mal del corpo intero, / e de la mente peggio, e che mal nacque,9 cio bastardo, storpio e moralmente, se non mentalmente, insano. E ci per avidit, per poter controllare le ingenti propriet di quellabbazia. Si potrebbe insultare cos pesantemente il padre dei propri protettori se questi non avessero dato motivo per farlo? Non sar che lospitalit scaligera in quella prima occasione si rivel assai meno cortese di quanto Dante vorr fra credere un dozzina danni dopo? Ma se  cos, per quale motivo Dante, invece di rientrare a Forl o ad Arezzo, si  trattenuto per tanto tempo presso quella corte? 
Il fascino irresistibile di una biblioteca
Il poeta senese Cecco Angiolieri risponde per le rime, in senso letterale e metaforico, a un sonetto perduto nel quale Dante lo attaccava duramente. Proposta di Dante e risposta di Cecco (Dante Alleghier, si so buon begolardo) risalgono al periodo del soggiorno a Verona: sio so fatto romano, e tu lombardo, scrive infatti Cecco, e sappiamo che i veronesi erano considerati lombardi. Ribattendo a una a una le accuse ricevute, Cecco dice a Dante: se io sono un fanfarone, tu non sei diverso da me, tanto  vero che i nostri comportamenti sono del tutto identici: io, come tu dici, pranzo alla tavola altrui, ma tu a quella tavola sei un habitu; io cerco di accaparrarmi i migliori bocconi, ma tu miri al lardo, alla parte pi buona; io cerco di cavarne il massimo profitto, e tu ancora di pi. Smettiamo, dunque, di rinfacciarci le nostre azioni: se siamo ridotti cos,  a causa della sventura o della nostra mancanza di saggezza. Dal discorso di Angiolieri sembrerebbe di capire che entrambi sono al servizio o alle dipendenze di qualcuno (Cecco forse a Roma, Dante a Verona) e pertanto che Dante non pu darsi arie di superiorit e impartire lezioni di vita: lui pure si arrangia cercando di cavare il meglio che pu da una condizione di cliente-parassita. Nella disputa, per, interviene un terzo rimatore, il pistoiese Guelfo Taviani (noto per aver corrisposto in rima con il concittadino Cino). Questi, rivolgendosi a Cecco (Cecco Angelier, tu mi pari un musardo), prende le difese di Dante: Cecco non pu attaccar briga con un grande filosofo dimenticando che i filosofi disprezzano le ricchezze ed esercitano il loro ingegno non per procacciarsi vantaggi materiali ma solamente per accrescere il loro sapere. Una posizione ingenua questa, e tuttavia, una volta tanto, la semplicit di un sincero ammiratore sembra aver colpito nel segno molto pi del cinismo scafato di Angiolieri.  probabile, infatti, che sia stato proprio lamore per la scienza a trattenere Dante in quella citt lombarda nella quale riceveva poche gratificazioni.
Dal giorno in cui si  allontanato da Firenze, Dante ha dovuto interrompere gli studi. Deve essere stato un sacrificio doloroso per uno che, da pi di dieci anni, si era dedicato quasi a tempo pieno alla filosofia e alla letteratura. Tra i castelli tosco-romagnoli o nelle cittadine pedemontane della Romagna non cerano biblioteche in grado di soddisfare le sue esigenze di studio, e lui non poteva certo permettersi di possedere libri. 
A Verona Dante scopre una delle pi straordinarie biblioteche allora esistenti in Europa, la Capitolare, cio la biblioteca che si era formata a opera del Capitolo dei canonici della cattedrale fin dal quinto-sesto secolo. Il suo deposito librario, ricchissimo di testi classici, dalla met del Duecento ha gi cominciato a dare un forte impulso alla scoperta degli scrittori antichi, e ancor pi lo far nellet di Petrarca. Dante vi avr trovato libri ignoti a Firenze e nella stessa Bologna, e possiamo immaginare che si sia immerso nella loro lettura. Nel De vulgari eloquentia  la cui scrittura non  molto posteriore al primo soggiorno veronese, e il cui inizio alcuni collocano addirittura durante quel soggiorno  elenca una serie di scrittori latini (Livio, Plinio, non si sa se il Giovane o il Vecchio, Frontino e Orosio), tutti, meno lultimo, pochissimo conosciuti al suo tempo, che a suo dire hanno partorito prose altissime, e allude a molti altri che una sollecitudine amica lo invita a leggere. Ebbene, i libri di questi autori sono per lappunto presenti nella Capitolare veronese, e non  da escludere, pertanto, che lamico che si preoccupa di indirizzare le sue letture sia una persona legata a quella biblioteca, e l conosciuta, che seguita a consigliare Dante (per via epistolare?) anche dopo che questi si era allontanato da Verona. 
Uno dei tratti pi tipici della personalit di Dante, che lo qualifica come intellettuale nel senso moderno della parola,  il suo incessante riflettere su quanto sta facendo, sia come autore sia come uomo. Egli trova le principali motivazioni del suo scrivere in ci che lui stesso ha visto, provato, detto in prima persona; e perci si appoggia allhic et nunc, agli accadimenti immediati, alla cronaca pubblica e privata. Si aggiunga che altra sua caratteristica  quella di collocare i dati dellesperienza in un quadro teorico o concettuale che li spieghi, e quindi di salire a livelli di generalizzazione pi alti. Avendo presenti questi aspetti del suo modo di concepire letteratura e lavoro intellettuale, riesce difficile pensare che gli studi veronesi fossero fini a s stessi, dettati semplicemente dallamore per la scienza.  pi credibile che egli avesse maturato o stesse maturando un progetto, e che gli studi fossero per lappunto mirati alla sua realizzazione. Un progetto che partiva da una riflessione su quanto aveva visto e sperimentato da quando era diventato un esule in guerra contro la sua citt. Dante avr riflettuto sullo strano gioco delle parti di quella guerra, finanziata e politicamente diretta da banchieri e condotta sul campo da feudatari locali e uomini darme destrazione nobiliare; sul fatto che, mentre i primi non ne ricavavano vantaggi apprezzabili, i secondi potevano regolare vecchi conti in sospeso con Firenze, compiere vendette attese da tempo, lucrare ingenti guadagni passando con disinvoltura da una parte allaltra. E ci lo avr anche portato a riflettere sia sulla inguaribile cecit di una classe borghese che pensava di poter condurre ogni cosa attraverso il potere della ricchezza sia sullassenza di ideali di una classe nobiliare e feudale priva di un suo peculiare progetto politico e messasi di fatto al soldo dei suoi nemici comunali. Insomma, avr cominciato a meditare sul ruolo dei nobili, su come riscattarne la decadenza e su come riportarli a essere il fulcro di una societ ordinata e governata da valori che non fossero solo quelli economici. Nasce da qui il germe del Convivio, e non  neppure inverosimile lidea che egli abbia cominciato a scriverlo proprio nei mesi trascorsi a Verona. Dal suo punto di vista di intellettuale era un modo per continuare la lotta, addirittura con obiettivi pi ambiziosi; il che non esclude che, dal punto di vista pratico, fosse anche un modo per defilarsi. Insomma, stanchezza e insoddisfazione non dovevano essere del tutto estranee alla decisione di prolungare il soggiorno in quella citt.
Viaggi tra le citt venete
Nel primo libro del De vulgari eloquentia (opera sicuramente ascrivibile alla seconda met del 1304) Dante d prova di possedere una notevole conoscenza dei dialetti veneti, tanto da segnalare precise e corrette particolarit fonetiche del padovano, del trevigiano e del veneziano. In anni solo di poco pi tardi, dal Convivio allInferno, mostrer anche una grande conoscenza dei luoghi: designer Treviso nominando i fiumi Sile e Cagnano (oggi Botteniga), che in quella citt confluiscono; descriver gli argini che i padovani erigono lungo il Brenta prima che il disgelo gonfi i fiumi di acque alpine, la ruina che si  abbattuta a sud di Trento (a non molta distanza da Verona) sulla riva sinistra dellAdige, il lavoro febbrile degli operai nellarsenale dei veneziani. Competenza linguistica e conoscenza dei luoghi presuppongono unesperienza diretta, che Dante pu aver fatto durante la permanenza a Verona. 
Per non possiamo immaginarci un Dante che viaggia a suo piacimento per le citt venete mosso non si sa da quali interessi o curiosit. E questo per almeno due buone ragioni. 
In primo luogo, perch Dante era uno sbandito condannato a morte, e ci significava che non godeva pi della protezione di Firenze e, pertanto, chiunque poteva legittimamente e quindi impunemente sopprimerlo. Uno sbandito viveva in costante pericolo di morte: ogni suo spostamento doveva essere attentamente ponderato e, nei limiti del possibile, effettuato sotto la protezione di amici. Nel pieno della guerra in corso, uno sbandito bianco come lui avrebbe potuto recarsi alla corte trevigiana di Gherardo e Rizzardo da Camino, notoriamente legati a filo doppio ai Neri e in particolare agli Este di Ferrara, tra i pi acerrimi avversari dei Bianchi? Eppure possiamo ipotizzare che Dante lo abbia fatto e addirittura, come testimoniano gli elogi che non molti anni dopo riserver ai Caminesi, che sia stato ricevuto con una cortesia maggiore di quella che gli mostravano gli Scaligeri. In secondo luogo, non possiamo immaginare un Dante turista per banali ma assai concrete ragioni economiche. Siccome non era rientrato dalla missione a Verona,  probabile che lUniversit avesse smesso di sovvenzionarlo facendogli venire meno la sua unica fonte di sostentamento. Con quali risorse avrebbe viaggiato tra Verona e Venezia? 
Queste considerazioni avvalorano lipotesi che Dante, in cambio dellospitalit e, forse, di qualche donativo, abbia compiuto, per lo meno saltuariamente, qualche servizio per gli Scaligeri. Se tra questi ci fosse stato un qualche incarico diplomatico, ecco spiegato come egli, munito di un salvacondotto, potesse muoversi liberamente nella regione.
Proprio nellestate del 1303 era nata una contesa tra Padova e Venezia per il controllo del traffico del sale di Chioggia, di cui la citt lagunare deteneva il monopolio. In quelloccasione Treviso e Verona si proposero come mediatrici. La faccenda andr avanti con rovesciamenti di fronti (Treviso si schierer con Venezia, e Verona con Padova) fino al 1306. Lipotesi di un Dante che per conto degli Scaligeri visita Treviso, Padova e Venezia in relazione alle trattative che si svolsero tra quelle citt non sarebbe dunque improponibile. Tanto pi che egli si mostra informato dei retroscena che condizionano i movimenti di Scaligeri e Caminesi nella vicenda. I signori di Treviso avevano finito per stare dalla parte di Venezia spinti soprattutto dal rancore nei confronti dei padovani, rancore dovuto al fatto che alcuni banchieri-usurai di quella citt, e segnatamente Reginaldo degli Scrovegni (il cui figlio Enrico  rimasto nella storia non perch banchiere, ma per aver edificato e fatto decorare da Giotto la cappella di famiglia), li tenevano in pugno per prestiti a loro concessi una ventina danni prima. 
Color di cener fatti son li Bianchi.
Fin dai primi mesi di pontificato Benedetto undicesimo invia chiari segnali di voler cambiare la politica del suo predecessore nei confronti della Romagna, del Montefeltro e della Toscana. Suo consigliere  un dotto confratello domenicano, Niccol da Prato, da lui elevato alla porpora cardinalizia poco dopo essere stato eletto al soglio pontificio. Il neocardinale avr un ruolo molto importante, a partire dal pontificato di Clemente quinto, nel fare di Avignone il centro culturale pi dinamico e innovativo dEuropa. Al momento lo circonda la fama di essere simpatizzante dei Ghibellini e amico dei Bianchi. Amicizia, questa, che avrebbe potuto essere imputata allo stesso papa, il quale estromette dalla gestione delle finanze della curia i tradizionali banchieri neri (in particolare Spini e Bardi) sostituendoli con i Cerchi bianchi. Benedetto decide di intervenire direttamente nella complicata questione fiorentina e il 31 gennaio 1304 nomina Niccol da Prato legato apostolico in Toscana, Romagna e nella Marca Trevigiana con il compito specifico di riportare la pace in Firenze. Il legato, tuttavia, far il suo ingresso in citt solamente un mese dopo, il 2 marzo. A ritardarne larrivo furono i violenti scontri che in quel periodo erano scoppiati allinterno dello schieramento nero. 
Una costante della storia fiorentina dellet comunale  che i vincitori politici, una volta eliminati gli avversari, si dividano in fazioni contrapposte e che il nuovo antagonismo, proprio come quello precedente, sfoci nella lotta armata. I Neri non fanno eccezione. I due partiti in cui si schierano fanno capo a Corso Donati e a Rosso Della Tosa. Proprio nel febbraio di quellanno Donateschi e Tosinghi si scontrano armi alla mano in una vera battaglia combattuta per le strade della citt: ne seguono assassinii, saccheggi e incendi. Gli scontri si placano solo grazie allintermediazione dei lucchesi, che occupano militarmente, anche se per poco tempo, la citt. 
Il 2 marzo 1304 il cardinale legato fu accolto con grandi feste da una popolazione stanca di vivere in mezzo alle violenze; il 17 gli fu concessa la bala, cio la pienezza dei poteri. Riuscito nellintento di rappacificare le fazioni dei Neri, il cardinale cominci a mettere in esecuzione il progetto, ambizioso ma assai poco fondato, di riconciliare i Neri con i fuorusciti bianchi e ghibellini. Il suo piano prevedeva una vera e propria conferenza di pace, da tenere in Firenze, alla quale avrebbero dovuto partecipare rappresentanti di tutte le parti in causa, le quali furono raggiunte da lettere di invito o, meglio ancora, di convocazione. 
In realt, la trattativa fra il cardinale legato e le parti per arrivare allincontro di pace dovette essere piuttosto laboriosa. Lo si evince dallepistola, dettata da Dante, con la quale il capitano, che a quella data doveva essere Aghinolfo di Romena, il Consiglio e lUniversit dei Bianchi dichiarano  ottemperando alle richieste rivolte loro dallo stesso cardinale per lettera e, personalmente, da un suo inviato, uomo di santa religiosit, frate L. consigliere di urbanit e di pace  di desistere da ogni attacco e da ogni attivit di guerra e di sottomettersi alla decisione del cardinale con spontanea e sincera volont, come potr riferire il predetto frate L..10 Questo nunzio, che gode di una cos piena fiducia da parte del cardinale, va quasi sicuramente identificato con il frate domenicano Lapo da Prato, nominato predicatore generale nel 1303, e per tutta la vita stretto collaboratore di Niccol da Prato, di cui fu anche esecutore testamentario. Ebbene, lestensore dellepistola sente il dovere di chiedere scusa dellingiurioso ritardo e del fatto di essere venuti meno alla dovuta celerit nel rispondere, e invita lillustre destinatario a voler considerare, a scusante, quanti e quali pareri e punti di vista, riconosciuta la sincerit della nostra lega, siano necessari alla nostra Fraternit per procedere decorosamente; e dopo aver soppesato gli argomenti che affrontiamo.11 E cos, allimprovviso, si apre uno spiraglio attraverso il quale possiamo gettare uno sguardo sul funzionamento dellUniversit dei Bianchi e almeno intuire quanto lento e faticoso fosse un processo decisionale costellato di riunioni, pareri e confronti.
Finalmente a Firenze convergono dodici rappresentanti dei Ghibellini e dei Bianchi per trattare con dodici esponenti dei Neri. Tra i delegati bianchi figura (come segretario?) il notaio Petracco di Parenzo, che di l a poco sarebbe diventato padre di Francesco Petrarca. In citt si diffonde un clima di fiducia. Odi ormai quasi secolari sembrano svaniti dincanto. Lapo di Azzolino degli Uberti, bandito nel lontano 1283 e che adesso ritorna come membro della delegazione ghibellina, percorre le strade cittadine circondato dal rispetto dei fiorentini. Una popolazione stremata dai continui scontri desidera cancellare il ricordo delle violenze che nel mese di febbraio avevano insanguinato la citt.
La voglia di pace degli strati popolari aveva fatto breccia anche tra i magnati di parte nera. Di fronte al formarsi di unala favorevole alla trattativa, Corso Donati e Rosso Della Tosa si erano rapidamente riconciliati e messi alla testa dello schieramento contrario. Si rendevano conto che un accordo avrebbe comportato la cessione di qualche potere ai nemici sconfitti, e loro non intendevano per nessun motivo cedere alcunch. Pertanto cominciarono a intralciare sempre pi duramente loperato del cardinale, prima, per guadagnare tempo, convincendolo a recarsi a Prato per svolgere anche in quella citt unazione pacificatrice, e poi rendendo sempre pi teso e minaccioso il clima intorno ai delegati dei fuorusciti e alle famiglie cittadine che li sostenevano. La situazione si aggrav al punto che Niccol da Prato decise, per garantirne la sicurezza, di ospitare i delegati nel palazzo dei Mozzi dove lui stesso abitava. La misura per non fu sufficiente di fronte ai tumulti che i Neri scatenarono allinizio di giugno, tanto che l8 di quel mese Niccol dovette consigliare ai Bianchi e ai Ghibellini di lasciare Firenze. A quel punto i tumulti crebbero di intensit e si rivolsero contro le famiglie di tradizione bianca come i Cavalcanti e i Cerchi. Il 10 giugno fu lo stesso cardinale a fuggire da Firenze, contro la quale lanci linterdetto.
Quello stesso giorno, prima ancora che il cardinale lasciasse la citt, i Neri cominciarono ad appiccare il fuoco alle case dei Bianchi. Lincendio divor le abitazioni dei Caponsacchi, degli Abati, dei Sacchetti e poi si propag alle numerose propriet dei Cavalcanti. In breve tempo divamp nel centro della citt e, alimentato dal vento, distrusse una vasta area tra il Mercato Nuovo e lArno. In quel giorno bruciarono pi di 1400 tra case, palazzi, torri, botteghe e fondaci. Naturalmente ci furono molti morti e molti atti di sciacallaggio. A essere distrutto fu il centro produttivo di Firenze, perch in quei luoghi era quasi tutta la mercatantia, insomma, per dirla con Villani, arse tutto il midollo e tuorlo e cari luoghi della citt di Firenze. Per i Cavalcanti, le cui rendite provenivano dagli affitti di botteghe e case civili, fu un colpo gravissimo.
Di fronte a un simile disastro, forse ci aspetteremmo che scattasse una sorta di solidariet cittadina. Ma nella Firenze di quegli anni solidariet  una parola sconosciuta. Guido Orlandi  uomo politico nero della famiglia magnatizia dei Rustichelli del sesto di Porta San Piero e attardato rimatore spesso in polemica con Guido Cavalcanti  dopo lincendio comincia un sonetto che trasuda odio politico con le parole: Color di cener fatti son li Bianchi. 
I Neri hanno vinto la battaglia contro il cardinale legato, ma hanno anche sperimentato che il loro potere in citt pu essere messo in discussione e hanno capito quanto possa essere pericolosa una coalizione che gode dellaperto appoggio del papa. Perci rendono pi stretti i loro tradizionali rapporti con gli Angioini di Napoli e, riorganizzata la lega guelfa delle citt toscane, ne eleggono capo Roberto di Calabria, erede al trono di Carlo secondo.
I Bianchi hanno perso la battaglia, ma non la guerra. Il papa, sdegnato per laccaduto, convoca a Perugia i rappresentanti del Comune e delle famiglie che avevano partecipato agli scontri, e questi obbediscono. Sennonch, il 7 luglio Benedetto undicesimo muore improvvisamente. 
Per i Bianchi la situazione si fa critica. Dopo una discussione interna nella quale devono essersi confrontati pareri contrastanti, decidono di allestire in fretta unalleanza militare. Ottenuta ladesione di Pistoia, Bologna, Arezzo e Pisa, pensano, giustamente, che la mossa migliore sia accelerare i tempi e assalire Firenze prima che Roberto salga da Napoli con la sua cavalleria. In quel momento la citt  militarmente sguarnita. E cos il 19 luglio si accampano alla Lastra, a tre chilometri dalle mura di Firenze, sulla strada per Bologna. Hanno forze preponderanti, ma commettono un paio di errori gravissimi: non aspettano che tutte le forze alleate si siano congiunte per poi, a ranghi completi, sferrare un attacco su pi fronti, ma nemmeno sfruttano leffetto sorpresa. Il 20, in pieno giorno, i fuorusciti attaccano il lato nord, mentre i bolognesi, sopraggiunti, si attardano ad aspettare le truppe pisane e pistoiesi. Penetrano in citt e ingaggiano battaglia nel centro di Firenze, sulla piazza antistante il Battistero. Alla fine, per, gli attaccanti sono costretti a ripiegare: la loro ritirata fa credere ai bolognesi e ai pistoiesi che la partita sia persa e li convince a tornare indietro. Una facile vittoria si trasforma cos in una disfatta. 
Bianchi e Ghibellini continueranno a combattere ancora per anni, ma con la sconfitta della Lastra le loro prospettive di successo si restringono fin quasi a scomparire.
Ad Arezzo, il giorno della battaglia nasce Francesco Petrarca.
La dolorosa povertade
A met di febbraio 1304 Dante  ancora a Verona. Il 15 di quel mese assiste alla celebre corsa podistica, che si svolgeva ogni anno la prima domenica di quaresima, il cui vincitore era premiato con un drappo verde; se ne ricorder per descrivere quanto velocemente Brunetto Latini, nudo, si allontana sul sabbione ardente: Poi si rivolse, e parve di coloro / che corrono a Verona il drappo verde / per la campagna; e parve di costoro / quelli che vince, non colui che perde.12 Il 7 marzo muore Bartolomeo della Scala, e il potere passa al poco amato (da Dante) Alboino. Ma a indurlo a lasciare Verona e a ritornare presso i compagni dellUniversit deve essere stata la notizia che il cardinale Niccol da Prato era stato nominato paciere e che il 2 marzo aveva fatto il suo ingresso in Firenze. Di fronte a un fatto che dischiudeva concrete speranze di porre fine allesilio, Dante non poteva tenersi in disparte. Da Verona, forse gi ai primi di marzo, si trasferisce ad Arezzo, dove il capitano succeduto allOrdelaffi, Aghinolfo, aveva sicuramente collocato la propria base operativa, essendo venute meno le difficolt frapposte da Uguccione (che anzi, nel frattempo, si era schierato con la lega dei Bianchi e dei Ghibellini) e potendo contare sullappoggio del vescovo, suo fratello Ildebrandino (che dei Guidi di Romena era la vera mente politica). La lunga latitanza (ma  presumibile che avesse continuato a mantenere rapporti epistolari) non ha incrinato i legami di Dante con il gruppo dirigente, tanto  vero che  lui a comporre (ai primi di aprile?) limpegnativa epistola con la quale lUniversit notifica al legato di accettare tutte le sue condizioni. Non  detto che egli faccia sempre parte del Consiglio, ma  certo che  ancora lintellettuale di riferimento della lega dei fuorusciti. 
Sembra improbabile, invece, che egli continui a godere di qualche sussidio stabile. La sensazione, anzi,  che il Dante che ritorna ad Arezzo sia assillato da problemi economici. Lo si deduce da una epistola di condoglianze inviata (forse nellaprile, ma nessun documento consente di datarla) a Oberto e Guido di Aghinolfo di Romena per la morte dello zio Alessandro, del quale essi erano gli eredi. Possiamo immaginare che Dante si trovi ad Arezzo e che i funerali di Alessandro si siano svolti in uno dei castelli dei Guidi nel Casentino.
Lepistola si apre con un magniloquente panegirico dello scomparso, che Dante riconosceva come suo signore (dominus) e la cui memoria conserver finch avr vita. La perdita  stata grave, ma la pi alta aristocrazia toscana, che rifulgeva per un tanto uomo, gli amici e i sudditi, e lui stesso che, cacciato dalla patria e esule senza colpa, in lui trovava speranza possono per consolarsi al pensiero che chi in Toscana era conte palatino della corte romana (imperiale), ora si gloria, abitante della eterna reggia, nella Gerusalemme celeste con i principi dei beati.13 Nel seguito, per, lepistola cambia registro: Dante chiede scusa agli interlocutori per non aver potuto partecipare alle esequie del loro congiunto. La sua assenza non  dipesa n da negligenza n da ingratitudine, ma dalla povert in cui la condizione di esiliato lo ha ridotto, e che gli impedisce di possedere armi e cavalli con i quali viaggiare o, meglio ancora, presenziare degnamente a un corteo funebre. Egli cerca, s, di liberarsi dalla prigionia nella quale la miseria lo ha rinchiuso, ma questa, spietata, fino a quel momento ha avuto la meglio sui suoi sforzi.14 Nel ribadire la sua fedelt alla famiglia dei protettori, Dante chiede un aiuto concreto per alleviare il suo stato di indigenza.  una lettera da cliente; se, invece di essere in un ambiente ancora feudale, fossimo in una corte signorile, la potremmo definire una lettera cortigiana. 
I Guidi non daranno alcun aiuto, e Dante non perdoner loro questa mancanza di liberalit. Si vendicher nellInferno, dove ripescher una vecchia storia risalente al 1281. In quellanno i fratelli Guidi, servendosi di un loro familiare, tale Adam de Anglia (maestro Adamo), nel loro castello di Romena avevano coniato fiorini doro alterati, cio non di ventiquattro ma di ventuno carati. Per questo reato, gravissimo, erano stati condannati in contumacia, ma poi presto, grazie alla loro conversione al guelfismo, non solo erano stati amnistiati, ma anche insigniti di cariche pubbliche. Dante, invece, non li perdona. Collocher nellInferno il falsario maestro Adamo allunico scopo di accusare i suoi padroni: furono loro, egli dice, che in Romena lo indussero a batter li fiorini / chavean tre carati di mondiglia15 (cio di materia vile), colpa per la quale lui era stato arso sul rogo, e adesso la sua sola consolazione sarebbe di poter vedere l con lui lanima trista / di Guido o dAlessandro o di lor frate,16 cio di Guido, Alessandro e Aghinolfo. Per la verit, prosegue maestro Adamo, unanima c gi, quella del fratello maggiore Guido (forse morto a Campaldino), ma lui, impossibilitato a muoversi perch la pena dellidropisia gli impedisce la deambulazione, non pu togliersi la soddisfazione di cercarla per godere della sua pena. Lodio di maestro Adamo  lo stesso di Dante, che non esita a pronosticare lInferno a quello stesso Alessandro che solo pochi anni prima aveva fatto abitatore della corte celeste. E si tenga conto che allepoca della scrittura dei versi infernali, di pi, al momento della loro pubblicazione nella seconda met del 1314, Aghinolfo era ancora in vita (morir in tarda et nel 1338). Nel collocare allInferno i suoi ex protettori Dante sar mosso da motivazioni politiche: non quelle, per, di un fiorentino devoto alla sua moneta, ma, lo vedremo a suo tempo, quelle di un fiorentino bandito che nel tentativo di ritornare in patria misconosce e condanna i suoi compagni di lotta. Ma insieme a queste lo muoveranno anche ragioni pi personali, le ragioni del cliente e familiare tradito, che si vendica della poca generosit con la quale era stato trattato. 
Con la lettera agli eredi di Alessandro si affaccia negli scritti danteschi il motivo della povert causata dalla condizione di esule. Il motivo percorrer pi o meno velatamente gran parte della sua produzione successiva, ma  particolarmente accorato e insistente proprio nel biennio 1303-1304. Nelle prime pagine del Convivio confessa tutto il suo disagio, di pi, tutta la sua vergogna, perch a quei tempi la povert generava vergogna, per la condizione quasi da mendicante in cui la pena dessilio e di povertate lo ha precipitato: peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga della fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo [timone], portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora [esala] la dolorosa povertade.17
Nella primavera del 1304 la situazione finanziaria di Dante si  fatta talmente insostenibile da costringere il fratello Francesco a lasciare Firenze e a recarsi in suo aiuto ad Arezzo. Qui, il 13 maggio, nella casa di un notaio, alla presenza di due testimoni  uno speziale aretino di nome Tedesco e un secondo aretino di nome Baldinetto di Scorzone  Francesco contrae con lo speziale Foglione di Giobbo un prestito di 12 fiorini doro, garantito da una fideiussione sottoscritta dal fiorentino Capontozzo dei Lamberti. La presenza di tanti speziali sar casuale? Forse  pi probabile che liscrizione a quellArte, fatta da Dante una decina di anni prima, abbia creato intorno a lui una rete di relazioni che si  mantenuta in parte anche dopo lesilio. Insomma, quegli speziali, prestatori o garanti, sono l per lui, non per Francesco. Questi  solo prestanome, dal momento che uno nella situazione di Dante non poteva certo avere accesso a nessun tipo di credito. Dodici fiorini doro non sono una grande cifra, ma neppure del tutto trascurabile. Forse Dante aveva qualche debito da saldare, ma ci che gli restava avrebbe potuto garantirgli risorse per un tempo non brevissimo.
Qualcuno ha pensato che i soldi ricevuti dal fratello gli servissero per potersi separare dalla compagnia dei fuorusciti, in altre parole, che Dante avesse gi preso la decisione di lasciare la politica attiva.  vero che a Verona aveva riscoperto il piacere dello studio, che aveva progettato quel grande trattato filosofico che sarebbe diventato il Convivio e che, molto probabilmente, aveva pure cominciato a scriverlo. Ed  quindi comprensibile che egli desiderasse tornare al pi presto al lavoro intellettuale in una citt fornita di libri e frequentata da persone in grado di leggerli e capirli. Tuttavia, tenendo conto del tempo necessario perch Francesco raggiungesse Arezzo e di quello richiesto dalle pratiche del prestito, quella decisione sarebbe stata presa al pi tardi alla fine di aprile o ai primi di maggio, cio nel pieno delle trattative che si stavano svolgendo a Firenze e che Dante doveva seguire attraverso i dispacci inviati dai delegati. Si era mosso dal Veneto proprio per trovarsi vicino agli eventi, e magari influirvi con pareri e consigli, e adesso avrebbe deciso di allontanarsi in un momento in cui tutto era ancora possibile e lagognato ritorno in patria ancora alla portata? Sembra difficile crederlo.
Dante prese, s, la decisione di distaccarsi dalla dirigenza del partito e di allontanarsi dal teatro della guerra, ma pi tardi, almeno dopo la fuga di Niccol da Prato il 10 giugno, se non dopo la morte del papa il 7 luglio. Nulla sappiamo dei rapporti con i compagni durante la fase che precede il suo allontanamento.  possibile che nella discussione svoltasi allinterno dellalleanza a seguito del fallimento della mediazione di Niccol da Prato egli si fosse opposto alla decisione di accelerare i tempi e di attaccare Firenze prima dellarrivo dei rinforzi angioini.  possibile, cio, che anche dopo la morte di Benedetto undicesimo egli volesse accordare fiducia allazione pacificatrice del legato e, pi in generale, della Chiesa. Che ci siano stati dissensi tra lui e gli altri sembra trapelare, anche se in forma confusa, dai commenti antichi. Comunque siano andate le cose,  quasi certo che il giorno della disfatta della Lastra egli era gi lontano.

2. IL RITORNO AGLI STUDI E ALLA SCRITTURA.

1304-1306
a te fia bello 
averti fatta parte per te stesso18
Il precettore
Da quando Dante si distacca dai compagni desilio la documentazione, gi scarsa, si raref ulteriormente fin quasi a scomparire. Da questo momento, per riempire di contenuti la sua vita non possiamo affidarci che a ricostruzioni indiziarie. Perfino la prima tappa del suo girovagare dopo la rottura di met 1304  individuabile solamente per congettura. Tutto lascia credere, per, che essa sia Bologna.
Dante vi ha soggiornato negli anni Ottanta del Duecento e, forse, vi  pure tornato nel decennio successivo:  un luogo, dunque, che egli conosce e nel quale  conosciuto, sia come poeta sia come politico. Da alcuni decenni, poi, a Bologna, dividendosi tra la citt e San Giovanni in Persiceto, abitavano i discendenti di Bellino di Lapo e, forse, anche i figli di Cione di Bello, fratello del Geri assassinato. In caso di necessit, pertanto, Dante avrebbe potuto appoggiarsi a questa parte del clan Alighieri. Bologna era una buona sede anche per quanto riguardava il problema che Dante doveva affrontare in occasione di ogni suo spostamento, e cio quello di come reperire le risorse per vivere. La citt, in effetti, era piena di studenti universitari che dovevano conseguire una completa padronanza della lingua latina, e ai quali avrebbe potuto impartire lezioni private di grammatica. Ma in realt lambiente intellettuale bolognese era prezioso per altri motivi: preso dal progetto del trattato filosofico, solo a Bologna avrebbe potuto trovare le persone con le quali discutere e confrontarsi, nonch i libri filosofici moderni che neppure la biblioteca di Verona, specializzata in classici, gli poteva mettere a disposizione. Infine, ma si tratta di un prerequisito indispensabile per un esule condannato come ribelle, a Bologna trovava un regime amico dei Bianchi, al punto che i bolognesi erano appena intervenuti in armi al fianco di questi ultimi e dei Ghibellini nella campagna sfociata nel disastro della Lastra.
Si potr obiettare, e qualcuno lo ha fatto, che il Dante che entra a Bologna allinizio dellestate del 1304 aveva appena rotto con la sua parte politica e che perci avrebbe potuto essere considerato dai Bianchi, bolognesi compresi, un traditore, e come tale essere trattato. Nel Paradiso, per bocca di Cacciaguida, egli non esprimer solo un giudizio sprezzante sui suoi ex compagni di lotta (la compagnia malvagia e scempia [stolta]19), ma parler esplicitamente di una loro irosa, irragionevole e spietata reazione nei suoi confronti: che tutta ingrata, tutta matta ed empia / si far contr a te.20 Ma queste sono affermazioni che risalgono ad anni (1316 circa) ormai lontani dal tempo degli eventi, e quindi anche la relazione che in quel canto Dante autore sembra istituire tra lostilit dei compagni e gli accadimenti sfociati nella sconfitta della Lastra va interpretata alla luce di atteggiamenti (il costruirsi di Dante come profeta) che conservano un rapporto assai blando con quella remota realt storica. Pi vicina, invece, forse del 1307,  la ricostruzione operata nel canto infernale di Brunetto Latini: Brunetto dir a Dante che entrambe le fazioni, sia nera sia bianca, vorranno divorarlo, ma che lui si sottrarr alla loro fame (luna parte e laltra avranno fame / di te; ma lungi fia dal becco lerba21), senza specificare, per, quando ci succeder. Ora, la sollevazione degli ex compagni ci fu, e Dante pass effettivamente da traditore, ma non nellestate del 1304, dopo la Lastra. Latteggiamento rabbioso ed empio che egli descrive presuppone un suo gesto pubblico di rottura, un atto o uno scritto gravemente lesivi dellonore bianco e, soprattutto, tali da proiettare sul loro autore la luce del tradimento. Adesso lallontanarsi di Dante non  accompagnato n seguito da niente di simile: gi lanno precedente egli si era defilato per molti mesi, e ci non aveva prodotto incrinature nel rapporto con lUniversit. 
Una pedagogia per la nobilt italiana: il Convivio
Negli ultimi quattro o cinque anni Dante ha fatto molte esperienze importanti. Ha sperimentato sulla sua pelle come il mondo comunale sia strutturalmente votato alle divisioni e come la competizione interna trabocchi allesterno in guerre continue tra Comune e Comune, e tra Comuni e ci che resta degli antichi domini feudali. Ha sperimentato come una societ il cui obiettivo primario  lutile economico non conosca altre regole che la concorrenza e come un capitalismo che mira allaccumulo sia indifferente ai valori della cultura e delletica pubblica. Lininterrotto susseguirsi di guerre civili e di guerre tra citt, lalternarsi di regimi in equilibrio instabile fra tirannide e oligarchia, il rovesciamento delle alleanze e i continui tradimenti, insomma, tutto ci che ai suoi occhi appare disordine e caos, non solo non hanno argini che possano almeno in parte contenerli, ma, al contrario, sono alimentati proprio dalle istituzioni che dovrebbero svolgere un ruolo ordinatore. Venuto meno il potere centrale dellimpero, lEuropa era divisa in monarchie che riproponevano, su pi larga scala, la stessa politica competitiva e sopraffattrice dei Comuni e delle Signorie italiane. La Chiesa, invece di svolgere una funzione pacificatrice e di garanzia, era anchessa, come le vicende di Firenze testimoniavano, un fattore di instabilit: le sue intromissioni, spesso neppure giustificate da una pur labile ragione giuridica, fomentavano discordie e dividevano la cristianit. 
Negli ultimi anni trascorsi in esilio, per, Dante aveva anche scoperto una realt politica e sociale diversa. Presso i discendenti della grande feudalit tosco-romagnola aveva conosciuto un mondo che, a differenza di quello di Firenze, non collocava apertamente lutile economico in cima ai suoi valori, che garantiva un ordinamento gerarchico della societ nel quale non cera posto per partiti e fazioni, che regolava o diceva di regolare la cosa pubblica secondo un codice donore fondato sul pregio e sul merito, sulla cortesia e sulla lealt dei comportamenti e, soprattutto, che assicurava la continuit delle istituzioni e degli stili di governo. Insomma, un mondo alternativo a quello nel quale era vissuto fino ad allora. O meglio, potenzialmente alternativo. Dante, infatti, vede bene che le logiche mercantilistiche dei Comuni hanno profondamente inquinato i comportamenti dei nobili, che le sopravvivenze del passato sono per lappunto sopravvivenze, che la loro politica  o subalterna a quella dei centri economico-finanziari o da questi fortemente condizionata o ancorata a una visione del mondo destinata a soccombere. E tuttavia egli ritiene che quel ceto abbia ancora la possibilit di ritornare al centro della vita politica e sociale, e quindi abbia la capacit di rifondare una societ ordinata e pacifica. Per farlo, deve prendere coscienza di quali sono i suoi valori, ricostituire una cultura sua propria andata in gran parte perduta e, soprattutto, ritrovare la coesione di classe frantumata dalla pressione delle citt comunali.
Il trattato filosofico a cui lavora a Bologna, il Convivio, si rivolge per lappunto a un pubblico geograficamente disperso, ma socialmente caratterizzato: principi, baroni, cavalieri, e moltaltra nobile gente, non solamente maschi ma femmine, che sono molti e molte in questa lingua, volgari, e non litterati;22 si propone di stimolarne la presa di coscienza fornendogli una base culturale. Questa, per lappunto, sar la vivanda servita a tutti coloro che, per soddisfare la loro fame di sapere, siederanno a questa mensa partecipando al convivio.
 lo stesso Dante che negli anni precedenti allesilio si proponeva di insegnare ai potenti di Firenze in cosa consistesse la vera nobilt e quali fossero i comportamenti che si addicono a un nobile. Nobilt che in quegli anni, da uomo di municipio, egli identificava con la gentilezza danimo, cio con la sensibilit e la raffinatezza acquisibili attraverso la cultura.  lo stesso Dante, dunque, ma messo di fronte a un pubblico e a obiettivi completamente diversi. Adesso la sua  una posizione antimunicipale. Il perno delle argomentazioni del Convivio, infatti,  che i nobili dItalia  nobili di sangue, si badi bene  devono diventare il ceto che sotto legida dellimpero garantisce lesistenza di una civilitas umana coesa e pacifica.
Lorizzonte si  dunque allargato fino a contemplare lassetto politico e istituzionale dellintera cristianit. Perch le spinte disgregatrici possano essere controllate e perch la pace possa regnare nel popolo di Dio  necessaria una istituzione universale che regoli i rapporti tra le monarchie e le singole realt statali sulla base del bene comune e che, contemporaneamente, faccia da contraltare al potere esorbitante della Chiesa, che  causa di dissidi e corruzione, riconducendolo nellambito dello spirituale e attribuendo solo a s stessa la giurisdizione temporale. Questa istituzione non pu essere che limpero, tanto pi che esso  la fonte della legittimit del potere delle grandi stirpi feudali che di tale utopistico progetto costituiscono i pilastri. Per un uomo formatosi allinterno di un Comune italiano la virata ideologica non poteva essere pi netta. Con ci Dante non diventa ghibellino: la sua utopia, in effetti, prevede proprio il superamento delle divisioni partitiche, a cominciare da quella esiziale tra la parte dellimpero e la parte della chiesa. 
Sennonch limpero latita,  lontano, da molti anni si disinteressa dellItalia. In assenza di quei poli unificanti costituiti dallaula (la corte) e dalla curia (lorganizzazione burocratica) imperiali, la dispersa nobilt italiana deve trovare altre forme di aggregazione, costruire unaula virtuale consistente in un sostrato culturale comune. I punti qualificanti del progetto sono due: una ridefinizione del concetto di nobilt e delle implicazioni comportamentali che ne risultano ( stato scritto che Dante vuole spiegare che cosa sia la vera nobilt a un pubblico di nobili) e lindividuazione nella lingua volgare dello strumento con il quale unificare le membra sparse della nobilt italiana.
Letica del dono
Il piano originario del Convivio  un prosimetro, come la Vita Nova  prevedeva 14 libri preceduti da uno introduttivo: ciascun libro si sarebbe aperto con una canzone seguita da un commento in prosa volgare. Il lavoro, per,  rimasto interrotto alla fine del quarto libro. Nel 1303-1304 Dante aveva gi scritto gran parte delle canzoni, ma non tutte. Una di quelle che compone adesso, proprio per il trattato in lavorazione (probabilmente lavrebbe commentata nellultimo libro), affronta un tema strettamente connesso a quello della nobilt. 
La canzone Doglia mi reca ne lo core ardire, aspra e risentita, attacca il peggiore dei vizi anticortesi, lavarizia, la quale uccide la liberalit, che  uno dei fondamenti del nobile comportamento. Essa si scaglia non contro i potenti della citt, destinatari, quasi dieci anni prima, delle canzoni con le quali Dante si prefiggeva di insegnare la cortesia agli aristocratici cittadini bisognosi di apprendere le regole e i valori del vero comportamento nobiliare, ma contro gli eredi dellantica nobilt feudale, che di quei valori dovrebbero essere i naturali depositari e che, invece, li hanno dimenticati e distorti.  sintomatico che, mentre nella canzone della leggiadria (Poscia chAmor del tutto mha lasciato) aveva bollato luso distorto della ricchezza da parte dei cavalieri e dei parvenu fiorentini, esibizionisti, prodighi, dediti al lusso e al dispendio, adesso, rivolgendosi al mondo dei nobili di tradizione, Dante si concentri sul vizio opposto, sullavarizia e sulla mancanza di generosit, sulla tendenza smisurata allaccumulo. Prerogativa principale della cortesia  il dono, lelargizione, giusta e misurata, concessa spontaneamente: adesso, invece, i nobili si risolvono a donare solo dopo essersi fatti pregare, mostrando nellespressione del viso quanto quel gesto sia per loro gravoso, e con ci trasformano il dono in qualcosa che assomiglia a una vendita, e per di pi a caro prezzo, come sa bene chi riceve quellelemosina (chi con tardare e chi con vana vista, / chi con sembianza trista / volge l donare in vender tanto caro / quanto sa sol chi tal compera paga23). Non  un comportamento da nobile, questo, ma da mercante o da uomo daffari. Dante vede bene che la nobilt feudale sulla quale si impernia il suo progetto di rigenerazione sociale  profondamente inquinata dalle logiche dellagire economico. Lo vede anche perch lo ha sperimentato di persona. Nei versi citati si sente linconfondibile sapore di una sofferta esperienza autobiografica. 
La canzone non pu essere stata scritta che nel secondo semestre del 1304, dopo che Dante ha patito le delusioni presso gli Scaligeri e presso i Guidi di Romena. E proprio ai Guidi la canzone rimanda in modo esplicito nel congedo: Canzone, presso di qui  una donna / ch del nostro paese; / bella, saggia e cortese / la chiaman tutti, e neun se naccorge / quando suo nome porge / Bianca, Giovanna, Contessa chiamando. / A costei te ne va chiusa e onesta.24 La signora (donna) toscana (del nostro paese) a cui la canzone  inviata vive in un luogo vicino a quello in cui Dante sta scrivendo (presso di qui); il suo nome  Bianca Giovanna Contessa, un nome che, interpretato, significa bella, saggia e cortese. Ebbene, Bianca Giovanna Contessa  una Guidi del ramo ghibellino di Bagno, figlia del conte Guido Novello, genero di Manfredi, e sorella del Federico Novello che sar ricordato nel sesto canto del Purgatorio tra gli uccisi con violenza. Essa aveva sposato in seconde nozze Saracino della famiglia ghibellina dei Bonacolsi di Mantova. A seguito di faide interne, sia Saracino sia suo padre Tagino erano dovuti fuggire da Mantova e si erano rifugiati a Ferrara presso Azzo ottavo, dunque in una localit vicina a Bologna.
La dedica a Bianca Giovanna Contessa si iscrive nellimpostazione generale della canzone, la quale, pur trattando temi morali, sociali e filosofici, si presenta come un ammaestramento alle donne, invitate a valutare bene il valore cortese dei loro pretendenti e a concedere lamore solo a chi ne sia effettivamente provvisto. Ma che a svolgere questo ruolo di certificazione della vera nobilt interiore dei maschi sedicenti nobili Dante chiami una Guidi non sembra una scelta neutra: la questione della nobilt, adesso,  tutta interna alle cerchie feudali ed  passibile di soluzione positiva solo allinterno di quelle cerchie. 
Il problema della nobilt stava molto a cuore a Dante, che si sentiva personalmente coinvolto: si tenga presente che per lui la nobilt  il fondamento della virt, e non viceversa, come noi saremmo portati a pensare. Il Convivio rappresenta una fase di transizione tra le posizioni sostenute durante gli anni fiorentini e quelle a cui approder nel Paradiso. A prima vista, bench siano cambiati gli interlocutori, Dante non sembra avere cambiato le sue idee sulla nobilt. Delle canzoni dottrinali fiorentine solo Le dolci rime  raccolta e commentata nella parte del Convivio effettivamente scritta. Ebbene, le tesi sostenute nel commento non si discostano molto da quelle sostenute nella canzone. Cambia, invece, e notevolmente, il contesto nel quale adesso le argomentazioni sulla nobilt sono calate. Mentre nella canzone il guelfo comunale trattava con sufficienza limperatore Federico secondo (Tale imper che gentilezza volse), nel Convivio il commento vero e proprio  preceduto da un ampio preambolo nel quale, pur prendendo le distanze dallimperatore, Dante parla della necessit storica dellimpero e ne argomenta lorigine provvidenziale. Qui, per la prima volta, assume forma compiuta quellideologia imperiale che lo porter a rivedere profondamente le sue idee sulla nobilt. Ma in realt una revisione, e non di poco conto,  gi intervenuta. Dante seguita a ritenere che la nobilt sia un dono personale non trasmissibile per ischiatta, cio non dipendente dalla stirpe e dal sangue, ma adesso pensa anche che Dio e la natura concentrino il dono della nobilt per lo pi nei nati da buona stirpe e che la bont di una stirpe sia data per lappunto dal tasso di individui dotati di nobilt che essa ha generato. In questo modo apre la strada alla rivalutazione della nobilt ereditaria.
La promozione del volgare
Nellultimo quinquennio, almeno a partire dal pellegrinaggio a Roma per il giubileo, Dante ha fatto anche unaltra scoperta: ha scoperto che la lingua del s  molto pi frammentata di quanto egli credeva quando conosceva solo i dialetti della Toscana e del Bolognese. C quasi un senso di stupore nelle parole con le quali si chiede perch la parlata della parte destra dellItalia [si differenzi] da quella della parte sinistra (per esempio i padovani parlano diversamente dai pisani); e perch anche abitanti pi vicini discordino nel parlare, come i milanesi e i veronesi, i romani e i fiorentini, e addirittura appartenenti a gente affine, come i napoletani e i caietani, i ravennati e i faentini, e infine, ci che  pi stupefacente, residenti sotto il medesimo reggimento cittadino, come i bolognesi di Borgo San Felice e i bolognesi di Strada Maggiore.25 Alluomo vissuto quasi sempre dentro le mura di una sola citt si spalancano panorami imprevisti; altre citt e altre tradizioni culturali e linguistiche attirano la sua attenzione, suscitano il suo interesse: il municipale si sente cittadino del mondo (Nos autem, cui mundus est patria). 
Dante si rende conto che i ceti dirigenti italiani mancano di una lingua comune. Nel passato questa era stata il latino, ma adesso egli deve constatare  e come autore delle elaborate epistole diplomatiche scritte per conto dellUniversit dei Bianchi ne ha piena consapevolezza  che principi, baroni, cavalieri, e moltaltra nobile gente sono volgari, e non litterati, sono digiuni di latino. Questultimo, da lingua di comunicazione delle classi superiori, si  trasformato in una lingua specialistica, appannaggio dei ceti universitari e degli strati professionali pi elevati. Per queste lite culturali (che Dante identifica con i legisti, li medici e quasi tutti li religiosi26) la conoscenza non  finalizzata al conseguimento della felicit individuale e al bene comune, ma allutile e al guadagno: non acquistano la lettera [il latino] per lo suo uso, ma in quanto per quella guadagnano denari o dignitate.27 Insomma, lalta cultura cos come si  andata configurando attraverso il sistema universitario non serve per ricostruire un tessuto comune alla dispersa nobilt italiana. 
Per unificare una nobilt divisa politicamente, geograficamente e linguisticamente occorre uno strumento nuovo che nei confronti della variet dei volgari possa svolgere un ruolo simile a quello svolto storicamente dal latino: occorre dunque una lingua che possieda caratteri di selettivit, omogeneit, dignit, stabilit. Questa lingua ancora non esiste, ma la geniale utopia di Dante  che il volgare possa diventarlo. Un volgare depurato delle particolarit e dei tratti municipali, reso illustre, stabile e omogeneo come lo  il latino, lingua artificiale e perci detta grammatica, un volgare che diventi lo strumento della comunicazione politica e culturale di quei ceti nobiliari che, anche grazie a esso, potranno ritornare a essere lasse portante della societ. Insomma, nella visione dantesca la nobilt pu rigenerarsi facendo propria, ma in forme nuove, la lingua dei mercanti, dei banchieri, dei borghesi di citt, appropriandosi cio delle armi dei suoi nemici storici. Il sogno utopistico prevede che il volgare riformato alla fine possa addirittura scalzare il latino: Questo sar luce nuova, sole nuovo, lo quale surger l dove lusato tramonter, e dar lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade, per lo usato sole che a loro non luce.28
Il De vulgari eloquentia
In correlazione con la scoperta dellestrema frammentariet delle lingue naturali Dante concepisce lidea che la loro diversificazione e instabilit dipendano dal fatto di essere mutevoli nel tempo. Per valutare quanto questa concezione sia geniale, si tenga presente che egli usava categorie concettuali e strumenti di indagine che non avevano alcuna tradizione. Lidea della storicit delle lingue parlate, idea esclusivamente sua, basterebbe da sola a fare di lui un grande linguista. Ma questa scoperta gli creava anche un problema. Se le lingue naturali non solo si differenziano tra loro perfino allinterno di una stessa citt, ma ciascuna di esse muta nel tempo tanto che se gli antichissimi pavesi rinascessero oggi, parlerebbero coi pavesi moderni in una lingua discorde o diversa,29 come costruire una lingua comune che per stabilit e uniformit possa avvicinarsi al latino, che in quanto lingua artificiale non conosce variazioni nel tempo e nello spazio? Questo  il nucleo problematico intorno al quale ruota il De vulgari eloquentia. 
Annunciato nel Convivio (Di questo si parler altrove pi compiutamente in uno libello chio intendo di fare, Dio concedente, di Volgare Eloquenza30), il trattato linguistico ne continua su un piano pi tecnico e specialistico lispirazione politica di fondo, tanto che i due trattati appaiono come le due parti di uno stesso progetto politico-culturale. La ricerca del volgare illustre, cardinale, aulico e curiale31  cio di un volgare che illumini della sua eccellenza gli altri volgari italiani, li regoli come fa il latino e possa svolgere quel ruolo unificante che spetterebbe, se in Italia ci fosse, allaula imperiale e allinsieme di nobili che la frequentano  avrebbe dovuto estendersi per quattro o, probabilmente, cinque libri, costruendo un trattato nel quale  facile riconoscere la forma mentis sistematica ed esaustiva che negli stessi anni presiede allideazione di quellaltro sterminato trattato che sarebbe dovuto essere il Convivio. Il piano appare tracciato con sicurezza. Lintera materia linguistica si sarebbe ripartita allinterno di una duplice griglia: la prima distribuisce i volgari sulla base di una scala di valore che dal pi universale scende al pi particolare, per cui dallampia trattazione di quello illustre, estesa per pi libri, il discorso sarebbe passato a quella dei volgari di grado inferiore; la seconda, di tipo retorico, riprende la tradizionale tripartizione degli stili. E invece il trattato  rimasto interrotto. Ma anche cos le intuizioni teoriche e lassoluta novit di quelle che oggi chiameremmo ricerche sul campo sono di una modernit che suscita ammirazione. 
Pu sconcertare il fatto che il primo libro scientifico dedicato a una lingua volgare sia scritto in latino. La nostra mentalit ci porterebbe a considerarlo un cedimento; e invece nel contesto culturale in cui quel trattato nasce anche luso del latino  un segno di novit. Dante ha ragione quando esalta loriginalit del suo libro: effettivamente, un trattato sistematico che affrontasse insieme i temi della locutio, cio della naturale lingua di comunicazione, e quelli delleloquentia, cio del suo uso espressivo regolato, e che lo facesse innervando un impianto teorico e filosofico con una forte ispirazione politica, con precise analisi metrico-retoriche e con osservazioni dirette degli usi, non si era ancora visto. Esagera, per, quando nelle prime righe sostiene che nessuno prima di lui aveva minimamente coltivato la dottrina delleloquenza volgare. Esisteva unesile ma non del tutto disprezzabile tradizione, solo che si trattava di testi scritti in volgare che si rivolgevano al pubblico che gi usava il volgare a scopi pratici o letterari. Dante, invece, si rivolge a un pubblico da conquistare al volgare. 
I professori dello Studio
Il bisogno di parlare a interlocutori in carne e ossa o, comunque, a un pubblico vicino  uno dei tratti pi caratteristici del Dante scrittore. Ogni suo testo, in prima istanza, inquadra un ambiente determinato: la Vita Nova, i coetanei di Firenze con i quali Dante condivide stile di vita e concezione della letteratura; la Commedia, le famiglie dei protettori e le parti politiche che via via incontra sul suo cammino di esule. Anche i due trattati, vedremo, non fanno eccezione. Si aggiunga che, a volte, egli sembra proprio chiedere il conforto, se non la collaborazione, di uno specifico interlocutore: nella Vita Nova era Cavalcanti; nel De vulgari  Cino da Pistoia. 
Cino vi  citato spesso in quanto lirico in volgare  anzi,  perfino insignito della palma di campione della poesia damore, mentre a s stesso Dante riserva quella di cantore della rettitudine , ma egli non era noto solo come poeta lirico. Gi negli anni in cui Dante scrive il De vulgari la sua fama era legata soprattutto allattivit di giurista. Giurista di formazione bolognese. In questa universit aveva studiato nella seconda met degli anni Ottanta del Duecento, ottenendo allinizio degli anni Novanta il primo grado di laurea (licentiatus in iure); probabilmente vi aveva insegnato, diremmo oggi, come libero docente a cavallo del secolo, e finalmente, al termine del 1317, vi conseguir la laurea dottorale (in seguito, come magister, insegner in numerose universit italiane: Siena, Perugia, Napoli e, forse, Firenze). Insomma, intorno al 1304-1306 negli ambienti universitari bolognesi Cino non era uno sconosciuto. E questo aspetto per il Dante che sta scrivendo Convivio e De vulgari  rilevante almeno quanto leccellenza poetica dellamico, perch il pubblico che egli intende, se non proprio conquistare al volgare, impresa pressoch impossibile, almeno interessare al suo progetto di promozione del volgare,  proprio quello dei professori dello Studio. Quel progetto non sarebbe mai decollato se si fosse scontrato subito con lopposizione preconcetta dei circoli universitari. Per loro solo il latino, di cui detenevano una sorta di esclusiva in ambito laico, poteva essere considerato lingua di cultura. Da qui, allora, il tentativo dantesco di fare breccia presso di loro presentando la sua proposta linguistica in veste latina. Ci non ne avrebbe assicurato il successo, ma almeno, nelle sue speranze, avrebbe impedito che il libro fosse rifiutato a priori, proprio come a priori sar rifiutata, in quanto scritta in volgare, la Commedia. 
A Bologna il rimatore Dante, come testimoniano le trascrizioni di suoi componimenti eseguite dai pubblici notai dei Memoriali, aveva un suo pubblico di lettori, e anche il nome del politico circolava tra i ceti dirigenti, ma niente lo accreditava presso i docenti dello Studio come uomo di scienza e filosofo. Solo una persona riconosciuta dalla corporazione avrebbe potuto introdurlo, garantire per lui e sollecitare lattenzione degli interlocutori. Tra gli amici di Dante questa persona non poteva essere che Cino. Non sappiamo se questi, durante il periodo in cui come nero era stato esiliato da Pistoia (dal 1303 al 1306), abbia soggiornato a Bologna; sembra che le citt da lui prescelte siano state Prato e Firenze. Ma che egli abbia trovato il modo di esercitare a Bologna unazione promozionale a favore di Dante  suggerito da almeno un corposo indizio. Durante gli anni desilio Cino invia a Dante un sonetto (Dante, quando per caso sabandona), di non semplice interpretazione, nel quale in sostanza sembra chiedere allamico se sia lecito abbandonare un antico amore a vantaggio di un amore nuovo; Dante risponde per le rime (Io sono stato con Amore insieme) che ad Amore, come egli sa per esperienza, non si pu resistere. A interessare, per, non  il sonetto di risposta, ma lepistola latina che invia come premessa allamico in esilio (A un esule pistoiese, il Fiorentino esule senza ragione32): gi di per s il testo latino solleva lo scambio poetico a un livello pi alto, evidenziandone le valenze filosofiche. Ebbene, nellepistola Dante dice che con il chiedergli se lanima possa essere trasformata da una passione allaltra33 Cino gli aveva sottoposto un quesito filosofico la cui soluzione egli avrebbe potuto dare in modo pi corretto di quanto lui, Dante, possa fare, ma aggiunge anche di aver compreso che con quella richiesta, che lo obbligava a prendere pubblicamente posizione in un caso assai dubbio, Cino si proponeva di dare pi fama al suo nome, e di questo intendimento dellamico si mostra oltremodo grato.34 Insomma, per dichiarazione di Dante stesso, Cino si industriava a creare e diffondere il buon nome di Dante come poeta filosofo.

3. IL PENTITO.

1306 1310.
se colpa muore perch luom si penta35
In fuga da Bologna.
Il destino non lasci a Dante il tempo di verificare se il suo audace progetto politico-culturale avrebbe trovato udienza presso i magistri bolognesi. Nei primi mesi del 1306 la sua vita, che per quasi due anni era trascorsa stranamente tranquilla, tanto che non  azzardato ipotizzare che a Bologna egli potesse aver riunito la famiglia, fu nuovamente sconvolta dagli eventi pubblici. Il sogno di essere riconosciuto dallalta cultura universitaria si infranse contro la realt della sua condizione di sbandito. Convivio e De vulgari rimasero incompiuti e non furono mai divulgati.
Dallinizio del secolo Bologna era governata da una fazione guelfa moderata  nella quale era confluita anche la parte facente capo alla famiglia ghibellina dei Lambertazzi  che appoggiava apertamente i Bianchi di Firenze, e ci anche dopo la loro cacciata, soprattutto allo scopo di contenere le mire degli Este di Ferrara. Esisteva per una forte opposizione interna, guidata dalla famiglia dei Geremei, caratterizzata da un guelfismo intransigente (antighibellino e antibianco) e perci collegata agli Este e ai Neri fiorentini. Uno degli esponenti di punta ne era stato quel Venedico dei Caccianemici che nellInferno Dante bolla come ruffiano per aver convinto la sorella Ghisolabella a soggiacere alle voglie del marchese Obizzo secondo dEste, padre di Azzo ottavo (I fui colui che la Ghisolabella / condussi a far la voglia del marchese, / come che suoni la sconcia novella36). Lequilibrio tra le parti si rompe allinizio del 1306. Le tensioni si acutizzano a partire dai primi giorni di febbraio ed esplodono in tumulti violenti allinizio di marzo. Il 2 marzo i Lambertazzi sono cacciati da Bologna, dove si insedia un governo guelfo ostile ai Bianchi e ai Ghibellini. Gi il 10 marzo le citt nere di Bologna, Firenze, Lucca, Prato e Siena si accordano per sterminare per sempre Bianchi e Ghibellini (ad exterminium atque mortem perpetuam Ghibilinorum et Alborum). 
La situazione di Dante e dei Bianchi peggiora ulteriormente poco dopo, quando il 10 aprile, ridotta allo stremo da un lungo assedio costellato di atti di feroce crudelt, la bianca Pistoia si arrende alle truppe fiorentine comandate da Moroello Malaspina. Per i Bianchi la perdita di Bologna e Pistoia rappresenta un colpo assai grave; per Dante si riapre la prospettiva di dover nuovamente cercare ospitalit ramingando tra le poche citt o corti ancora non ostili. Ma dove andare? Presso qualche tiranno ghibellino della Romagna? Nella ghibellina Verona? Ma l regnava Alboino, e Dante ne aveva gi sperimentato la poca cortesia. Nella ghibellina Arezzo? Ma i rapporti con i Guidi di Romena  signori di fatto della citt tramite il vescovo Ildebrandino  si erano guastati un paio danni prima. Nella ghibellinissima Pisa, dove gi si erano rifugiati molti esuli bianchi? Ma questa era una citt a Dante sconosciuta: chi lo avrebbe protetto? Chi gli avrebbe dato di che vivere? 
 una situazione drammatica e apparentemente senza via duscita. Ma urge, comunque, trovare una soluzione.  vero che ancora il 6 ottobre il Comune emette un bando che impedisce di transitare, fermarsi o abitare sia nella citt sia nel distretto di Bologna a qualunque toscano di parte bianca, segno evidente che molti non avevano ottemperato alle precedenti ingiunzioni  e del resto non doveva essere facile per chi si trovava nella precaria condizione di esule trovare una nuova sede in cui trasferirsi in tempi rapidi , ma va tenuto conto che Dante, pur non essendo un politico di primo piano, era comunque un bianco di sicura visibilit, per il quale indugiare a Bologna dopo il rivolgimento politico poteva essere alquanto pericoloso.  probabile, dunque, che egli abbia lasciato la citt in tempi abbastanza rapidi, non oltre il mese di maggio.
Linviato del papa.
Nonostante la perdita di Bologna e di Pistoia, le speranze dei Bianchi non erano del tutto spente. Non cerano pi citt bianche sulle quali contare, ma restava ancora in piedi un vasto schieramento di forze ghibelline, dalla Romagna al Casentino, dal Mugello al Valdarno superiore, da Arezzo a Pisa. Ma ci che pi di ogni altra cosa, in quel 1306, rinfocolava le loro speranze era la politica del nuovo papa Clemente quinto. Dopo un tormentato e lungo conclave, nel giugno 1305, a Perugia, era stato eletto come successore di Benedetto undicesimo il guascone Bertrand de Got, consacrato a Lione in novembre con il nome di Clemente quinto.  il primo di quella lunga serie di papi francesi (si interromper solo con Urbano sesto nel 1378), i quali, prima di fatto e poi ufficialmente, fissano la sede papale ad Avignone (Clemente quinto non vedr mai lItalia). Dante riserver parole di fuoco a colui che arriver a definire pastor sanza legge,37 ma ci in un secondo tempo. Anzi, i primi anni di pontificato non devono essergli affatto dispiaciuti. Nei confronti di Firenze, infatti, papa Clemente continua la politica di riappacificazione avviata dal suo predecessore su consiglio del cardinale Niccol da Prato. Per cinque anni circa, a partire dal 1304, si assiste cos a uno strano capovolgimento delle parti: i Neri, saliti al potere grazie allappoggio determinante di un papa (Bonifacio ottavo), sono costretti a contrastare, a volte addirittura con le armi, il sostegno che altri due papi (Benedetto e Clemente) accordano ai fuorusciti bianchi e, perfino, ghibellini.
Lintervento papale si fa pi incisivo nel febbraio 1306, quando Clemente nomina legato in Romagna e Toscana, con ampi poteri, il cardinale Napoleone degli Orsini di Marino. Nipote di Niccol terzo e cugino di quel cardinale Latino che aveva stipulato la prima pace tra Guelfi e Ghibellini nel 1280, Napoleone Orsini era il pi potente cardinale della curia (tenne la porpora cardinalizia per un lunghissimo periodo, dal 1288 al 1342). Capo del partito antibonifaciano, non nascondeva le sue simpatie per i Bianchi e, a giudicare dalle sue alleanze, nemmeno per i Ghibellini. Il suo obiettivo era lo stesso di Niccol da Prato: riportare i fuorusciti in Firenze. Non si mosse, per, per vie diplomatiche, ma con una continua esibizione di forza. Giunto a Bologna poco dopo la cacciata dei Lambertazzi, si mostr subito minaccioso nei confronti di Firenze, tanto che i fiorentini, per prevenire un suo attacco armato, allinizio di maggio assediarono il castello di Montaccianico in Mugello, tenuto dagli Ubaldini e da forze bianche, lo espugnarono e lo rasero al suolo dopo tre mesi di assedio. Il Mugello, troppo vicino a Firenze, sarebbe stato una base dappoggio importante per uneventuale spedizione del legato. Nel frattempo a Bologna lOrsini cercava di pacificare la citt, ma la sua azione venne interpretata dai bolognesi come un tentativo di rovesciarne il governo a favore dei Lambertazzi cacciati. Il malumore popolare crebbe fino al punto che, il 23 maggio, una sommossa lo costrinse a fuggire da Bologna (dove era podest Bernardino da Polenta, fratello di Francesca da Rimini) e a riparare a Imola.
 ragionevole pensare che, durante la permanenza dellOrsini, Dante fosse ancora in citt e che ne seguisse le mosse con molto interesse e piena adesione, come gi aveva fatto, del resto, con Niccol da Prato. Non stupirebbe se ne avesse chiesto la protezione. La sua fuga, perci, deve essergli apparsa il segno che tutte le strade che potevano riportarlo a Firenze si erano chiuse. In ogni caso, non pu essere rimasto a Bologna anche dopo linsurrezione antiorsiniana.
Una richiesta di perdono
Si fa strada in Dante lidea di tentare una soluzione personale, cio di essere perdonato e amnistiato. Unidea simile pu nascere solo dalla disperazione, ma pu tradursi in pratica solo a patto di trovare a Firenze persone che la condividano, la sostengano e che, per autorit e prestigio, possano avviare una trattativa con chi ha il potere di concedere il rientro dellesule. Non poteva essere uno sbandito a rivolgersi direttamente ai governanti cittadini.
A Firenze Dante poteva contare su qualche appoggio sicuro: sulla facoltosa famiglia Riccomanni (Lapo, marito di Tana, morir verso la fine del 1315), sui Donati parenti di Gemma (il padre Manetto, che sembra ancora in vita nel 1306, il fratello Foresino e suo figlio Niccol, che sempre si mostreranno vicini a Gemma e ai suoi figli); sullammirazione di qualche intellettuale (per esempio, il banchiere nero e poeta Dino Frescobaldi). In particolare poteva fare affidamento sullamicizia di Cino da Pistoia, che per ragioni politiche in quei mesi molto probabilmente viveva proprio a Firenze. Cino doveva essere in rapporti con Moroello Malaspina, capitano della Taglia guelfa dal marzo 1306, e perci persona molto influente. Non sappiamo di quale natura fossero tali rapporti:  un fatto, per, che pochi mesi dopo gli eventi di cui stiamo parlando Cino invia a Moroello in Lunigiana un sonetto (Cercando di trovar miniera in oro) di non semplice decifrazione (sembrerebbe alludere a un suo nuovo amore per una donna della famiglia Malaspina), al quale, secondo una prassi ampiamente diffusa, per conto del marchese risponde Dante con un altro sonetto (Degno fa voi trovare ogni tesoro). Ora, sarebbe una forzatura affermare che questo scambio a tre voci denoti una particolare familiarit tra gli autori, ma non  una forzatura interpretarlo come segnale di una complicit che dal letterario sfuma nel vissuto. Il rapporto tra Cino e Moroello nasce, comunque, sul terreno della politica: il marchese  luomo a cui i Neri di Firenze e Pistoia hanno affidato lincarico di liberare la citt, e Cino, se non proprio un dirigente nero,  sicuramente vicino agli esponenti di quella parte politica (tanto  vero che, poco dopo essere rientrato in Pistoia, assunse  anche se per pochi mesi  la carica di giudice per le cause civili). Insomma,  credibile che Cino, pi di altri, si sia adoperato per convincere il marchese Malaspina a prendersi a cuore la causa di Dante. Moroello poteva svolgere un ruolo decisivo: lui, infatti, aveva lautorit per parlare direttamente a Corso Donati.
Ritengo che Dante e i suoi sostenitori abbiano giocato per prima la carta della famiglia. Gemma era una Donati, cugina di Corso in terzo grado, la sua riammissione in citt non solo non avrebbe rappresentato una deminutio del prestigio del clan, ma semmai lavrebbe accresciuto: facendo valere le ragioni del sangue, Corso avrebbe dato prova di essere il vero uomo forte di Firenze. 
Il racconto di Boccaccio del ritrovamento del quadernetto sembrerebbe attestare che loperazione ebbe successo. Il ritorno di Gemma, infatti,  il necessario antefatto delle ricerche da lei avviate per entrare in possesso dei documenti messi al sicuro al momento della fuga del marito. Sappiamo che, cinque anni o pi dallesilio di Dante, Gemma fu consigliata di far valere i suoi diritti sui beni dotali sequestrati: che ella, almeno con le ragioni della dote sua, dovesse de beni di Dante radomandare. Il testo non  perspicuo: Boccaccio non vorr dire che Gemma chiedeva di riavere la propriet della parte di beni sequestrati sulla quale era assicurata la sua dote (cosa impossibile per la legislazione fiorentina), bens di usufruire della rendita di quella porzione di beni. Per promuovere una causa, ovviamente, Gemma doveva trovarsi in Firenze, e perci essere rientrata in citt. Non risulta che intorno al 1306 il regime nero avesse cambiato atteggiamento nei confronti dei ribelli e dei loro parenti, come suggerisce Boccaccio (essendo la citt venuta a pi convenevole reggimento che quello non era quando Dante fu condennato), dunque, se diamo credito al racconto, dobbiamo pensare che i Donati al potere siano riusciti a ottenere un gesto di clemenza a favore della loro congiunta. 
Un atto di conciliazione come quello avrebbe suscitato non poche speranze per quanto riguardava il destino personale di Dante. Ma  anche evidente che non poteva bastare una trattativa privata, o quasi, perch uno sbandito potesse essere riammesso nella comunit. Prestigio familiare e mozione degli affetti per Dante non valevano. Ci voleva un atto pubblico, un gesto di pentimento e sottomissione, una richiesta di perdono inoltrata con tutti i crismi.
E Dante questo passo lo fece.
Popolo mio, che ti ho mai fatto?
Scrive Leonardo Bruni che Dante ridussesi tutto a umilt, cercando con buone opere et con buoni portamenti racquistare la gratia di potere tornare in Firenze per spontanea revocazione di chi reggeva la citt, e aggiunge che a quello scopo scrisse pi volte, non solo a particolari cittadini et del reggimento, ma al popolo, e fra le lettere ne cita una assai lunga che comincia con le parole Popule mee, quid feci tibi?. Ebbene, questa epistola perduta ha tutta laria di essere quella richiesta ufficiale di perdono che Dante doveva necessariamente inoltrare. 
Bruni la conosce perch nei primi decenni del Quattrocento era conservata nella cancelleria della Signoria di Firenze: ci significa che, a suo tempo, quellepistola era stata inviata ai priori. Negli stessi anni di Bruni, e indipendentemente da lui, la conosce anche Biondo Flavio, che pu averla letta in quella che era stata la cancelleria degli Ordelaffi di Forl.  impensabile che sia stato Dante a inviare al suo ex capitano Scarpetta Ordelaffi copia di una epistola nella quale condannava la sua alleanza con lui e gli altri Ghibellini romagnoli e di Firenze.  pi probabile che proprio i Neri si siano presi la briga di diffondere presso i loro avversari un testo che gettava sullantico membro del Consiglio dellUniversit linfamia del tradimento. E che quella lettera abbia fatto rumore  confermato anche dalla circostanza che essa  nota pure al cronista Villani. Insomma,  questo il gesto che scaten lira dei Bianchi e dei Ghibellini contro Dante, e, dal loro punto di vista, con non poche ragioni.
Bench sia perduta, dai riferimenti, con alcune puntuali citazioni, che ne fa Bruni possiamo farci unidea del tono e, in parte, degli argomenti affrontati nellepistola. Inaugurata da una citazione dal libro del profeta Michea (Populus meus, quid feci tibi?), doveva essere una sorta di memoriale nel quale Dante ripercorreva le tappe della sua vita di cittadino e di politico rivendicando la sua appartenenza allo schieramento guelfo. Ricordava la sua onorevole partecipazione alla battaglia di Campaldino, che era una pietra miliare del guelfismo di Firenze, difendeva il suo operato di priore dalle accuse che gli erano state mosse, ribadiva la sua estraneit alla decisione di richiamare i Cerchieschi, tra i quali Cavalcanti, dal confino di Sarzana, sottolineava come lesilio lo avesse ridotto in miseria, mentre la sua casa fiorentina era stata ben provvista di suppellectile abbondante et pretiosa. Fin qui non si scorge latteggiamento umile di cui parla Bruni: anzi, limpressione  che Dante rivendichi con orgoglio, e senza nulla concedere, il suo operato di cittadino ligio alle leggi e di uomo pubblico dedito al bene comune, quasi unautoapologia. 
Lumilt doveva informare la parte successiva dellepistola, alla quale per Bruni non accenna, quella in cui Dante chiedeva che venisse revocato il bando a suo carico e fossero perdonate le sue colpe. Colpa  un termine molto connotato, usato dallo stesso Dante in un testo di poco posteriore ma connesso con questa vicenda. Ma di quale specifica colpa egli chiede perdono? Non di avere commesso reati o ingiustizie durante il suo priorato, non di aver fatto parte di uno schieramento avverso (cosa normale e di per s non riprovevole), neppure di aver cercato di ritornare a Firenze con la forza (per che i cittadini cacciati volendo tornare in casa loro non debbono essere a morte dannati scrive Dino Compagni); la colpa  di essersi alleato con i Ghibellini, i nemici storici di Firenze, e quindi di aver tradito non solo lo schieramento guelfo, ma lintera citt, perch era almeno dai tempi di Campaldino che il guelfismo si identificava con la fiorentinit. I Guelfi potevano combattersi, esiliarsi e uccidersi tra loro, ma il loro odio reciproco non poteva uguagliare quello che li divideva dai Ghibellini. Or noi avemo trovati uomini, che sono di parte Guelfi e Ghibellini, che vorrebbe volentieri, se potesse, n un tratto uccidere tutti gli uomini dellaltra parte: tutti gli ucciderebbe a un tratto, se potesse: sono parole pronunciate dal pulpito, nel primo decennio del Trecento, dal domenicano Giordano da Pisa.
Se di questo Dante chiedeva di essere perdonato,  comprensibile che i Ghibellini e i Bianchi sconfessati mostrassero forti segnali di ostilit nei confronti di chi, per lavarsi della macchia di aver tradito Firenze, non aveva esitato a tradire loro.
Questo, per,  solo linizio di una storia che si protrarr allincirca per un paio danni. 
Ai piedi dei monti di Luni
Uno dei rari documenti darchivio sopravvissuti attesta che nei primi giorni dellottobre 1306 Dante si trova in Lunigiana presso i Malaspina. Ci non prova che Moroello Malaspina si fosse attivato nel tentativo (forse riuscito) di far rientrare Gemma in Firenze, prova, per, che durante il 1306 un rapporto tra Dante e il marchese si era effettivamente instaurato, magari grazie alla mediazione di Cino. 
Fuggito da Bologna, dunque, Dante si trasfer in Lunigiana. Potremmo anche azzardare una data: giugno, dopo la rivolta di maggio contro lOrsini, un mese nel quale Moroello, impegnato fino ad aprile nellassedio di Pistoia e non ancora preso dalle operazioni belliche contro il castello di Montaccianico in Mugello, poteva trovarsi nei suoi possedimenti lunigianesi. Qui, stando alla testimonianza del figlio Pietro (ma si tratta della terza redazione del commento alla Commedia, pi che sospetta di manipolazione), Dante si trattenne per non piccolo tempo (per non modicum tempus). Era la prima volta che visitava questa zona dItalia, che poi gli sarebbe diventata familiare.
Quando il discorso viene a cadere sui luoghi danteschi, il pensiero corre subito, oltre che a Firenze, come  ovvio, a citt quali Verona, Arezzo o Ravenna; raramente ci si ricorda che Dante ha vissuto per molti anni tra i monti dellAppennino tosco-emiliano e tosco-romagnolo. Sottolineare la componente appenninica dellesperienza biografica di Dante non  una mera curiosit e nemmeno un semplice scrupolo da storico: limmagine della sua vita sarebbe distorta se non si tenesse nel debito conto che in essa si incrociano il mondo mercantile e affaristico della borghesia comunale e quello delle giurisdizioni feudali insediate proprio sui versanti appenninici. Se Firenze si colloca sotto il segno del profitto, lAppennino ricade sotto quello dellonore. Lincontro-scontro tra questi due mondi segna Dante in profondit.
La conformazione orografica della Lunigiana  simile a quella del Casentino. Si tratta di unampia valle (situata fra Toscana e Liguria) percorsa da un fiume (la Magra) che dal crinale appenninico scende alla piana, allora paludosa, di Sarzana. La posizione, come quella del Casentino,  strategica perch consente il controllo delle vie di comunicazione fra Toscana ed Emilia e fra Toscana e Liguria. Anche la Lunigiana era dominata da ununica grande famiglia, i Malaspina, i quali, proprio come i Guidi, estendevano i loro possedimenti su entrambi i versanti appenninici. Nel 1221 (allincirca negli stessi anni nei quali si erano divisi i Guidi) i Malaspina si erano articolati in due rami principali, quello dello Spino secco e quello dello Spino fiorito. Gli ospiti di Dante appartenevano al primo ramo, che a sua volta, dal 1266, era suddiviso in quattro diramazioni: di Mulazzo, di Villafranca, di Giovagallo e di Val di Trebbia. Moroello di Manfredi, che di Dante  il principale ma non unico protettore, appartiene al ramo di Giovagallo. Come i Guidi, anche i Malaspina sono politicamente divisi: se Moroello  un guelfo vicino alla parte nera, Franceschino di Mulazzo  un ghibellino convinto.
In Lunigiana Dante ha soggiornato pi volte e a lungo, ma non sembra che il paesaggio della valle della Magra lo abbia colpito quanto quello casentinese dellArno. I suoi ricordi, semmai, sono legati alla zona pi meridionale: alle cime delle Apuane (i monti di Luni) e, soprattutto, ai bianchi marmi delle cave e alla visione del mare e del cielo che si spalanca dalle montagne che sovrastano Carrara. In Lunigiana quel che conta  il paesaggio umano. Con i Malaspina Dante instaura un rapporto felice e, cosa per lui insolita, mai sconfessato. In quella antica famiglia marchionale trova ancora operanti i veri valori e comportamenti cortesi. Valori e comportamenti che egli giudica allaltezza della migliore tradizione feudale perch, ovviamente, ne  stato beneficato. Nel Purgatorio lincontro con lanima di Corrado secondo Malaspina, morto nel 1294, cugino dei suoi protettori Moroello e Franceschino, gli fornir loccasione per un altisonante elogio della fama onorevole della casata, diffusa in tutta Europa, giustamente, perch quella famiglia, in un mondo che ha perso la strada delle virt, sola va dritta e l mal cammin dispregia.38 Il maggiore titolo di gloria del Malaspina  di aver conservato il pregio de la borsa e de la spada,39 cio di coltivare ancora le due principali qualit che contraddistinguono il vero comportamento nobiliare: lesercizio delle armi (proprio non solo di Moroello, che lo praticava per cos dire professionalmente, ma anche del cugino Franceschino, impegnato in eventi bellici per quasi tutta la vita, e di altri Malaspina che avremo occasione di incontrare, come Spinetta dello Spino fiorito) e la pratica della liberalit. Con lespressione pregio della borsa Dante intende distinguere la generosit motivata dal riconoscimento dei meriti del beneficato da quella forma di elargizione, che sconfina nel pagamento di prestazioni e, addirittura, nellelemosina, gi condannata nella canzone Doglia mi reca. Il servizio di Dante ai Malaspina, e in modo particolare a Moroello, si configura come libera prestazione intellettuale, in un rapporto non esente, per di pi, da una sorta di complicit: lo lasciano intendere sia il coinvolgimento del marchese nella corrispondenza poetica tra Dante e Cino sia laffermazione, contenuta in unepistola inviata da Dante a Moroello dal Casentino, che presso la sua corte gli era stato lecito attendere a liberali prestazioni suscitando lammirazione del suo ospite.40 Che nei castelli tra quei monti confinanti con la Liguria si raccogliesse effettivamente un insieme di persone tale da meritare il titolo di corte (curia) c da dubitare (anche perch i vari Malaspina non risiedevano, di solito, in uno o pi castelli di cui fossero singolarmente o per ramo familiare proprietari, ma in possedimenti, non sempre castelli, che detenevano in comune per quote parti con gli altri rami della famiglia); c da prendere atto, invece, che lidealizzata enfatizzazione che Dante ne fa non pu scaturire che dal suo sentirsi finalmente riconosciuto come intellettuale e come poeta, tanto  vero che proprio qui ricomincia a scrivere la Commedia.
Le prestazioni liberali non lo esentavano, tuttavia, da pi concreti compiti pratici. Sappiamo di almeno un incarico delicato e di responsabilit affidatogli dai cugini Malaspina. Che fosse stato assegnato a uno arrivato in Lunigiana da poco e perci non molto addentro alle questioni locali  la migliore dimostrazione che in quella curia o in quelle curie le persone colte e dotate di esperienza del mondo non dovevano abbondare. 
Tra i Malaspina dello Spino secco e il vescovo conte di Luni, il genovese Antonio di Nuvolone da Camilla, cugino di Alagia Fieschi, moglie di Moroello, e protetto dai potenti Fieschi conti di Lavagna, si protraeva da anni una complicata controversia, uno stato di guerra endemica e di faida (alimentato soprattutto dai Malaspina). Il 6 ottobre 1306 le parti arrivano a sottoscrivere un atto di pace. A nome dei Malaspina la trattativa finale e la firma dellatto sono fatte da Dante, che agisce sulla base di una procura. La faccenda si svolge e si conclude in due momenti e in due luoghi distinti, ma nello stesso giorno. La mattina del 6, nella piazza principale di Sarzana, detta della Calcandola, il notaio sarzanese Giovanni di Parente di Stupio (i Malaspina non avevano una propria cancelleria) stila davanti a testimoni una procura con la quale il marchese Franceschino di Mulazzo, che agisce anche per conto dei marchesi Moroello di Giovagallo e Corradino di Villafranca, nomina suo legittimo procuratore esecutore e messo speciale Dante Alighieri di Firenze. Ci avviene alle sette, prima della messa. Poi Dante e il notaio si trasferiscono a Castelnuovo, dove, nel palazzo episcopale, Dante e il vescovo si scambiano un bacio di pace e, alle nove, firmano latto notarile. Bench in esso siano presenti formule precauzionali del tipo il signor Franceschino indurr  se potr  lo stesso signor Moroello a ratificare, a condizione che il predetto signor Franceschino e i signori Corradino e Moroello  se vorranno accettare tutte le cose sopraddette e sottoscritte  facciano lo stesso,  evidente che la stipulazione pu essere stata conclusa in modo cos veloce perch le trattative erano gi state fatte e gli accordi gi presi. Insomma, Dante interviene nella fase finale perch ha le competenze necessarie per controllare loperato del notaio. Anzi, non sembra infondata lipotesi che il prologo dellatto di pace (in termini tecnici denominato arenga) si debba proprio a lui, che avrebbe passato al notaio una carta da ricopiare.
 possibile che questo incarico abbia portato Dante a Sarzana per la prima volta nella sua vita;  quasi impossibile che in quella citt non gli sia venuto alla memoria il ricordo di Guido Cavalcanti, l morto o gravemente ammalatosi solo sei anni prima; e, forse, Dante si sar pure interrogato sulla sua parte di responsabilit riguardo alla fine dellamico.
Perdonare  bel vincer di guerra
Dante ha inoltrato la richiesta di perdono, ma i mesi passano (pi lune41) e dai Neri fiorentini o non arrivano segnali o ne arrivano di negativi. 
Nel suo disperato tentativo Dante, forse, non poteva che affidarsi a Corso Donati, ma in quel momento questi non era la persona pi adatta per ottenere il reintegro di un fuoruscito in odore di ghibellinismo. La frattura tra lui e i Della Tosa (gi allinizio del 1304 degenerata in scontro armato) si era ulteriormente allargata. Corso si sentiva spinto ai margini, ma, come suo solito, reagiva con grande determinazione. Non aveva abbandonato il progetto, a cui pensava da anni, di insignorirsi della citt, e a questo fine aveva stretto, e stava ancora stringendo in quei mesi, una vasta rete di alleanze, sia interne sia esterne, che andavano dai Guelfi di Prato e Lucca ai Neri di Pistoia, senza escludere i Ghibellini aretini, i Guidi e, perfino, i Bianchi fuorusciti. Insomma, i sospetti dei fiorentini nei suoi confronti non erano campati sul nulla. Il suo terzo matrimonio, con una figlia del capo ghibellino Uguccione della Faggiola (si ricordi che Corso era stato nominato da Bonifacio ottavo rettore della Massa Trabaria), aveva accresciuto la diffidenza della parte tosinga e alimentato la diceria che egli tramasse con i Ghibellini. Insomma, era davvero difficile che Corso nel 1306 potesse muoversi concretamente a favore di Dante. Tuttal pi poteva, in accordo con i Malaspina e altre famiglie feudali a lui (e a loro) collegate, cooperare ad assicurargli una rete protettiva fuori da Firenze.
Ma  a Firenze che Dante vuole rientrare.
La canzone Tre donne intorno al cor mi son venute, nota come canzone dellesilio,  una delle poesie dantesche che meno si lasciano decifrare, e ci non perch il dettato sia oscuro, ma perch oscuri sono i riferimenti autobiografici. La struttura della canzone  insolita. Le prime quattro stanze sono occupate da un dialogo, che si volge nel cuore (e quindi si tratta di un pensiero drammatizzato), tra due entit astratte: Amore (da intendere non in senso erotico, ma come caritas, amore generale nel quale  compreso quello umano) e Drittura, la Giustizia. Questa  accompagnata da una figlia e dalla nipote: sono le tre donne dellincipit, emblemi della tripartizione della Giustizia in legge divina, naturale e umana. Gli enti allegorici lamentano che la giustizia e le altre virt nate dalla stessa stirpe di Amore e Drittura, quali Larghezza e Temperanza, un tempo amate, adesso siano odiate e disprezzate dal mondo, che le ha scacciate costringendole, esuli, a ramingare mendicando. Nella quinta e ultima stanza improvvisamente il discorso abbandona il piano dellallegoria e fa riferimento alla situazione personale di Dante. Nellascoltare il lamento di esuli cos eccellenti  scrive il poeta  io reputo un onore lesilio a cui sono condannato; se Dio o il destino vogliono che il mondo tramuti i fiori bianchi in neri, cio sovverta i valori e renda colpevoli gli innocenti, ma lallusione ai due partiti guelfi sembra ovvia, allora cadere dalla parte della giustizia , nonostante tutto, onorevole: Ed io chascolto nel parlar divino / consolarsi e dolersi / cos alti dispersi / lessilio che m dato onor mi tegno: / che se giudicio o forza di destino / vuol pur che l mondo versi / li bianchi fiori in persi, / cader co buoni  pur di lode degno.42
Sono parole orgogliose, simili a quelle che nellInferno pronuncia Brunetto Latini nel comunicare a Dante il suo prossimo esilio: La tua fortuna tanto onor ti serba, / che luna parte e laltra avranno fame / di te.43 Simili non a caso, dato che la composizione di quel canto infernale non deve essere molto distante da quella della canzone. Dante, dunque, ribadisce la giustezza del suo operato, ispirato a Drittura e Amore, e lingiustizia della sua condanna, segno del sovvertimento dei valori verificatosi nel mondo. Non concede nulla alla parte da cui pure aspetta di essere perdonato. Sennonch  prosegue lio narrante  questo esilio onorato, che pure reputerei cosa lieve, si trasforma per me in un tormento, e ci perch sono lontano dal belloggetto che i miei occhi desiderano vedere e la cui assenza mi consuma:
 E se non che degli occhi miei l bel segno
 per lontananza m tolto dal viso,
 che mhave in foco miso,
 lieve mi conteria ci che m grave;
 ma questo foco mhave
 s consumato gi lossa e la polpa,
 che Morte al petto mha posto la chiave.44
Non c dubbio, qui Dante sta parlando di una donna, una donna che egli ama e da cui  separato perch essa si trova nella citt che a lui  preclusa. Dante manca da Firenze da parecchi anni, nelle poesie amorose scritte dopo lesilio non c traccia di un suo amore fiorentino che continui a farlo ardere di passione; e allora, chi mai pu essere questa donna?
I versi che subito seguono recitano:
 Onde, sio ebbi colpa,
 pi lune ha volte il sol poi che fu spenta,
 se colpa muore perch luom si penta.45
Se  vero che il pentimento cancella la colpa, ebbene, la mia colpa eventuale  stata cancellata da parecchi mesi (pi lune), e perci dovrebbe essermi permesso di ritornare a Firenze presso quella donna. I parecchi mesi vanno contati dal momento in cui lui si era pubblicamente pentito, cio da quando aveva inviato lepistola ai priori, e pertanto questa canzone deve risalire almeno agli ultimi mesi del 1306, durante il soggiorno in Lunigiana. I versi finali si presentano come una sorta di sollecito, una perorazione indirizzata a chi poteva sostenere la causa di Dante. Segue un congedo abbastanza strano. In esso, infatti, il poeta invita la canzone a tenere nascosto il suo significato profondo se non ad amico di vert. Ma  stato osservato che la canzone non  particolarmente ostica n sembra avere significati riposti e dunque, ci che solo agli amici di virt potr essere svelato, probabilmente non  altro che lappello, motivato con ragioni affettive, che la conclude. Ragioni che solamente ai veri destinatari, a coloro che conoscevano lantefatto biografico a cui Dante allude, potevano apparire evidenti. I destinatari non possono essere che Corso e i suoi amici. Ora, che Dante chieda a loro di aiutarlo a rientrare a Firenze per porre fine alle pene amorose provocate da una ignota concittadina appare del tutto inverosimile. Invece la richiesta sarebbe motivata se la donna a cui Dante vorrebbe ricongiungersi fosse Gemma, riammessa in citt proprio durante quellanno. A distanza di tempo Dante giocherebbe ancora una volta la carta della famiglia. Si potr obiettare che questo  lunico componimento lirico dei primi secoli nel quale non solo un poeta parla della propria moglie, ma ne parla con le parole che la poesia riserva alla passione amorosa.  vero, nella letteratura antica le dichiarazioni damore per una moglie appaiono del tutto eccezionali, e tali restano queste, anche fatta la tara di quel tanto di strumentale che esse pure hanno. Ma non si dimentichi che anche Dante  eccezionale. Come definire altrimenti uno scrittore che in ogni suo testo sembra prefiggersi di infrangere regole e abitudini? Tanta passionalit nei confronti della moglie sar apparsa scandalosa a chi, allora, poteva decifrare correttamente il suo testo, ma non sar apparso altrettanto scandaloso il fatto che egli abbia attribuito lidentit di una sua sorella alla Donna pietosa protagonista dei primi versi della canzone dellincubo della Vita Nova?
La canzone ha circolato in questa forma, cio con un unico congedo, ma successivamente Dante ne ha aggiunto un secondo. Quando ci sia avvenuto non  possibile stabilire, ma di sicuro esiste un nesso tra la decisione di aggiungere quel congedo e gli effetti che la canzone aveva prodotto presso i primi destinatari. Il secondo congedo  tutto politico:
 Canzone, uccella con le bianche penne,
 canzone, caccia con li neri veltri,
 che fuggir mi convenne,
 ma far mi poterian di pace dono.
 Per nol fan, ch non san quel chio sono:
 camera di perdon savio uom non serra,
 ch perdonare  bel vincer di guerra.46
Limpressione  che Dante risponda a qualche messaggio negativo pervenutogli dai primi destinatari (del resto, se era in Lunigiana, tramite Moroello il canale con i suoi sostenitori fiorentini doveva essere costantemente aperto). Prende atto di non potersi ricongiungere alla famiglia perch non si attenua lintransigenza dei Neri e tuttavia, pur ribadendo il suo guelfismo al di sopra delle parti, non rinuncia a un ulteriore, quasi patetico (qui s che Dante, come scrive Bruni, si riduce a umilt) tentativo di fare breccia nei cuori degli avversari. Lui, che uccella insieme ai Bianchi, vorrebbe andare a caccia anche con i Neri, ma questi non lo vogliono, non gli concedono il dono della pace. Non sanno, infatti, quanto lui sia cambiato. Questo appello a valutare la sincerit dei suoi sentimenti, la buona fede di un pentimento sofferto appare tragicamente doloroso se si pensa che  rivolto a un mondo che sembra conoscere unicamente il linguaggio dellodio e della vendetta.
Amore tremendo e imperioso
La protezione dei Malaspina ha significato molto di pi dellospitalit nelle loro dimore lunigianesi. Grazie a quella famiglia Dante ha beneficiato di una rete di relazioni in virt della quale gli sono state aperte le porte di casate nobiliari di fede nera che, altrimenti, avrebbe trovato rigorosamente chiuse. Il viatico dei Malaspina, insomma, ha fatto s che quel perdono rifiutatogli dai Neri di Firenze gli venisse concesso dai Neri esterni.
Nel 1307, non sappiamo in quale periodo dellanno e per quale motivo, Dante lascia la Lunigiana per il Casentino. Di questo soggiorno, in effetti, ben poco ci  noto. Anche delle famiglie che lo hanno ospitato possiamo parlare solo per congettura. La nostra fonte  Boccaccio, secondo il quale, dopo il soggiorno a Verona (Boccaccio ignora quello a Bologna), Dante quando col conte Salvatico in Casentino, quando col marchese Morruello Malespina in Lunigiana, quando con quegli della Faggiuola ne monti vicini ad Orbino  onorato si stette. Queste informazioni collimano perfettamente con la nuova posizione politica assunta da Dante con la richiesta di perdono.  evidente, infatti, che dopo la sua pubblica presa di distanze da Bianchi e Ghibellini, egli deve aver evitato quelli che erano stati i suoi primi protettori nella regione, e cio i Guidi ghibellini di Modigliana-Porciano e di Romena, per rivolgersi invece a famiglie insediate prevalentemente nel versante romagnolo e nella zona montefeltrana, come i Guidi di Dovadola (a cui appartiene Guido Salvatico) e i Faggiolani. Famiglie, queste, schierate con i Guelfi neri e, non a caso, collegate da rapporti politici e di parentela ai Malaspina e a Corso Donati. 
Nei suoi scritti Dante non nomina mai Uguccione della Faggiola, per nel canto 12 dellInferno cita, accanto a Rinier Pazzo, un Rinier da Corneto, dicendo che entrambi fecero a le strade tanta guerra.47 Mentre il primo Rinieri era stato un importante capo ghibellino della famiglia dei Pazzi del Valdarno, quello da Corneto va identificato non con uno sconosciuto bandito maremmano, ma con il padre di Uguccione, morto nel 1292. Corneto, nel Montefeltro, era il principale castello dei Faggiolani, la loro sede di riferimento. E non si pensi che la menzione sia disonorevole: Dante sta parlando non di banditi di strada, ma di grandi feudatari, non a caso ghibellini, in lotta contro lespansionismo territoriale dei Comuni, cio di ribelli nel senso politico della parola.
I Guidi di Dovadola erano un ramo guelfo strettamente collegato ai Neri di Firenze (Ruggero secondo, figlio del Guido Salvatico ospite di Dante, nel 1304 vi era stato podest).  facilmente intuibile che Dante non sarebbe stato accolto da loro se non avesse goduto della protezione di Moroello, al quale essi erano legati da comunanza di schieramento politico ma anche da rapporti di parentela. Anche di Guido Salvatico Dante tace, ma, come di Uguccione aveva ricordato il padre, di Salvatico nomina con grandissimo onore lo zio Guido Guerra, morto nel 1272, uno dei campioni del guelfismo fiorentino, una sorta di anti-Farinata. E lo nomina nel girone di Brunetto, in un canto, cio, la cui composizione  coeva o quasi al soggiorno presso i Dovadola.
Faggiolani e Guidi di Dovadola non ci portano propriamente nel Casentino, ma al di l del crinale, verso la Romagna e le Marche, ne monti vicini ad Orbino. E invece il solo testo dantesco che sappiamo con certezza composto durante questo soggiorno sullAppennino tosco-romagnolo, la canzone Amor, da che convien pur chio mi doglia, da Dante stesso chiamata montanina,48 ci rimanda al versante toscano, esattamente alla valle casentinese dellArno: Cos mha concio, Amore, in mezzo lalpi, / nella valle del fiume / lungo l qual sempre sopra me s forte.49 Dove e presso chi Dante abbia scritto questi versi non possiamo stabilire con sicurezza: sappiamo per che i possedimenti di Guido Salvatico, bench estesi soprattutto nella valle del Montone, cio sul versante adriatico, comprendevano anche il castello di Pratovecchio in Casentino. Il castello sorgeva proprio sulla riva sinistra dellArno, sovrastato dalle vicine torri di Romena. Ora, la canzone fu inviata a Moroello con una epistola latina di accompagnamento nella quale Dante scrive di essere caduto innamorato non appena, provenendo dalla Lunigiana, aveva messo piede presso la corrente dellArno.50 A questo punto, potrebbe essere considerato pi di una semplice coincidenza il fatto che un anonimo commentatore del Purgatorio fra Tre e Quattrocento affermi che Dante am una di Prato Vecchio, per la quale, appunto, avrebbe scritto la nostra canzone.
Lepistola a Moroello fornisce alcune informazioni biografiche. La canzone, alla quale abbiamo gi accennato in relazione alle crisi psicofisiche di tipo epilettico o apoplettico descritte in alcune poesie amorose di Dante, racconta in quale condizione il poeta versi, colpito da un inatteso e repentino fulmine amoroso proprio in quella stessa valle dellArno dove, tanti anni prima, era caduto innamorato di Beatrice. Lepistola precisa le circostanze del nuovo innamoramento: A me, dunque, staccatomi dalle soglie della corte, poi sospirata, nella quale, come spesso vedeste con compiacimento, fu lecito adempiere uffici liberali, appena ebbi posto sicuro e incauto i piedi presso la corrente dellArno, dimprovviso, ahim, una donna, come folgore dallalto, apparve, non so come ai miei voti in tutto per costumi e bellezza conforme. O quanto fu il mio stupore a quella apparizione! Ma lo stupore cess per il terrore del tuono che segu. Poich come ai diurni baleni succedono i tuoni, cos, scorta la fiamma di questa bellezza, Amore tremendo ed imperioso mi ebbe suo, e questo  qualsiasi cosa era stata dentro di me a lui contraria o uccise o sband o imprigion.51 Sicuro e incauto, come Francesca e Paolo, che leggevano il libro galeotto sanza alcun sospetto.52 Inutile indagare chi possa essere questa donna fatale: a Boccaccio qualcuno aveva raccontato  lasciandolo dubbioso peraltro  che si trattava di unalpigiana dal bel viso, ma gozzuta. Gozzuta o no, di Pratovecchio o no, sar stata una castellana o domina di quelle contrade. Importa, invece, mettere in rilievo come la nostalgia espressa nella lettera per la curia malaspiniana da poco lasciata denunci quanto grande sia la diversit tra la condizione culturale della Lunigiana e quella del Casentino. Come fa anche la canzone, quando lo scrivente lamenta che tra i monti ove adesso si trova non ci siano n intendenti damore n un pubblico femminile in grado di capire e consolare: Lasso!, non donne qui, non genti accorte / veggio a cui mi lamenti del mio male.53 Insomma, ancora una volta il Casentino appare a Dante sguarnito di ambienti e di costumi cortesi.
Con uno stacco improvviso il congedo sposta il discorso sulla situazione di esule del poeta:
 O montanina mia canzon, tu vai:
 forse vedrai Fiorenza, la mia terra,
 che fuor di s mi serra,
 vota damore e nuda di pietate.54
La canzone, dunque, nel viaggio dal Casentino alla Lunigiana, probabilmente passer per Firenze (si pu pensare a un plico portato da un corriere che percorre la strada della Consuma, la quale si inerpica proprio di fronte a Pratovecchio). Bench privo di dedicatari interni, anche il testo poetico, come lepistola, sembra proprio destinato a Moroello. Sappiamo con sicurezza che nel maggio 1307 il marchese  in Val di Magra, attento ai suoi interessi finanziari lunigianesi, sicch non  un azzardo eccessivo ritenere che canzone ed epistola possano esser state scritte nella tarda primavera o allinizio dellestate di quellanno.
La canzone forse vedr la citt priva damore e di compassione che nega il ritorno al poeta. A questa Firenze spietata, se mai vi entrer, la canzone potr dire che non ha pi niente da temere da parte del suo autore, perch questi, imprigionato com da una catena amorosa, se anche la crudelt della sua patria venisse meno, non potrebbe pi farvi ritorno: Se vi vai dentro, va dicendo: Omai / non vi pu fare il mio fattor pi guerra: / l ondio vegno una catena il serra / tal, che se piega vostra crudeltate, / non ha di ritornar qui libertate.55 Se mai entrer in Firenze, se cio riuscir a farsi leggere da quelle persone alle quali Dante aveva inviato le sue suppliche, adesso la canzone non riferir nientaltro che un messaggio di resa. Giocato, anche questo, sui sentimenti: lamore per una donna lo attirava prepotentemente a Firenze, lamore per unaltra lo trattiene fuori da Firenze. In un simile congedo  implicito un omaggio cortigiano al destinatario: se lamore gli impedisce addirittura di ritornare nella citt che  in cima ai suoi desideri,  scusabile il fatto che egli si tenga lontano dal suo protettore o gli si mostri negligente: affinch alcune cose riferite per altre scrive nellepistola a Moroello cose che assai spesso sono solite essere incubatrici di false opinioni, non facciano passare per negligente chi invece  prigioniero.56 E per bisogna anche riconoscere che nella canzone Dante parla di un amore vero, bruciante. La crisi che lo colpisce quando si avvicina a questa donna, una folgorazione che gli toglie i sensi,  del tutto analoga a quella che nella giovanile canzone E mincresce di me diceva di aver provato il giorno della nascita di Beatrice. Non pu essere una coincidenza casuale: dobbiamo ammettere che questo Dante ultraquarantenne a Pratovecchio si sia innamorato con la stessa intensit con la quale si era innamorato o si innamorava da giovane (e, forse, potremmo anche pensare a una ricaduta in quella malattia di tipo epilettico alla quale anche nella canzone giovanile alludevano sintomi come lo svenimento improvviso seguito da un lento riaffiorare della coscienza). Dallo schermo amoroso, tuttavia, traspare anche altro, una sorta di disillusa rassegnazione: Dante  consapevole che  impossibile vincere la resistenza dei Neri. Forse non  una rinuncia, perch egli coltiver sempre la speranza di poter rientrare in patria, ma di sicuro  la presa datto che la sua condizione non  in quel momento reversibile. Anche perci  probabile che la canzone risalga al 1307 inoltrato, quando ormai appare chiara la debolezza politica di Corso Donati.
Sotto lombrello dei Malaspina.
Come nel canto ottavo del Purgatorio Corrado secondo Malaspina preconizzava a Dante che entro sette anni dal loro incontro (marzo 1300) avrebbe sperimentato di persona quanto fosse fondata la fama che circondava la sua famiglia, cos nel 24 il rimatore lucchese Bonagiunta Orbicciani, dopo aver sussurrato un nome femminile, Gentucca, rivela a Dante che la donna cos chiamata, ancora fanciulla nel 1300 (non porta ancor benda), gli far piacere57 la sua citt. Dante, dunque, ha soggiornato a Lucca. 
Di uomini e fatti lucchesi, del resto,  molto informato. Una saga lucchese, tutta in negativo,  il canto dei barattieri immersi nella pece di Malebolge (21); in gran parte lucchese  quello degli adulatori immersi nello sterco (18). Entrambi questi canti infernali grondano disprezzo nei confronti della citt, sia essa rappresentata da cavalieri bianchi come Alessio degli Interminelli o da popolari neri come Bonturo Dati. Pi che latteggiamento sprezzante, ovviamente dettato da motivazioni politiche, interessa che Dante mostri di possedere informazioni di prima mano. LInterminelli pu averlo conosciuto a Firenze alla fine degli anni Novanta, ma il Bonturo Dati oggetto di una sarcastica sferzata su Lucca (dove ognuom v barattier, fuor che Bonturo58)  conoscenza fatta in quella citt, di cui Bonturo, legato ai Neri fiorentini e ancora vivo quando Dante scrive (morir nel 1325), sar arbitro fino al 1314. E solo a Lucca pu avere raccolto informazioni cos precise e dettagliate sulla morte di Martino Bottaio da poter costruirvi uno dei pi straordinari meccanismi narrativi del poema. 
Nella bolgia dei barattieri Virgilio invita Dante a prestare attenzione a qualcosa che sta succedendo, e allora Dante si volta e vede un diavol nero che porta sulle spalle un peccatore appena giunto allInferno.  un alto magistrato del Comune di Lucca, di cui  taciuto il nome. Ma gli esperti di cose lucchesi, una volta informati da Dante stesso che gli eventi a cui ha assistito nella bolgia si sono svolti il sabato santo, cinque ore prima di mezzogiorno, lo possono identificare con Martino Bottaio (che fu, scrive Francesco da Buti, gran cittadino in Lucca al tempo suo, e concorse con Bonturo Dati e con altri uomini di bassa mano, che reggevano allora Lucca), morto per lappunto il 26 marzo 1300. Dante personaggio ha la visione dellarrivo allInferno della sua anima in tempo reale, in diretta, diremmo oggi.
Del resto, solo un profondo conoscitore della societ lucchese poteva escogitare che i nomi dei demoni, a cominciare da quello collettivo di Malebranche, corrispondessero a quelli di famiglie locali o a soprannomi circolanti in citt.
Eppure, se cera una citt nella quale uno sbandito bianco non avrebbe mai dovuto mettere piede, questa era proprio Lucca, la pi fedele e attiva alleata dei Neri di Firenze. Se Dante vi soggiorna, e a quanto pare anche a lungo,  perch qualcuno dotato di potere e prestigio ha garantito per lui. Il garante non pu essere stato che Moroello, la cui parola doveva contare molto in una citt di cui aveva comandato le truppe nella guerra contro Pistoia del 1302 e nella quale recentemente, nel 1306, aveva svolto lincarico di capitano del popolo. Ed  pure probabile che sia stato lo stesso Moroello a trovare a Dante un impiego, magari proprio presso la misteriosa Gentucca di cui parla Bonagiunta. Tutto ci deve essere avvenuto nel 1308, dopo il soggiorno nel Casentino.
Chi  Gentucca? Le ricerche sono state infruttuose. Il canto purgatoriale, con latmosfera misteriosa e vagamente erotica che lo circonda, pu dare adito a equivoci.  improprio chiedersi se Dante stia ringraziando per una ospitalit ricevuta o adombri una storia privata, intima, in un canto nel quale, per di pi, si parla di poesia damore. Il segreto di Gentucca  racchiuso quasi certamente nei rapporti che legavano la sua famiglia ai Malaspina e, salvo nuove scoperte archivistiche, non  dissolvibile.
Altrettanto misteriosa resta la menzione, come testimone, di un Giovanni figlio di Dante Alighieri da Firenze contenuta in un atto notarile redatto a Lucca il 21 ottobre 1308. Certo, la data collima con quella del soggiorno di Dante, e potremmo anche pensare, allora, che questo Giovanni sia il figlio primogenito, costretto a lasciare Firenze perch aveva compiuto i fatidici quattordici anni, e perci congiuntosi con il padre. Che di lui non si abbiano notizie prima di questa data non  dirimente; desta invece non pochi sospetti il fatto che non se ne abbiano dopo. Siccome il suo nome non  compreso tra gli esclusi dallamnistia del 1311, dobbiamo necessariamente pensare che egli o sia morto in giovane et prima di quella data o sia figlio di un omonimo. Tuttavia, che nello stesso torno di anni potessero circolare in Toscana due Dante Alighieri da Firenze aventi ciascuno un figlio di nome Giovanni appare una coincidenza davvero un po troppo straordinaria: la possibilit, dunque, che si tratti del primogenito del nostro Dante sembra essere lipotesi pi economica. Il fatto che Giovanni viva a Lucca con il padre non implica di per s che tutta la famiglia si sia ricongiunta in quella citt. Se Gemma era effettivamente riuscita a rientrare a Firenze,  difficile credere che se ne fosse allontanata solo un paio danni dopo.
Il crollo delle speranze
Da Lucca Dante assiste al progressivo indebolirsi dellinfluenza politica di Corso e alla sua definitiva rovina. Nel primo semestre del 1308 il Donati aveva lasciato Firenze per andare a ricoprire la carica di podest a Treviso, signoria del suo amico Rizzardo da Camino. Lincarico era prestigioso, ma se Corso aveva avvertito il bisogno di allontanarsi dalla citt era segno che non si sentiva pi tanto forte. 
E infatti al suo rientro la situazione in breve tempo precipita. Corso cade vittima di una provocazione ordita da due dei suoi pi acerrimi nemici, Pazzino dei Pazzi e Betto Brunelleschi. Questi lo fecero arrestare con laccusa di essere loro debitore; Corso fu presto liberato, ma ne nacque una lite che ben presto degener in scontri tra i suoi fautori e quelli dei Della Tosa. Corso chiese laiuto militare dei suoi sostenitori esterni, e in particolare di Uguccione della Faggiola, che si trovava ad Arezzo. I nemici allora giocarono danticipo e il 6 ottobre, ottenuta una sentenza che lo accusava di tradimento per i suoi legami con i Ghibellini, assalirono le torri nelle quali si era asserragliato. Con un inganno convinsero Uguccione, ormai prossimo a Firenze, a ritornare indietro; vistosi perduto, Corso tent la fuga, ma, inseguito, venne raggiunto e fatto prigioniero poco fuori le mura. Mentre veniva ricondotto in citt, si lasci cadere dal cavallo, che lo trascin a lungo, finch un colpo di lancia non mise fine alla sua vita. Dante ne descrive lo strazio, per bocca del fratello Forese, con toni shakespeariani:
 Or va, diss el; che quei che pi nha colpa,
 vegg o a coda duna bestia tratto
 inver la valle ove mai non si scolpa.
 La bestia ad ogne passo va pi ratto,
 crescendo sempre, fin chella il percuote,
 e lascia il corpo vilmente disfatto.59
Nella versione di Dante, Corso, rimasto impigliato in una staffa,  trascinato dal cavallo imbizzarrito in una corsa verso lInferno. Siamo nello stesso canto del Purgatorio nel quale Bonagiunta parla di Gentucca: solo a questa altezza del poema Dante abbandona la sua reticenza e indica a chiare lettere Corso come quei che pi  ha colpa del fatto che il suo luogo natale di giorno in giorno pi di ben si spolpa, / e a trista ruina par disposto.60 Dante doveva essere convinto da molto tempo che Corso fosse il maggiore responsabile della guerra civile fiorentina, ma non poteva denunciare per iscritto le colpe di colui dal quale si aspettava un aiuto concreto per ritornare in patria.
Con la morte del Donati laspettativa di ottenere una amnistia personale tramonta definitivamente. Pochi mesi dopo tramonta definitivamente anche laspettativa dei fuorusciti bianchi di essere riammessi a Firenze a seguito dellazione del legato papale.
Napoleone Orsini, cacciato da Bologna, si era trasferito a Imola, ma anche da qui, per, si era dovuto allontanare per stabilirsi nel Casentino  a Romena, presso lAghinolfo che era stato capitano dei Bianchi  e ad Arezzo. Intorno a lui si era raccolto un vasto arco di forze che andava dai Bianchi fuorusciti alle famiglie ghibelline del Mugello (gli Ubaldini) e ai Ghibellini di Arezzo; si diceva che anche Corso Donati fosse in relazioni con lui. Di fatto lOrsini aveva messo in piedi una spedizione militare che minacciava la stessa Firenze. Numerosi furono gli scontri tra i fiorentini e gli alleati del legato. Ma fu una spedizione male condotta, che non solo sub rovesci sul campo, ma che nemmeno seppe approfittare delloccasione, che pure le si era presentata, di portare un attacco decisivo a Firenze. Ai primi del 1309, dopo aver creato senza risultati tangibili molto scompiglio tra il Mugello e il Valdarno superiore, il cardinale fu rimosso dal suo incarico. 
Dante aveva scelto la strada della soluzione personale, e perci le mosse belliche e diplomatiche del legato non lo avevano coinvolto direttamente. Lui non avrebbe potuto presentarsi nella Romena in cui lOrsini aveva fissato il suo quartier generale e, ancor meno, rivolgersi ai feudatari ghibellini che aveva pubblicamente ripudiato. Ma nei castelli dei Faggiolani aveva saputo dei contatti tra Corso e il cardinale. Anche per lui, dunque, il fallimento del legato rappresentava un colpo durissimo. Doveva aver avuto la netta sensazione che una fase della sua vita si fosse chiusa. 
Di l a poco si sarebbe forzatamente chiuso anche il suo soggiorno a Lucca.
Parigi o Avignone?
Il 31 marzo 1309 un editto del Comune di Lucca impone ai rifugiati fiorentini di lasciare la citt e il distretto. Nemmeno lautorit di Moroello pu esentare Dante dallobbligo. Con lui il destino  implacabile: ogni volta che trova una sistemazione confortevole e propizia agli studi (Lucca non era sprovvista di biblioteche)  costretto a fuggire per ragioni politiche indipendenti dalla sua volont. Il bando da Lucca, comunque,  meno drammatico di quello subito a Bologna tre anni prima: l vicino ci sono i castelli dei Malaspina e la loro cortese benevolenza non  venuta meno. Sono i progetti di Dante, per, a essere cambiati. Crollata la prospettiva di poter rientrare a Firenze, non sembra pi interessato a trascorrere la sua vita tra le famiglie feudali dellAppennino, lunigianese o casentinese che sia. Il ricordo della gratificante esperienza bolognese deve rendere pi acuta la sensazione di modestia prodotta dalla vita intellettuale di quelle piccole corti di provincia, che egli pure si sforza di idealizzare. Sente il bisogno di orizzonti pi ampi, di ambienti pi ricchi di stimoli e di opportunit. 
I biografi antichi sono quasi tutti concordi nellaffermare che Dante ha frequentato lo Studio di Parigi. Laffermazione, tuttavia, non  suffragata da indizio alcuno, se non un cenno della Commedia al Vico de li Strami,61 cio alla rue du Fouarre nella quale aveva sede la Facolt delle Arti. In realt  assai dubbio che Dante abbia seguito le lezioni dei maestri parigini; giustamente uno studioso moderno si chiede perplesso: un uomo di quaranta anni suonati tra i ragazzini (tra i quattordici e i venti anni) della Facolt delle Arti? Un uomo sposato tra i chierici e i religiosi della Facolt di Teologia?. Ma se non era per luniversit, per quale altro motivo si sarebbe spinto fino a Parigi? Non sar che il Dante seduto tra i filosofi e i teologi parigini  solo una leggenda nata tra i suoi ammiratori per rafforzarne limmagine di sapiente fuori dal comune? A quellepoca, per un filosofo degno di questo nome un tocco parigino era indispensabile. 
Il nucleo di verit sotteso a questa probabile leggenda potrebbe essere un viaggio in Francia da Dante effettivamente compiuto. Nessun documento ci assiste, ma nel Purgatorio sono presenti tracce di un itinerario che dalla Lunigiana si snoda attraverso la Liguria fino alla Provenza. Il cammino, montuoso e accidentato, parte da Lerici, allestremit orientale della Liguria (e fino a pochissimo tempo prima ancora possedimento malaspiniano), e arriva a Turbia (La Turbie), allestremit occidentale, nelle vicinanze di Nizza: rispetto allerta del monte del Purgatorio, scrive Dante, Tra Lerice e Turba la pi diserta, / la pi rotta ruina  una scala, / verso di quella, agevole e aperta.62 Tra i due punti la strada attraversa il torrente Lavagna, che scende al mare tra Sestri e Chiavari (Intra Sestri e Chiavari sadima / una fiumana bella63), e poi corre in altura fino a sovrastare la cittadina di Noli, a ovest di Savona, per raggiungere la quale era necessario scendere un ripido pendio (Vassi in Sanleo e discendesi in Noli  con esso i pi64). Litinerario  esattamente quello dellantica strada romana che portava in Provenza. Insomma, sembra proprio che nei canti del Purgatorio si siano depositate le tracce di un lungo e faticoso viaggio via terra. Lunico periodo nel quale, per unanime consenso, Dante pu essersi trasferito in Francia  quello tra il 1309 e il 1310, cio dopo che ebbe abbandonato Lucca. La circostanza che i canti del poema nei quali sono sparsi i segnali geografici sopra indicati siano stati composti proprio in quel biennio rafforza lipotesi.
Le tracce, per, vengono meno proprio ai confini con la Provenza. Esili indizi di una conoscenza della regione provenzale sono reperibili nel Paradiso. Tuttavia quello pi corposo e pertinente, perch sembrerebbe presupporre una visione in loco, si trova nellInferno ed  costituito dalla succinta descrizione della necropoli degli Alyscamps di Arles, alla quale Dante nel cerchio degli eretici paragona la distesa di avelli scoperchiati: S come ad Arli, ove Rodano stagna, / s com a Pola, presso del Carnaro, / chItalia chiude e suoi termini bagna, / fanno i sepulcri tutt il loco varo.65 A parte il fatto che  assai dubbio che Dante abbia mai visto Pola in Istria, ammettere che qui scatti il ricordo di una visita alla citt provenzale urta contro ostacoli cronologici difficilmente superabili: la composizione dei canti che raccontano lingresso nella citt di Dite, infatti, con un alto grado di probabilit dovrebbe essere anteriore alla data del viaggio in Francia. Pertanto, o Dante qui fa sfoggio di conoscenze libresche o i canti in questione sono stati sottoposti a una successiva riscrittura, anche solo parziale. Unipotesi, questultima, possibile, ma assai gravosa. In ogni caso, la Commedia non registra impressioni o ricordi del percorso che avrebbe portato Dante dalla Provenza a Parigi.
Nel 1309 Dante lascia i Malaspina e parte per la Francia. Se mancano indicazioni che si sia spinto fino a Parigi, la meta del viaggio non avrebbe potuto essere Avignone?
In quegli anni Avignone, dove, dal marzo 1309, Clemente quinto si era stabilito definitivamente (si ricordi che la Provenza era dominio degli Angioini di Napoli e non del re di Francia), si avviava a diventare la nuova capitale culturale dEuropa. Cominciava ad attirare intellettuali e persone che cercavano opportunit professionali. Molto sensibili al richiamo della citt del papa erano gli esuli bianchi di Firenze, che nella curia potevano contare sulla simpatia dei due cardinali pi potenti, Niccol da Prato e Napoleone Orsini. Anche per un Dante in cerca di un ambiente nel quale far valere le proprie doti intellettuali e la propria ragguardevole cultura, e al quale era preclusa Bologna, Avignone con le sue corti cardinalizie avrebbe rappresentato la soluzione pi confacente. In quegli ambienti non ci sarebbero state preclusioni politiche nei suoi confronti: tuttal pi, lui era noto per le sue prese di posizione contro Bonifacio ottavo, ma la curia di Clemente era filofrancese e antibonifaciana. Il problema, semmai, sarebbe stato quello delle entrature. 
Dante aveva sicuramente stretto rapporti con il domenicano Lapo da Prato, inviato in missione, nellaprile 1304, da Niccol da Prato presso i vertici dellUniversit dei Bianchi, ma non risulta che abbia mai incontrato di persona il cardinale;  possibile che a Bologna abbia avuto qualche contatto con Napoleone Orsini allinizio della sua legazione, ma se mai ci furono, furono contatti fugaci. Insomma, anche se non mancavano conoscenti capaci di fare da mediatori, sembra proprio che nessuno dei principali canali che avrebbero potuto agevolare linserimento di un fuoruscito bianco nella societ avignonese fosse alla sua portata. 
Dalla sua, per, Dante aveva sempre i Malaspina. Mentre avrebbero potuto fare ben poco nelleventualit di un suo soggiorno a Parigi, i Malaspina sarebbero stati in grado di intervenire a suo favore se si fosse recato ad Avignone. Uno dei cardinali pi influenti nella curia, Luca Fieschi (nipote di Ottobono Fieschi dei conti di Lavagna, che fu papa nel 1276 con il nome di Adriano V), era fratello, infatti, di Alagia, la moglie di Moroello. I rapporti tra i clan Fieschi e Malaspina, essendo i loro territori confinanti, non erano esenti da tensioni, ma i legami tra Moroello e la famiglia della moglie si mantennero sempre stretti, improntati al rispetto e alla collaborazione. Che Alagia e il marito possano aver chiesto al potente congiunto di adoperarsi per il loro protetto non desterebbe, dunque, alcuna meraviglia. 
Tuttavia  inutile chiedersi se Dante abbia ottenuto qualcosa. La sua stessa presenza ad Avignone resta una mera ipotesi. La sola cosa probabile, anche se non provata,  che egli, nella primavera del 1309 o poco dopo, abbia lasciato lItalia per la Francia o la Provenza. 
Un nuovo re di Germania
Dante  ancora a Lucca quando in Europa succedono cose alle quali, sul momento, egli non sembra dare grande importanza, ma che sono destinate a imprimere alla sua vita una svolta radicale quasi quanto quella subita con il bando del 1302. 
Il primo maggio 1308 il re dei Romani (titolo spettante agli imperatori non incoronati) Alberto primo dAsburgo  assassinato da un nipote. Il 27 novembre, a Francoforte sul Meno, Enrico di Lussemburgo, forte dellappoggio di uno dei sette grandi elettori, il fratello Balduino arcivescovo di Treviri e, forse, del segreto sostegno del papa, ancora una volta consigliato da Niccol da Prato, viene eletto re di Germania. Sar incoronato ad Aquisgrana allinizio dellanno successivo. Enrico, di lingua e cultura francese, era vassallo del re di Francia Filippo il Bello. A fare notizia non fu lelezione di un nuovo re di Germania, ma il fatto che essa fosse avvenuta contro il volere del re francese. Questi, infatti, aveva candidato al trono suo fratello Carlo di Valois, quello stesso che abbiamo visto in azione a Firenze in veste di paciere. 
La reazione di Dante sembra alquanto tiepida. Nel canto sesto del Purgatorio, contenente la celebre apostrofe: Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!,66 lItalia  paragonata a un cavallo; ma come la nave  senza nocchiero, cos il cavallo  senza cavaliere: la sella  vta.67 Il cavaliere che dovrebbe seder  in la sella  Cesare,68 limperatore. Quando scrive questi versi, dunque, Dante  ancora persuaso che la sede imperiale sia vacante: evidentemente non sa che il neoeletto Enrico si propone di scendere in Italia per cingere la corona imperiale, proposito che sar ufficializzato solo nellestate del 1309. Sa comunque che un re di Germania  stato eletto: nellapostrofe, infatti, si rivolge al vivente (nel 1300) Alberto dAsburgo minacciando sopra il suo sangue il giusto giudicio del Cielo come punizione per aver abbandonato lItalia, per non aver inforcato gli arcioni di quel cavallo indomito e selvaggio che essa  diventata. La punizione sar tale da incutere paura al suo successore: tal che l tuo successor temenza naggia.69 Una minaccia, questa, scritta dopo che luccisione dellAsburgo (preceduta lanno prima dalla morte del figlio Rodolfo) era intervenuta a dare corpo alla profezia e dopo che Enrico era stato eletto nuovo re di Germania. 
Insomma, fra il 1308 e i primi mesi del 1309 lelezione di un re di Germania non basta perch Dante ritenga che la vacanza dellimpero, che perdurava dalla fine degli Hohenstaufen, sia finalmente terminata. Dalla morte di Federico secondo (1250) ben tre eletti (Rodolfo dAsburgo, nel 1273; Adolfo di Nassau, nel 1291; Alberto dAsburgo, nel 1298) avevano ottenuto il titolo di re dei Romani senza conseguire poi lincoronazione imperiale; niente lasciava credere che il debole conte di Lussemburgo sarebbe riuscito l dove avevano fallito tutti i suoi predecessori. Da qui il distacco, quasi il disincanto di Dante. Sentimenti, peraltro, che egli non era il solo a provare.  significativo che quando, circa un anno dopo, si sparger la notizia che il neoeletto sarebbe effettivamente sceso in Italia, la cosa susciti addirittura stupore presso lopinione pubblica della penisola, impreparata a un evento che non si era pi verificato a memoria duomo.
La scrittura dellattualit: la Commedia
Per luomo Dante gli anni del pentimento sono una parentesi ben presto chiusa e dimenticata. La velocit con la quale, infrantasi la speranza di ottenere il perdono dai Neri, egli ritorna a posizioni politiche e ideologiche simili a quelle espresse, fra il 1304 e il 1306, nel Convivio e nel De vulgari eloquentia suggerisce che in quel preteso pentimento, nonostante le sue proteste di sincerit, ci fosse una forte componente strumentale. Per il poeta Dante, al contrario, gli anni del pentimento segnano un passaggio irreversibile. Il tentativo di fare breccia nei cuori dei suoi nemici lo induce a riprendere il poema cominciato prima dellesilio e poi lasciato in sospeso: quellincompiuta, infatti, proprio perch concepita da un Guelfo fiorentino non sfiorato da dubbi ideologici e politici, adesso pu essere il piedistallo sul quale costruire un autoritratto di guelfo leale da offrire come garanzia della sua fedelt ai valori di Firenze. Sia chiaro, la Commedia che noi conosciamo pu essere lo sviluppo di un progetto passato, ma in realt nasce nellesilio, e con intendimenti diversi da quelli a cui quel progetto mirava. Tra questi forse il pi determinante  la volont di Dante di allontanare da s la taccia di traditore. Che egli concepisca un tale capolavoro sotto lo stimolo di esigenze contingenti e perseguendo pure obiettivi pratici, dice molto sulla sua forma mentis e su quanto stretto sia il rapporto della sua creativit con il vissuto. Ma dice anche quanto dolorosa gli fosse la condizione di esule e come il desiderio di porvi fine, da cui era nato quel pentimento forse insincero, fosse in lui incoercibile. Se in alcune sue linee generali, ivi compresa limpostazione visionaria, la Commedia pu essere stata concepita prima dellesilio, senza il trauma dellesilio non sarebbe il poema che .
Il legame tra la Commedia e laspirazione di Dante a ritornare in patria vale per lInferno, ma non per le due cantiche successive. Gi nel Purgatorio sono altri i suoi riferimenti politici e ideali. Ci non stupisce. Il poema, impregnato di autobiografismo pi di ogni altra opera dantesca, registra fedelmente i mutamenti di schieramento e, soprattutto, il continuo variare delle attese del suo autore. Bench dia la sensazione di essere un organismo strutturato in modo ferreo, e perci pensato e progettato in un solo momento, in realt esso si  sviluppato giorno per giorno, con incessanti cambiamenti di rotta. Da questo punto di vista  lopera di Dante che pi e meglio esprime la sua esigenza di parlare di s, di ci che ha fatto, detto, vissuto, delle sue prese di posizioni politiche, dei suoi ideali e della sua mutevole visione del mondo. La Commedia, dunque,  un poema bifronte: parla dei destini dellumanit in una prospettiva escatologica e, nello stesso tempo, compie una lettura puntuale e insistita della pi stretta attualit.  unopera di finzione, ma in et medievale non esistono altre opere di finzione che registrino in modo cos sistematico, tempestivo e quasi puntiglioso fatti della storia, della cronaca politica, della vita intellettuale e sociale contemporanei. E, per di pi, senza temere di addentrarsi in retroscena noti solo per sentito dire o in quello che oggi chiameremmo gossip politico e di costume. Per molti aspetti, assomiglia agli odierni instant-book. I lettori di allora potevano riconoscervi eventi accaduti da pochissimo tempo e il profilo di molti personaggi scomparsi di recente o, addirittura, ancora in piena attivit. Ebbene, nel corso della stesura Dante ha cambiato molto spesso le sue idee,  passato da uno schieramento politico a un altro, da un protettore a un altro, magari nemico del precedente. I percorsi biografici, le oscillazioni, le contraddizioni dellautore sono tutti registrati nel libro, il quale si presenta, contemporaneamente, come lettura profetica della storia dellumanit e come autobiografia. Ma  unautobiografia assai particolare, dal momento che iscrive le azioni e i pensieri del protagonista nel destino di un uomo dotato del dono eccezionale della profezia.
La Commedia  un libro scritto pensando ai posteri, ma indirizzato a un pubblico vicino allautore al momento della scrittura. Un pubblico che cambia nel tempo a seconda che Dante cambi il luogo di residenza, lo schieramento politico in cui milita, gli ideali a cui tende. Resta inalterato, per, il modo in cui, nel rappresentare la realt extraletteraria, Dante connette la scrittura allattualit. Questa penetra nel testo per ammicchi, allusioni, segnali criptici, messaggi sottintesi: Dante, infatti,  consapevole di stare scrivendo per un pubblico diverso nel tempo ma sempre informato, quindi capace di decodificare i messaggi nascosti e di capire le allusioni al presente.  bene insistere sul fatto che i cenni e le allusioni sparsi nel poema si riferiscono a fatti recenti, a volte recentissimi: molti possono essere compresi con facilit solo nellimmediatezza degli eventi (e infatti i loro riferimenti storici si sono in gran parte persi con il passare del tempo). Dante, certo, non poteva prevedere che la composizione di questo libro lo avrebbe impegnato per tutta la vita e che il Paradiso sarebbe stato pubblicato solo dopo la sua morte, ma sicuramente immaginava che gli sarebbero occorsi parecchi anni per completarlo. E allora perch tanta cura di stare sulla notizia pur sapendo che il testo sarebbe circolato quando quella notizia non sarebbe stata pi tanto significativa?  ragionevole ipotizzare che egli non licenziasse singoli canti o gruppetti di canti consentendone copia, ma che durante i lunghi anni di lavoro ne desse lettura a un pubblico ristretto e interessato. Si comprenderebbe meglio, allora, perch affidasse a molti passi del libro messaggi politici che acquistavano valore proprio dallessere emessi a caldo, a ridosso degli eventi.
LInferno guelfo
 possibile che durante il soggiorno in Lunigiana Dante abbia effettivamente recuperato, come racconta Boccaccio, materiali rimasti a Firenze e che ci lo abbia stimolato a riprendere il lavoro intorno al poema interrotto. Nellepistola con la quale dal Casentino, nel 1307, accompagna linvio a Moroello Malaspina della canzone montanina confessa al marchese che il nuovo travolgente amore che lo ha improvvisamente catturato empiamente band, quasi fossero sospette, le assidue meditazioni con le quali consideravo le cose terrestri e quelle celesti.70 Tam celestia quam terrestria: il sintagma consuona talmente con la definizione che molti anni dopo Dante dar della Commedia come poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra,71 da rendere plausibile che stia parlando della stessa opera. Opera a cui attendeva quando lamore lo avvinse. La ripresa dellInferno, dunque, sembra proprio avvenuta in Lunigiana, forse nella seconda met del 1306. La sua composizione, salvo interventi locali, correzioni e riscritture anche estese apportati in seguito, si deve ritenere conclusa, per indizi interni, alla fine del 1308 o ai primi del 1309, nellultimo periodo del soggiorno a Lucca (Dante, comunque, attese ancora alcuni anni a pubblicare la cantica, probabilmente fino alla seconda met del 1314). La scrittura del Purgatorio segu a ruota, e si protrasse per parecchi anni: la pubblicazione, infatti, avverr solo tra la fine del 1315 e la prima met del 1316.
Sappiamo che nei quasi tre anni vissuti fra Lunigiana, Casentino e Lucca Dante cerca di entrare in sintonia con i Neri, in particolare con la fazione di Corso e con i suoi alleati esterni, nel tentativo di stornare da s la taccia di ghibellino e di accreditarsi, al contrario, come guelfo verace. Riscontrare come lInferno nella sua interezza delinei un ritratto dellautore perfettamente congruente con quello che Dante intendeva offrire ai suoi avversari politici chiarisce quale sia stata la molla reale che lo aveva spinto a riprendere in mano il poema interrotto. Ignoriamo come egli abbia proceduto nel rifacimento del gi scritto: qualcosa, comunque, sembra aver conservato se limpostazione di fondo di quel poema, o abbozzo di poema, ancora traspare nella redazione definitiva dei primi canti. Siccome vi intesseva un discorso etico-politico rivolto ai concittadini, adesso quellimpostazione poteva essere il punto di partenza per un poema nel quale un guelfo sbandito ribadisse la sua fedelt agli ideali fiorentini e il suo sentirsi, bench cacciato, ancora membro della comunit. Come  stato scritto, un Inferno guelfo, ma con una importante precisazione: guelfo in senso politico. Dante aveva gi scritto Convivio e De vulgari, aveva gi maturato convinzioni ideologiche filoimperiali e, in ogni caso, assai diverse da quelle del partito della Chiesa. Nella prima cantica non le sostiene, ma neppure le smentisce; limita il suo discorso, tatticamente, al puro piano dello schieramento politico. E non rinnega neppure  come non fa, del resto, nemmeno nei testi nei quali confessa la sua colpa e chiede perdono  la sua appartenenza alla parte bianca: afferma con forza, invece, il suo essere erede convinto della tradizione guelfa con la quale da decenni si identificava, al di l delle divisioni interne, la comunit fiorentina.
Due figure esemplari della storia fiorentina
Il canto dellInferno nel quale, tra gli eretici, Dante incontra Farinata degli Uberti, la figura simbolo del ghibellinismo fiorentino, deve essere stato uno dei primi composti alla ripresa del lavoro. Tra Dante e il grande Ghibellino si sviluppa un dialogo teso, a botta e risposta, un vero scontro politico. Il messaggio sotteso  trasparente: Dante autore proclama a protettori e nemici che lui si  definitivamente staccato dalle pericolose frequentazioni del recente passato (si ricorder che aveva combattuto contro Firenze fianco a fianco con Lapo degli Uberti, nipote di Farinata). Anche Cavalcante, che sconta la pena nella stessa arca infuocata di Farinata, era stato un famoso capo di parte, ma di parte guelfa. Dante sembra assumere un atteggiamento equanime appaiando un Guelfo e un Ghibellino, ma  unequanimit solo apparente. Cavalcante era guelfo, s, ma guelfo bianco, della stessa fazione di Dante. Che i due antichi avversari siano congiunti nella pena diventa allora figura della condanna etica e politica dei loro discendenti, alleatisi per combattere Firenze. Pi che dai Bianchi, tuttavia, Dante doveva prendere le distanze dai Ghibellini. Ecco allora che tra gli eretici sono dannati, e per di pi senza una sola parola di commento, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, un campione del ghibellinismo toscano, e limperatore Federico secondo di Svevia (qua dentro  l secondo Federico / e l Cardinale72), che dei Ghibellini era il massimo punto di riferimento. Perch, adesso, questi due grandi ghibellini si trovino entrambi allInferno  facilmente comprensibile se si considera che solo poco tempo prima, nel Convivio, Federico secondo era stato trattato con molto rispetto per la persona e con reverenza nei confronti della carica, e che nel De vulgari era stato addirittura oggetto, insieme al figlio Manfredi, di un appassionato e altisonante elogio.
Nel canto 15, composto a poca distanza di tempo da quello di Farinata, compare un altro dei personaggi pi illustri della storia fiorentina, Brunetto Latini. Se Farinata  il ghibellino per antonomasia, Brunetto  lintellettuale pi rappresentativo del guelfismo fiorentino. Lui pure, dunque,  un simbolo. Nella Commedia, e nella storia politico-intellettuale di Dante, questo di Brunetto, in realt,  un ritorno.
Negli anni Novanta del Duecento, allepoca delle canzoni etico-civili, il Latini rappresentava per Dante il modello del saggio che mette a disposizione della citt il suo sapere e la sua esperienza del mondo per accrescerne il tenore morale e intellettuale. Modello ancora ben presente al Dante che, in Firenze, abbozza i primi canti del poema che sarebbe diventato la Commedia. Lincipit celeberrimo (Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / ch la diritta via era smarrita73) allude infatti in modo scoperto allinizio del Tesoretto, dove il Latini racconta come, sulla via del ritorno dallambasceria condotta per conto del Comune presso Alfonso decimo di Castiglia, informato da uno studente che venia da Bologna della sconfitta dei Guelfi fiorentini a Montaperti e della loro cacciata dalla citt, per il dolore aveva perso lorientamento e, abbandonata la via maestra, si era trovato, senza accorgersene, in una selva orribile. Lallusione dantesca, lasciando intravedere dietro a uno smarrimento etico-esistenziale una realt di grave disordine politico, va ben oltre il semplice omaggio letterario: in effetti, collocare linizio del poema allombra del pi illustre intellettuale guelfo di Firenze non  un gesto neutrale, sembra piuttosto il modo di autoproclamarsene erede.
Ci accadeva allinizio del secolo, ma passano pochi anni e Dante sembra averlo dimenticato. Di Brunetto non c traccia nel Convivio; il De vulgari eloquentia lo nomina addirittura tra i toscani che, nella loro demenza, pretendono di arrogarsi il titolo del volgare illustre, mentre scrivono solo versi municipali. Una intemerata dal tono sferzante. Adesso, alla ripresa del poema, latteggiamento si rovescia ancora. Brunetto diventa una delle figure centrali a sostegno della rivendicazione dantesca di appartenere a quella tradizione politico-culturale impersonata proprio dallantico maestro. Nel canto infernale Dante ne enfatizza il ruolo magistrale (Lo mio maestro74) con espressioni altisonanti (minsegnavate come luom setterna75). Alle lodi del maestro accompagna la reiterata esibizione del rapporto filiale da cui si sente a lui legato: O figliuol mio, O figliuol, la cara e buona imagine paterna.76 Dirsi figlio di Brunetto significa dichiararsene erede, indicare s stesso, per quanto cittadino sbandito, come il vero interprete dei valori della tradizione guelfa comunale. Brunetto giudica un onore lesilio inflitto allallievo per ben far, e con ci gli rilascia una patente di cittadino integro e fedele ai principi della comunit fiorentina. Bianchi e Neri, gli dice ancora Brunetto, avranno fame di te,77 ti vorranno entrambi distruggere, a dimostrazione  ecco il pensiero sottinteso  che Dante non appartiene a nessuna fazione e che la sua rettitudine politica  propria di chi, come Brunetto, ha a cuore i destini della patria e non di una sua parte. Dante pu indicare s stesso come erede del Latini non bench sbandito, ma perch sbandito.
Una reticenza carica di significato
Dallincontro con Farinata apprendiamo che Dante  un esule. Il Ghibellino, infatti, gli predice che lui pure, entro quattro anni dal loro incontro, apprender quanto pesi larte del tornar, vale a dire quanto sia faticoso e penoso ci che uno sbandito  costretto a fare per rientrare in patria. Le parole di Farinata inquadrano il periodo della vita di Dante in cui egli vanamente cerca il perdono. Farinata, per, nulla dice sul quando, sul perch e da chi Dante sar esiliato. La cosa singolare  che in nessuno dei canti precedenti queste informazioni erano state date: Ciacco aveva predetto che entro tre anni la parte cerchiesca sarebbe caduta e che la parte donatesca vincitrice lavrebbe oppressa per molto tempo, ma non aveva fatto cenno alcuno a un bando che avrebbe colpito lo stesso Dante. Dopo Farinata, anche Brunetto tacer sul perch e sul quando della cacciata di Dante da Firenze, limitandosi ad accennare allingrato popolo maligno che, proprio a causa del suo ben far, gli si far  nimico,78 e si diffonder invece sulle reazioni ostili di Bianchi e Neri al suo tradimento. Il fatto che nellInferno Dante autore non parli mai n dei modi n delle cause n delle responsabilit della sua condanna ha come conseguenza che il racconto mette in scena un personaggio al quale sono preannunciate le gravi difficolt a cui andr incontro nel tentativo di ritornare in patria senza che qualcuno gli abbia predetto che dalla patria sarebbe stato bandito. In effetti in tutta la Commedia, e non solo nellInferno, c una grande lacuna, un non detto carico di significato: Dante non produce alcuna analisi storico-politica degli anni decisivi che vanno dal priorato al bando. Brunetto accomuna nella colpa indistintamente tutto il popolo di Firenze, come se non fosse stata una parte precisa di quel popolo a espellerne unaltra; Cacciaguida nasconder le specifiche responsabilit di uomini e partiti dietro una generica Firenze noverca.79 Il perch di tanta reticenza  evidente: se avesse parlato di quegli eventi, Dante non avrebbe potuto esimersi dal denunciare le responsabilit di Corso Donati e della sua parte. Ma nel biennio durante il quale compone lInferno  proprio Corso, come si  detto, la persona da cui spera di avere lappoggio decisivo per rientrare. E comunque, non era il caso che un fuoruscito in cerca damnistia si mettesse a rivangare le azioni dei Neri in quel frangente. Solo nel Purgatorio, per bocca del fratello Forese, il Donati sar indicato come quei che pi  ha colpa della rovina di Firenze; ma quando Dante scriver quel canto, Corso sar morto. 
La prima versione del canto di Ciacco  anteriore al precipitare dello scontro politico fiorentino. Dobbiamo presumere, dunque, che i versi nei quali il goloso risponde alla richiesta di Dante di sapere a che verranno / li cittadin de la citt partita,80 e cio: Dopo lunga tencione / verranno al sangue, e la parte selvaggia [i Cerchieschi o Bianchi] / caccer laltra [i Donateschi o Neri] con molta offensione. / Poi appresso convien che questa caggia / infra tre soli, e che laltra sormonti,81 siano stati scritti durante il lavoro di rifacimento della prima parte dellInferno, dopo il 1306. Di quei versi colpisce laffermazione che i Bianchi cacceranno i Neri con molta offensione, perch, come fa notare uno storico del Medioevo, quellevento non si verific mai, e pertanto risulta strano che, dopo aver accennato a una cacciata, che, collettiva cos come viene prospettata, non ebbe mai luogo, Ciacco, e Dante per lui, presenti la rivincita dei perdenti di allora [i Neri] come se fosse consistita nella risalita di un piatto della bilancia, mentre laltro era andato gi [Poi appresso convien che questa caggia /  e che laltra sormonti], o in un giro della ruota della fortuna, senza alcun riferimento  alla cacciata dei Bianchi  che invece, in questo caso, ci fu per davvero. Ebbene, la ricostruzione degli eventi fatta da Ciacco-Dante risulta del tutto comprensibile se ammettiamo che quei versi siano stati scritti da un Dante che, cinque o sei anni dopo lesilio, giudica gli accadimenti di allora con la prudenza di chi persegue lobiettivo di ritornare in patria.  con questo spirito di (forzata) pacificazione che egli colloca sostanzialmente sullo stesso piano fatti che sapeva essere stati diversi tra loro e che presenta il colpo di Stato dei Neri come una naturale reazione alla pari violenza che sarebbe stata esercitata dai Bianchi. 
Quasi una palinodia: i primi canti del Purgatorio.
Dante comincia a scrivere il Purgatorio subito dopo lInferno, quindi tra il 1308 e il 1309, a Lucca. La continuit di scrittura d un risalto ancora pi forte alla discontinuit politica e ideologica della seconda cantica rispetto alla prima. NellInferno, dellimpero e del suo ruolo universale non si parla o, meglio, se ne parla nel canto secondo per sostenere che esso era stato voluto da Dio in funzione del papato: la quale [Roma] e l quale [impero], a voler dir lo vero, / fu stabilita per lo loco santo / u siede il successor del maggior Piero.82 Se questa formulazione, come sembra probabile, risale alla prima stesura fiorentina del canto, quei versi vanno considerati un residuo del pensiero rigorosamente guelfo del Dante di allora. Tuttavia, durante la composizione di Convivio e De vulgari eloquentia, prima cio della ripresa della Commedia, egli aveva mutato notevolmente le sue idee intorno allimpero  che comincia a considerare necessario affinch gli uomini possano conseguire la felicit terrena  e aveva espresso giudizi lusinghieri proprio su quelli che la Chiesa considerava i suoi peggiori nemici. Ma di questatteggiamento filoimperiale lInferno scritto dopo il 1306 non serba tracce. Non che Dante abbia cambiato idea e sia regredito alle posizioni ideologiche anteriori allesilio, ma, in un certo senso, si  censurato. Diciamo che, per ottenere lamnistia personale, ha cercato di fornire unimmagine di s politicamente corretta e, nello stesso tempo, ha ritenuto inopportuno manifestare le nuove convinzioni sul rapporto tra impero e papato che era andato maturando. 
Nel Purgatorio, invece, e fin dai primi canti, lottica filoimperiale  evidente.  come se Dante, chiusa una parentesi, avesse riannodato il filo della riflessione avviata con i trattati. 
Nel canto 16 un personaggio, di cui quasi nulla sappiamo, di nome Marco Lombardo espone la teoria dei due soli: un tempo limpero romano era illuminato da due soli, uno (limperatore) mostrava la strada del mondo e laltro (il papa) quella di Dio, ma poi un sole, il papa, ha spento laltro assommando su di s il potere spirituale e quello temporale, e questo  ci che il mondo ha fatto reo.83 La crisi morale e politica in cui il mondo  precipitato ha una data di nascita: la guerra che il papato ha mosso allimperatore Federico secondo. Spiega Marco Lombardo che In sul paese chAdice e Po riga, / solea valore e cortesia trovarsi, / prima che Federigo avesse briga:84 in altre parole, in Lombardia (ma il discorso vale per lItalia intera) i valori cortesi erano ancora in auge prima che la Chiesa entrasse in contesa con limperatore svevo. Lo spartiacque  quanto mai significativo se si pensa che quellimperatore, la cui sconfitta si  rivelata cos esiziale per il bene pubblico, nella cantica precedente era stato relegato allInferno come eretico.
La prima met del Purgatorio (compreso, forse, il canto di Marco Lombardo)  stata scritta in fretta, entro lestate del 1310. Dunque, la brusca inversione di rotta non  dipesa dallaspettativa innescata dalla discesa in Italia di Enrico settimo, ma  precedente. In realt, a riportare Dante alle posizioni ideologiche di due o tre anni prima sono stati eventi di portata storica assai pi limitata: non la speranza di una palingenesi dellumanit, ma la certezza, prodotta dalla morte di Corso e dal fallimento dellOrsini, che la sua condizione personale non sarebbe cambiata. Crollate sia la possibilit di unamnistia individuale sia la prospettiva di un rientro dellintera parte bianca,  come se Dante si sentisse libero di esprimere le sue reali convinzioni. Ed ecco che egli attacca la nuova cantica con un piglio quasi palinodico. 
Nel decimo canto dellInferno, come si  detto, Federico secondo era stato messo tra le arche infuocate degli eretici in compagnia di Farinata, di Ottaviano degli Ubaldini e di Cavalcante Cavalcanti. Sappiamo perch Dante ha collocato il guelfo Cavalcanti accanto a quei suoi avversari politici, cos come sappiamo perch ha steso sulla parte ghibellino-imperiale lombra inquietante delleresia. A partire dagli anni Cinquanta del Duecento, nella pratica politica dei legati e in quella giudiziaria degli inquisitori eresia e ghibellinismo avevano finito per coincidere. Dante, dunque, non faceva che adeguarsi ai luoghi comuni della propaganda antimperiale. Li accettava per marcare la sua distanza dalla parte ghibellina. Ebbene, proprio allinizio del Purgatorio, nel canto terzo, compare il figlio naturale di Federico secondo, Manfredi, nemico della Chiesa quanto e pi del padre e ultimo vero baluardo della causa imperiale. Sono evidenti la simpatia che circonda la sua persona: biondo era e bello e di gentile aspetto;85 il rispetto e lammirazione per la sua famiglia: nepote di Costanza imperadrice,86 cio  come scriver nel Paradiso  la gran Costanza / che del secondo vento di Soave [Enrico sesto di Svevia] / gener l terzo e lultima possanza [Federico secondo];87 la condanna del papa Clemente quarto e del suo legato Bartolomeo Pignatelli, pastor di Cosenza,88 che a lume spento, secondo il trattamento previsto per i morti scomunicati, aveva fatto esumare il corpo di Manfredi negandogli la sepoltura cristiana. Insomma, una rappresentazione siffatta denota una partecipazione anche emotiva alla causa imperiale che il Dante di soli pochi mesi prima non avrebbe esternato. Riappare adesso lo stesso Dante che nel 1304, nel De vulgari eloquentia, accomunava Federico imperatore e il suo degno figlio Manfredi definendoli eroi luminosi, che finch la fortuna lo permise perseguirono ci che  umano, sdegnando ci che  da bruti.89
Se Farinata era stato il capo carismatico dei Ghibellini di Firenze, dopo la rovina di Manfredi la figura di spicco del ghibellinismo italiano era stata quella di Guido da Montefeltro. Per un quarto di secolo, prima come vicario di Corradino di Svevia, poi come capo militare dei Ghibellini di Romagna e, infine, come capitano generale dei pisani contro i fiorentini, il Montefeltro aveva contrastato lespansionismo guelfo-angioino. Risponde dunque a una precisa strategia politica la circostanza che, allestremo opposto dellInferno, allepisodio di Farinata ne corrisponda uno incentrato sul Montefeltro, e che vi corrisponda con analogo segno negativo. Guido, che solo poco tempo prima nel Convivio era stato definito lo nobilissimo nostro latino,90 forse nel senso di il pi nobile degli italiani, adesso  ridotto a un fraudolento che per tutta la vita aveva operato non da leone, ma da volpe, e che, addirittura, pone le sue arti al servizio del suo nemico Bonifacio ottavo. Il fatto poi che il famoso consiglio (lunga promessa con lattender corto91) da lui elargito al papa, che gli chiedeva come abbattere Palestrina, roccaforte dei suoi nemici Colonna, possa essere uninvenzione di Dante svela che questi voleva infamare uno dei maggiori nemici ghibellini di Firenze, colpendone deliberatamente lonorabilit.
Il rovesciamento di giudizio, ma potremmo anche dire la restituzione dellonore ai Montefeltro, passa anche questa volta, come gi per Federico secondo, attraverso la figura di un figlio, il Buonconte che Dante incontra nel canto 5 del Purgatorio. Buonconte aveva combattuto a Campaldino tra le file ghibelline, trovandovi la morte, ma anche la salvezza eterna, proprio nello scontro decisivo per il guelfismo fiorentino. Lassoluzione che Dante gli concede , ovviamente, anche un riconoscimento politico e si riverbera su altri personaggi non nominati nel poema e, soprattutto, viventi; per esempio su quel Lapo degli Uberti, lui pure combattente a Campaldino, con il quale Dante si era trovato a collaborare durante le guerre dei fuorusciti: era proprio da lui e da altri come lui che egli voleva prendere le distanze scontrandosi con il defunto Farinata. A differenza di Manfredi, che si compiace della propria bella figlia,92 Buonconte si aggira tra le altre anime con bassa fronte, con atteggiamento vergognoso, e questo perch  dichiara lui stesso  sulla terra Giovanna o altri non ha di me cura.93 Non siamo in grado di decifrare a chi e a cosa alluda; nemmeno sappiamo se la Giovanna nominata sia la moglie o una figlia.  indubbio, per, che lindefinito altri rimanda a qualcuno del suo sangue. Una figlia di nome Manentessa aveva sposato il Guido Salvatico di Dovadola di cui Dante era stato ospite un anno o due prima della composizione di questo canto: non sar allora che egli voglia condire la riabilitazione dellantico nemico ghibellino con una stoccata contro quella parte dei Guidi, ostile ai Bianchi, a cui era stato costretto a chiedere aiuto e da cui adesso, caduto il progetto di ottenere il perdono, si sente psicologicamente e politicamente lontano?
Gratitudine e risentimento
Se la stoccata  diretta contro i Guidi di Dovadola, Dante ci va leggero: essa pu essere percepita solo da chi sia molto addentro alle vicende familiari dei Montefeltro e dei Dovadola. Ci va leggero perch quel ramo dei Guidi era imparentato con i Malaspina di Giovagallo, e mai nella Commedia Dante si mostra irrispettoso nei confronti di questa famiglia. Anzi, Inferno e Purgatorio sono collocati sotto il segno dei Malaspina, cos come il Paradiso o, meglio, una parte di esso, sar posto sotto legida degli Scaligeri.
Dante nulla risparmia ai suoi nemici personali o politici, ma  anche largo di riconoscimenti nei confronti di amici e protettori. Tuttavia, siccome la composizione della Commedia si  protratta nel tempo e in questo lungo periodo Dante ha sperimentato protezioni e inimicizie diverse, e ha anche mutato i propri giudizi politici, accuse ed elogi possono cambiare di segno e, addirittura, capovolgersi. Esemplare  il trattamento riservato ai Malaspina e agli Scaligeri. 
Dopo il 1316 Dante vivr per un certo periodo a Verona ospite di Cangrande della Scala, e sar a Verona che scriver il canto del Paradiso nel quale Cacciaguida gli profetizzer lesilio e le sue traversie di esule. Ebbene, Cacciaguida gli parler del suo primo  refugio presso Bartolomeo della Scala e dei grandi benefici94 che ricever da Cangrande, ma non spender una sola parola per ricordare il lungo e importante soggiorno che Dante far in Lunigiana e lappoggio che ricever dai Malaspina. Quando scrive il canto di Cacciaguida, Dante, per, non aveva solo gi scritto, ma anche pubblicato lInferno e il Purgatorio, e sappiamo che il canto ottavo del Purgatorio contiene sia un altisonante elogio del valore e delle virt di quella casata sia la predizione che egli avrebbe sperimentato di persona quanto giusta fosse la fama che lonora. Sempre nel Purgatorio, invece, labate di San Zeno in Verona ha pronunciato parole sprezzanti nei confronti di Alberto (padre di Bartolomeo, Alboino e Cangrande), e quindi dellintera famiglia scaligera. Il rovesciamento di segno, dunque,  totale.
Dante esprime la sua riconoscenza ai marchesi di Lunigiana in primo luogo attraverso gli elogi del canto di Corrado secondo e la rappresentazione minacciosa, ma oggettivamente celebrativa, di Moroello che si abbatte come un fulmine sui pistoiesi, e poi mediante una fitta rete di riferimenti orientati in funzione dei Malaspina. Alla citazione onorevole dei loro amici e alleati contrappone le censure e le dure condanne riservate a nemici e avversari. Nello stesso canto in cui dialoga con Corrado, Dante incontra lanima di Nino Visconti, gi signore (giudice) della Gallura. Questi, sfuggito alla congiura dellarcivescovo Ruggieri, si era rifugiato a Firenze (dove Dante pu averlo conosciuto), facendosi promotore della lega contro Pisa. Non a caso il giudice Nino  presentato insieme a Corrado. Tra i Visconti di Pisa e i Malaspina, infatti, a seguito di una complessa vicenda legata ai possedimenti sardi dei Gherardeschi, dei Visconti e dei Malaspina (vicenda nella quale si intrecciavano gli interessi, oltre che delle casate ricordate, dei pisani e della corona dAragona), esistevano rapporti molto stretti. Il legame tra il Visconti e i Malaspina  cementato, inoltre, da un insieme di contratti matrimoniali sui quali Dante, che durante il soggiorno in Lunigiana era venuto a conoscenza delle storie familiari e delle reti di interessi dei suoi ospiti, imposta una parte rilevante dellepisodio purgatoriale. Nino parla a Dante con affetto di sua figlia Giovanna (Giovanna mia95) e in termini duri della moglie Beatrice (Non credo che la sua [di Giovanna] madre pi mami  Per lei assai di lieve si comprende / quanto in femmina foco damor dura, / se locchio o l tatto spesso non laccende96), luna e laltra viventi negli anni in cui Dante scrive (Beatrice morir nel 1334 e Giovanna nel 1339).  unistantanea di famiglia carica di implicazioni politiche. Beatrice dEste, la vedova di Nino, si era risposata con Galeazzo Visconti di Milano. Ma agli occhi di Dante e, soprattutto, a quelli dei suoi protettori Malaspina la vera colpa di quella donna era stata non quella di essersi risposata, ma di averlo fatto con un membro di una famiglia ghibellina sodale dei Doria di Genova, loro nemici. Al contrario, la figlia Giovanna (titolare dei feudi sardi del Visconti), che gi era stata promessa a Corradino Malaspina (di cui Corrado secondo era zio), dopo unintricata trattativa svoltasi proprio negli anni in cui Dante si trovava in Lunigiana, nel novembre 1309 aveva sposato il signore di Treviso Rizzardo da Camino, esponente di una famiglia guelfa amica dei Malaspina di Giovagallo. Come si vede, Dante sta alludendo a vicende accadute solo pochi mesi prima della scrittura del canto. 
Mi rendo conto che  faticoso districarsi tra parentele dirette e acquisite, promesse matrimoniali e matrimoni celebrati, eppure per comprendere a pieno le allusioni dantesche  necessario proiettare sui suoi versi questa rete genealogica, tenendo presente che nellintreccio tra antiche famiglie feudali (come i Malaspina) e nuovi tiranni (come i Visconti di Milano) ogni legame allacciato o rotto o negato aveva forti ripercussioni di tipo politico e patrimoniale. Ecco perch le donne hanno un ruolo cos rilevante, sia nella realt storica sia nella rappresentazione dantesca.
Nel Purgatorio Dante mette in scena il papa Adriano quinto, il quale accenna a una sua nipote di nome Alagia, virtuosa, a differenza del resto della sua famiglia (Nepote ho io di l cha nome Alagia, / buona da s, pur che la nostra casa / non faccia lei per essempro malvagia97). Non  difficile capire perch solamente Alagia si salvi nel giudizio negativo che colpisce lintera sua famiglia una volta ricordato che si tratta della moglie di Moroello Malaspina. E gli altri malvagi chi sono? Una di loro  proprio Beatrice dEste. Lei (e il fratello Azzo ottavo, infatti, sono figli di una sorella di Adriano V, e quindi zii di Alagia. Ma ancora peggiore per i Malaspina e, di conseguenza, per Dante doveva essere Eleonora, cugina di Alagia, sposata con Bernab, figlio dellodiato Branca Doria, genovese. 
Questi, insieme al romagnolo Alberico dei Manfredi,  protagonista di una delle pi straordinarie invenzioni narrative del poema: le anime di entrambi sono conficcate nel ghiaccio della Tolomea mentre i loro corpi sono ancora in vita, ma abitati da un diavolo (il Doria sopravvivr allo stesso Dante, morendo nel 1325). Il vivente Doria  collocato tra i peccatori pi neri dellInferno in quanto traditore degli ospiti. Avrebbe trucidato il suocero, il sardo Michele Zanche, signore di Logudoro (lui pure collocato allInferno, nella bolgia dei barattieri), dopo averlo invitato a un banchetto, e ci per impadronirsi dei suoi domini sardi. Ancora una volta, dunque, una storia legata alla questione della Sardegna. Ma di questa truce vicenda le cronache e i documenti tacciono, sicch le uniche fonti risultano il racconto dantesco e i commenti alla Commedia. Dante ne sar venuto a conoscenza presso i Malaspina, imparentati alla lontana con lo Zanche. Sar stata lefferatezza del delitto compiuto a far s che Branca venisse eccezionalmente raffigurato da Dante come un morto vivente?  poco plausibile; in genere le sue condanne, come le sue assoluzioni, dipendono o da considerazioni di ordine politico o da risentimento (o gratitudine) personale.  probabile, invece, che dietro loscuro episodio ci siano implicazioni che a noi sfuggono e che toccavano gli interessi o le alleanze dei Malaspina.  certo, in ogni caso, che nel 1307 proprio Branca Doria aveva occupato militarmente il castello malaspiniano di Lerici: anche in questo caso, Dante scrive a ridosso degli eventi, a distanza di pochi mesi da un fatto che aveva gravemente danneggiato i suoi protettori. 
Pi in generale, allusioni malevole e accuse infamanti vanno inquadrate nellambito delle difficili relazioni tra i Malaspina dello Spino secco e la confinante Genova, ed  proprio in questottica che acquista il suo pieno significato lapostrofe ai genovesi che chiude il canto di Branca Doria: Ahi Genovesi, uomini diversi / dogne costume e pien dogne magagna, / perch non siete voi del mondo spersi?.98 Un discorso simile andrebbe fatto anche per Pisa, altra storica nemica dei Malaspina: del resto, non  casuale che questo canto ospiti anche il racconto della tragedia di Ugolino della Gherardesca, strettamente collegato al giudice Nino, e che, con perfetto parallelismo, quel racconto si chiuda con la celebre invettiva: Ahi Pisa, vituperio delle genti / del bel paese l dove l s suona, / poi che i vicini a te punir son lenti, / muovasi la Capraia e la Gorgona, / e faccian siepe ad Arno in su la foce, / s chelli annieghi in te ogne persona!.99
Una questione delicata.
Tra i protettori di Dante non possiamo certo annoverare i Donati. Semmai essi o, meglio, il loro ramo pi importante, vanno elencati tra i suoi pi aspri avversari politici: lo hanno combattuto durante gli anni fiorentini; con Corso sono stati tra i maggiori responsabili del suo esilio; insieme ai Della Tosa hanno fatto fallire il tentativo di pacificazione del cardinale Niccol da Prato. A buon diritto, dunque, Dante avrebbe potuto considerarli nemici, alla stessa stregua di Bonifacio ottavo. E invece nella Commedia sono trattati diversamente da Bonifacio.
Come comportarsi nei confronti dei Donati, per Dante doveva essere un nodo particolarmente difficile da sciogliere. Non poteva dimenticare che Gemma era una Donati e che, grazie a quel matrimonio, lui, figlio di un piccolo uomo daffari, si era legato con uno dei pi nobili e potenti clan cittadini. Insomma, era una questione spinosa, da affrontare, comunque, con delicatezza. 
Il suo atteggiamento  complessivamente improntato a un grande rispetto, reso ancor pi significativo dal tono sprezzante con il quale parla dei Cerchi, che pure erano stati i capi della sua parte politica e ai quali era debitore del suo cursus honorum. Nel Paradiso, in anni nei quali le passioni che lo animavano ai tempi degli scontri fiorentini e durante la guerra civile dovevano essere, se non spente, molto attenuate, ancora li boller di fellonia, di vilt. Nel corso del poema, poi, insiste sulle loro umili origini e sullessere immigrati dal contado solo in tempi recenti, a differenza dei Donati, famiglia di antico insediamento cittadino e di indiscutibile preminenza sociale. 
Il nodo pi intricato, ovviamente, era quello di Corso. Solo nel Purgatorio Forese ne predice la morte e la dannazione. Lanima di Corso non poteva che precipitare allInferno, e per  molto significativo il contesto della predizione. Che a pronunciarla sia il fratello non va inteso come una sorta di contrappasso; al contrario, la figura amica di Forese con la sua presenza sembra smussare ogni astiosit di quella pur giusta e inevitabile condanna. Al Corso dannato allInferno fanno da contrappeso il fratello salvo e purgante e, in Paradiso, prima delle anime incontrate da Dante, la sorella Piccarda, beata nientemeno che insieme a Costanza, la madre di Federico secondo.  stato scritto che fra Purgatorio e Paradiso Dante tesse una vera e propria apologia della famiglia di Forese e di Corso. Se parlare di apologia pu essere forse eccessivo,  corretto sottolineare come nei suoi incontri con i fratelli Donati egli esibisca una familiarit che sembra alludere a qualcosa di pi dellamicizia. Amichevole e fraterno  lincontro con Forese; amichevole e fraterno sar pure quello con Piccarda: il rievocare una passata consuetudine, addirittura un trascorso compagnonaggio (Se tu riduci a mente / qual fosti meco, e qual io teco fui100 dice Dante allamico), stempera le pur inevitabili accuse al capo della famiglia (nascoste dietro un reticente uomini poi, a mal pi cha bene usi101), stende sul nucleo malvagio dei Donati un velo di bont, fraternit, amicizia.
Forese si abbandona a una violenta invettiva contro le sfacciate donne fiorentine102 e loda, per contrasto, la pudicizia di sua moglie Nella (Tanto  a Dio pi cara e pi diletta / la vedovella mia, che molto amai, / quanto in bene operare  pi soletta103), ancora in vita nel 1300 e, forse, anche quando Dante scriveva. Come interpretare lelogio di Nella? Come una sorta di ritrattazione e di risarcimento del ritratto poco lusinghiero che tanti anni prima Dante ne aveva fatto nella tenzone di sonetti ingiuriosi scambiati con il marito? Laveva descritta come una povera donna sfortunata, raffreddata anche in piena estate perch non riscaldata dal consorte.  possibile che lelogio purgatoriale abbia anche questo significato, ma si tenga presente che pure Cacciaguida boller con parole di fuoco limpudicizia delle donne di Firenze citando come esempio supremo di licenziosit una certa Cianghella (Saria tenuta allor tal meraviglia / una Cianghella104). A noi questo nome dice poco, il passare del tempo lo ha ridotto a simbolo, ma ai contemporanei di Dante, soprattutto fiorentini, diceva molto: Cianghella  vivente anchessa come la vedova di Forese  apparteneva infatti alla potente famiglia dei Della Tosa, i quali erano gli avversari pi acerrimi dei Donati e fra i pi decisi sostenitori del bando contro i Bianchi. Insomma, anche dietro a ci che a noi, oggi, pu sembrare nientaltro che un tardivo risarcimento amicale (Nella) o il ripescaggio di una figura quasi da proverbio (Cianghella), in realt si celano le strategie politiche di Dante e gli sferzanti giudizi che egli riserva agli avversari. 
La stesura del Purgatorio procede in modo spedito fin verso lestate del 1310, dopo di che rallenta notevolmente e, per qualche periodo, d pure la sensazione di fermarsi. Rallentamenti e pause coincidono con la stagione del pieno coinvolgimento dantesco nellavventura di Enrico settimo.

4. ARRIVA UN IMPERATORE.

1310 1313.
sorgono i segni della consolazione e della pace.105
Una partita a quattro.
Era consuetudine che il re di Germania assumesse il titolo di re dei Romani, titolo necessario per procedere allincoronazione imperiale, su concessione del papa. Al neoeletto Enrico di Lussemburgo mancava la conferma (confirmatio) papale, ma questa non tard ad arrivare. Dopo una breve trattativa  nella quale Enrico aveva fatto molte concessioni al papa, fino al punto di riproporre la tradizionale immagine dei due astri, il pi luminoso dei quali, il sole, era equiparato al pontefice, mentre limperatore era solo la luna  alla fine del luglio 1309 Clemente quinto emanava unenciclica (Exultet in gloria) con la quale non solo gli riconosceva il titolo di re dei Romani, ma fissava gi la data dellincoronazione a Roma per il 2 febbraio 1312, giorno della Purificazione. 
Si apriva cos una partita a quattro  fra Enrico di Lussemburgo, Clemente quinto, il re di Francia Filippo il Bello e il re di Napoli Roberto dAngi  che per circa quattro anni avrebbe segnato in profondit la vita politica della penisola. Enrico, a capo di un piccolo Stato sprovvisto di mezzi finanziari e militari, per esercitare un ruolo effettivo in Germania aveva bisogno dellappoggio papale. Appoggio indispensabile anche per poter ristabilire i diritti imperiali sulla porzione dItalia che ancora, formalmente, faceva riferimento allimpero, cio quella settentrionale e centrale (con lesclusione, dunque, dei domini di San Pietro, del regno angioino del Sud e della Sicilia aragonese); unimpresa del genere gli avrebbe conferito unautorit che dopo Federico secondo nessuno dei suoi predecessori aveva mai avuto. Anche il papa aveva bisogno di Enrico. Egli progettava, infatti, di svincolarsi dalla tutela del re di Francia: a questo scopo favoriva il nascere di una alleanza tra limperatore germanico e il re di Napoli, vassallo della Chiesa e suo tradizionale braccio armato. Sarebbe stato un vero e proprio rovesciamento della consueta politica della Chiesa: fino ad allora, per garantire i suoi possedimenti in Italia e la supremazia del potere spirituale su quello temporale, il papato aveva cercato di deprimere il potere imperiale contrapponendogli il blocco guelfo angioino-francese. Il re di Francia, a capo della pi forte potenza europea, avrebbe avuto, invece, tutto da perdere se il disegno di Clemente quinto si fosse realizzato: il rinascere di un efficace potere sovranazionale avrebbe ridimensionato quello delle giovani monarchie e, in particolare, proprio di quella francese, il cui punto di forza erano il protettorato che esercitava sul papato e lalleanza con gli Angioini. La posizione di Roberto dAngi, da poco succeduto sul trono di Napoli al padre Carlo secondo (morto il 5 maggio 1308), era la pi scomoda: non poteva rompere con il papa, ma, nello stesso tempo, rischiava di perdere il ruolo di capo e tutore dello schieramento guelfo in Italia. A complicare ulteriormente la sua politica estera cera poi lannosa questione della Sicilia in mano aragonese, un problema che le nuove prospettive che si profilavano avrebbero potuto, a seconda della piega degli avvenimenti, o risolvere in modo per lui positivo o chiudere con uno scacco irrimediabile. Per questi motivi si muover a lungo in modo prudente e ambiguo, e solo in un secondo tempo si opporr apertamente, anche con le armi, allimperatore. In realt il gioco era a cinque, perch della partita era anche Firenze. Firenze e i Comuni guelfi (ma in parte anche ghibellini) della Toscana e dellItalia settentrionale non avevano dubbi: la discesa in Italia dellimperatore avrebbe potuto infliggere un grave colpo allautonomia di cui ormai da molti decenni godevano; Firenze, perci, si era schierata immediatamente contro lipotesi di un ritorno dellimpero e si era subito assunta il compito di guidare lopposizione.
Nellestate del 1309, quando presso la curia papale si svolgono gli eventi appena ricordati e a Spira, in agosto, in una dieta appositamente convocata, Enrico comincia a programmare il viaggio in Italia, Dante avrebbe potuto trovarsi ad Avignone, o di passaggio verso Parigi o per restarvi. Dovunque fosse, quegli avvenimenti non devono averlo impressionato pi di quanto avevano fatto, sei mesi prima, le notizie sullelezione del nuovo re di Germania.  vero che adesso si parlava ufficialmente di una incoronazione a Roma, ma questa era stata programmata di l a tre anni e lesperienza insegnava che un conto era fare una promessa e un altro mantenerla.
Del resto, i mesi che seguirono sembrarono dare ragione allo scetticismo di Dante. Per quasi un anno Enrico si interess della Germania e la spedizione in Italia, almeno nellattenzione dellopinione pubblica internazionale, pass in secondo piano. In realt, il re dei Romani non poteva comportarsi diversamente. Per lui stabilire la sua autorit sui territori tedeschi era assolutamente prioritario. Enrico si mostr abile, riusc a trovare un accordo con gli Asburgo, che ormai si erano abituati a ritenere loro quasi per via ereditaria il trono imperiale, e, con un matrimonio, ad attribuire al figlio Giovanni il regno di Boemia. E poi la discesa in Italia non sarebbe stata una passeggiata: non si trattava, infatti, di partecipare soltanto a una cerimonia dincoronazione (che gi di per s, comunque, rivestiva un altissimo valore simbolico e politico, tanto  vero che per quasi un secolo i papi si erano rifiutati di celebrarla), ma di riaffermare i diritti imperiali su citt, territori, giurisdizioni feudali che non li riconoscevano pi da tanto tempo o che li riconoscevano solo formalmente. Per arrivare a Roma avendo prima pacificato lItalia in nome della giustizia imperiale erano dunque necessari un lungo e paziente lavoro diplomatico che spianasse il pi possibile il terreno e, nello stesso tempo, lallestimento di una vera e propria spedizione militare.
Agli inizi della primavera del 1310 Enrico settimo si sente pronto e accelera i tempi. Una serie di ambascerie ufficiali preannuncia alle citt della Valle Padana e della Toscana, visitate a una a una, la decisione del re dei Romani di scendere in Italia con il programma di riportarvi la pace. Pace  la parola centrale della propaganda di Enrico: egli si presenta come luomo che Dio ha destinato a porre fine alle contese cittadine e alle guerre tra fazioni, ad abbattere le tirannidi, cio i regimi signorili nati con la forza e privi di legittimazione, a restaurare la tranquillit dentro e fuori le mura con il metro di una giustizia imparziale. La sua maggiore preoccupazione  di mostrarsi al di sopra delle parti, guelfe e ghibelline. Il constatare che il neoeletto era veramente intenzionato a portare in Italia le insegne imperiali, dopo tanto disinteresse da parte dei suoi predecessori, e, soprattutto, che questo suo progetto godeva dellappoggio del papa, sulle prime suscita reazioni di meraviglia, alle quali, a volte, seguono manifestazioni di vero e proprio entusiasmo. Particolarmente felici, ovviamente, sono i Ghibellini, sia al governo sia sbanditi, nonch i fuorusciti guelfi. Come  lecito attendersi, c anche chi fa buon viso a cattivo gioco. Le citt guelfe della Toscana, dellUmbria e Bologna entusiaste non sono: gi nel marzo 1310 danno vita a una lega in funzione antimperiale (che gode del sostegno, non ancora palese, del re di Francia e di Roberto dAngi). Firenze, poi, non fa nemmeno buon viso. Nel loro giro toscano gli ambasciatori, dopo aver toccato la ghibellina Pisa (dove sono accolti trionfalmente), Lucca (dove laccoglienza  formalmente corretta) e San Miniato (antica roccaforte imperiale), il 2 luglio entrano a Firenze, dove tira unaria completamente diversa. Laccoglienza  pi che fredda, al punto che loratore incaricato, Betto Brunelleschi, uno dei responsabili della rovina di Corso, risponde addirittura con scortesia alle richieste dei legati di Enrico. Questi lasciano Firenze per Arezzo senza avere ottenuto niente, nemmeno limpegno a presentarsi a una assemblea plenaria che Enrico intendeva convocare a Losanna (e che effettivamente si terr in autunno senza i fiorentini). A rasserenare gli animi non avr aiutato la presenza nella delegazione imperiale, forse con il ruolo di consigliere, di un pistoiese bianco bandito dai fiorentini tre anni prima, Simone di Filippo Reali, che ricopriva un ruolo non secondario nella corte di Enrico. Cominciamo a cogliere un piccolo segnale delle contraddizioni in cui sarebbe caduta la politica di un sovrano che, mentre voleva presentarsi super partes, finiva inevitabilmente, dato lintrico inestricabile degli odi e delle divisioni italiane, per scontentarne una delle due e, a volte, entrambe insieme. Altro membro della legazione imperiale era Ludovico di Savoia (nipote del conte Amedeo quinto, cognato di Enrico), che si stava recando a Roma per assumervi la carica di senatore, evidentemente in vista della futura incoronazione. 
Nemmeno le azioni di Clemente quinto, comunque, sono esenti da ambiguit e contraddizioni. Il 19 agosto 1310 aveva nominato rettore di Romagna Roberto dAngi: era un modo per assicurarsi che quei territori della Chiesa non sarebbero stati toccati. Tuttavia, che lo volesse o no, quella decisione veniva a creare un fronte, anche militare, che, saldando Romagna, Bologna e Firenze, avrebbe impedito il passaggio di gran parte dei valichi appenninici allesercito imperiale, lasciandogli libero solo il corridoio tirrenico. Si aggiunga che alla fine della primavera Roberto aveva lasciato la Provenza (dove si trovava nei mesi dellelezione di Enrico e del riconoscimento papale) per ritornare a Napoli e che durante il viaggio aveva stretto accordi con parecchie citt piemontesi. Il 30 settembre era entrato trionfalmente a Firenze, dove si era fermato quasi due mesi, e fu proprio qui che ricevette le insegne ufficiali di vicario papale in Romagna. In questa citt  nella quale era gi stato come duca di Calabria cinque anni prima, chiamatovi in soccorso contro i Bianchi galvanizzati dalla missione di Niccol da Prato  Roberto fra le altre cose si dedic a quella che doveva essere una sua passione, la predicazione (di lui ci restano quasi trecento sermoni latini): per ben tre volte sal sul pulpito di Santa Maria Novella. Con malevolo sarcasmo Dante lo definir re da sermone106 (e quindi inadatto a cingere la spada), e non sar il solo a ironizzare su questa sua mania. A Firenze il novello re di Napoli si sar dedicato anche a cose pi sostanziose del predicare: avr cominciato fin da allora a organizzare la futura resistenza a Enrico. Ancora, per, con grande circospezione, lasciandosi aperta la strada a possibili accordi.
Aspettando limperatore
Le voci, sempre pi insistenti nella primavera del 1310, che il re dei Romani si apprestava effettivamente a scendere in Italia questa volta devono avere colpito Dante. Aveva appena finito di lamentare nel Purgatorio il disinteresse degli imperatori per lItalia e di denunciare la vacanza del seggio imperiale; gi da alcuni anni si stava interrogando sulle tragiche conseguenze prodotte sulla cristianit dalla politica sopraffattrice della Chiesa: ebbene, adesso, allimprovviso, i sogni di riforma sembravano concretizzarsi. In ci Dante non poteva non scorgere il segno della mano divina. E poi un imperatore che dichiarava di voler sedare le discordie e pacificare le citt divise, a lui, reduce dal doloroso fallimento del tentativo di ottenere unamnistia personale, offriva una solida e inaspettata speranza di mettere fine allesilio. Per tutto ci, e anche perch Dante era incapace di tenersi lontano dagli avvenimenti, dovunque si fosse trovato deve aver deciso che il suo posto era in Italia. Non sappiamo n da dove sia partito n quale strada abbia percorso e nemmeno in quale preciso momento del 1310 si sia messo in cammino; sappiamo, per, che nel luglio di quellanno si trovava a Forl, di cui era ancora signore Scarpetta Ordelaffi.
Biondo Flavio racconta con molti dettagli lambasceria dei legati di Enrico settimo a Firenze nel luglio 1310, dopo di che riferisce il severo giudizio che Dante, il quale allora (nel luglio 1310 o poco dopo) viveva a Forl (Fori Livii tunc agens), avrebbe espresso sulla sprezzante risposta che i fiorentini avevano dato ai legati, da lui tacciata di temerariet, petulanza e cecit, in una lettera a Cangrande della Scala scritta a nome suo e dei fuorusciti di parte bianca (partis Albae extorrum et suo nomine data). Di questa preziosa testimonianza il dato pi sicuro  quello relativo alla presenza di Dante a Forl nellestate del 1310; fanno molto discutere, invece, sia la possibilit che allora Dante scrivesse a Cangrande, sia che lo facesse anche a nome dei fuorusciti bianchi. 
Alboino della Scala e il fratello Cangrande erano il pi solido puntello del ghibellinismo nellItalia settentrionale, un equivalente di ci che Pisa e Arezzo rappresentavano in Toscana. Saranno tra i primi a rendere omaggio a Enrico sul territorio italiano (ad Asti, allinizio di dicembre 1310), ma gi nel luglio in cui si era svolta lambasceria a Firenze avevano accolto con grandi onori a Verona i legati imperiali che visitavano le citt del Nord. Non sarebbe sorprendente, allora, che Dante scrivesse a Cangrande per informarlo sullesito dellincontro che si era svolto a Firenze in parallelo a quello di Verona. Non sarebbe sorprendente, beninteso, a patto che si trattasse non di uniniziativa personale, ma di un messaggio inviato a nome dei fuorusciti fiorentini e dei loro amici ghibellini. Del resto, perch Dante si sarebbe recato a Forl, proprio nella citt in cui pi intensa era stata la sua partecipazione alla vita dellUniversit dei Bianchi, se non fosse stato spinto da precisi interessi politici? Limminente arrivo dellimperatore in lui suscitava, s, aspettative di ordine personale, ma doveva essergli chiaro che, passato il tempo delle soluzioni individuali, queste avrebbero potuto realizzarsi solo nellambito di un progetto collettivo.  naturale, dunque, che, rientrato in Italia, si dirigesse l dove quel progetto poteva essere sostenuto da gruppi organizzati, i quali si concentravano prevalentemente a Pisa, centro di raccolta del fuoruscitismo soprattutto ghibellino, e fra Romagna e Casentino: Dante non aveva relazioni significative con Pisa (dalla quale, negli anni appena trascorsi, lo aveva tenuto lontano anche il rapporto privilegiato con i Malaspina), ma ne aveva di ampie e radicate tra Romagna e Toscana. Ed  proprio nei luoghi dai quali si era allontanato quando aveva abbandonato la politica attiva che comincia la stagione del suo nuovo impegno e a fianco degli antichi compagni.
Con i vecchi compagni di lotta
Se qualcuno obiettasse che una rottura cos netta come quella che aveva diviso Dante e gli altri esuli, e che, per di pi, era sfociata in atti di aperta inimicizia, non poteva essere ricomposta tanto facilmente, si potrebbe rispondere sulle generali che, allora come oggi, la vita politica era fatta di rovesciamenti di fronte, di divorzi e di riappacificazioni: la regola che in politica non esiste la parola mai valeva, eccome, anche ai tempi di Dante. Per quanto riguarda lo specifico, nellestate del 1310 era chiaro a tutti, sia a quelli che lauspicavano sia a quelli che lo temevano, che larrivo di Enrico di Lussemburgo avrebbe sconvolto molti equilibri. Gi allora le acque della politica italiana si stavano rimescolando, antiche divisioni sembravano sul punto di cadere. La parola dordine che circolava in quei mesi tra le corti, le citt e i gruppi organizzati era di superare gli steccati tra Guelfi e Ghibellini e tra Bianchi e Neri in vista di un complessivo riordino della societ italiana (ci penser la storia a smentire in fretta queste aspettative).
 pi che probabile, dunque, che Dante sia rientrato, per cos dire, nei ranghi e che di nuovo abbia messo a disposizione dei gruppi bianchi e ghibellini le sue competenze di dictator e di intellettuale. Potremmo dire che aveva ripreso il suo mestiere di segretario e di addetto alle relazioni esterne. Una conferma la fornisce lui stesso nella lettera che nellaprile 1311 invier a Enrico: non solo nella salutatio afferma che ai suoi piedi si prostrano Dante Alighieri e i Toscani tutti, che desiderano pace,107 ma nel corpo dellepistola dichiara di scrivere a nome suo e di altri: io che scrivo per me e per gli altri.108
La Forl che Dante ritrova dopo sei o sette anni dassenza non  pi la stessa che aveva lasciato. Scarpetta era ancora luomo forte della citt, ma i Calboli, estromessi dagli Ordelaffi, premevano per rientrare. Quando, in settembre, diventer effettiva la nomina di Roberto dAngi a rettore della Romagna, il suo vicario Niccol Caracciolo imporr fra laltro a Scarpetta di fare ritornare in citt i Calboli guidati da Fulcieri. In queste condizioni  improbabile che Dante si sia trattenuto a lungo a Forl. Il nuovo spirito unitario che stava diffondendosi gli consentiva, per, di riprendere a frequentare, sul versante adriatico dellAppennino, famiglie ghibelline, come i Guidi di Modigliana-Porciano, i Guidi di Bagno e i Faggiolani, che mai lo avrebbero ricevuto dopo che si era proclamato pentito di aver fatto causa comune con loro. E nel Casentino gli si potevano aprire di nuovo le porte dei castelli dei Guidi di Romena. Si aggiunga che la prospettiva dellarrivo di Enrico non poteva lasciare indifferenti, e in effetti non li lasci, neppure quei Guidi, come i Dovadola o i Battifolle, che erano schierati con i Neri di Firenze: erano pur sempre conti palatini, cio di investitura imperiale, e anche per loro, quindi, era doveroso rispondere al richiamo di un futuro imperatore.  dunque possibile che nella seconda met del 1310 Dante si sia mosso da Forl alla volta delle corti feudali della Romagna e del Casentino.
La corona di ferro.
Nei primi giorni dottobre 1310 Enrico di Lussemburgo parte da Ginevra e, alla testa di un piccolo esercito, attraverso i territori del cognato Amedeo quinto di Savoia, valica le Alpi. Il 30 del mese entra solennemente in Torino.
Era stato preceduto da una lettera enciclica, indirizzata il 1 settembre a tutti gli ecclesiastici e secolari di qualunque grado, con la quale Clemente quinto chiedeva ai sudditi del re dei Romani di assisterlo nellopera di pacificazione che egli avrebbe svolto durante il suo viaggio verso Roma, dove sarebbe stato incoronato imperatore. Il papa, dunque, acconsentiva ufficialmente a che Enrico effettuasse la sua discesa in Italia prima della data prevista, senza per pronunciarsi sullanticipo dellincoronazione da lui richiesto. 
Da Torino, muovendosi lentamente e facendo tappa a Chieri, Asti, Casale, Vercelli, Novara e Magenta, il corteo imperiale raggiunge Milano due giorni prima di Natale. La marcia attraverso il Piemonte e la Lombardia era stata un successo. Enrico aveva sensibilmente ingrossato le sue truppe, e altrettanto sensibilmente impinguato, con doni e imposte, le sue non floridissime finanze; soprattutto aveva suscitato grande entusiasmo: a ogni tappa si erano presentati a rendergli omaggio non solo i potenti locali, ma anche i rappresentanti di molte altre citt o giurisdizioni feudali centro-settentrionali (per esempio, a Vercelli si era recato Moroello Malaspina, che poi si sarebbe aggregato al corteo fino a Milano, e prima lo aveva omaggiato il cugino ghibellino Franceschino) e, ovviamente, delegazioni di fuorusciti di entrambi i colori politici. I primi contatti con la realt italiana avevano mostrato che la politica pacificatrice che Enrico si riprometteva era effettivamente praticabile: nelle singole citt era riuscito ad appianare gravi divergenze tra fazioni e a imporre la sua autorit attraverso la prassi  inaugurata a Chieri e divenuta poi una sua costante  di nominare un vicario regio con pieni poteri, il quale dirigeva i Consigli, governava le finanze, impartiva la giustizia e comandava le forze armate. Si era mosso con accortezza, aveva fatto mostra di non propendere per nessuna delle parti in causa (mentre tutti si aspettavano un trattamento di favore nei confronti dei Ghibellini) e cos aveva rafforzato quellimmagine di uomo e di sovrano dedito al bene comune che la sua propaganda gi da mesi diffondeva attraverso documenti e ambascerie. Il corteo che entra a Milano, pertanto,  molto pi consistente e rappresentativo di quello che era sceso dal Moncenisio. Anche a Milano, tuttavia, deve intervenire negli affari interni della citt, costringendo i guelfi Della Torre, signori di fatto, ad accogliere i ghibellini Visconti, che ne erano stati espulsi (Matteo Visconti era entrato in citt insieme a lui ed era diventato uno dei suoi uomini di fiducia). 
Enrico ha scelto Milano perch, l, vuole farsi incoronare re dItalia. Secondo unantica ma desueta tradizione, agli imperatori dovevano essere imposte tre corone: ad Aquisgrana, quella argentea di re di Germania; a Roma, quella aurea di imperatore; a Milano (oppure a Monza o a Pavia), quella ferrea di re dItalia. In realt lincoronazione a re dItalia, che non conferiva titolo o diritto alcuno che lincoronato non avesse gi a seguito delle sue investiture a re di Germania e dei Romani, aveva pi un significato simbolico che giuridico-politico, tanto  vero che da Carlo Magno in poi pochi imperatori lavevano richiesta. Era solo un fatto dimmagine, che per consentiva a Enrico di rinvigorire il senso della sua azione restauratrice in Italia.
La data della cerimonia  fissata per il 6 gennaio 1311, giorno dellEpifania, nella basilica di SantAmbrogio. Dallultima incoronazione di un re dItalia (quella di Enrico sesto di Svevia nel 1186, ancora vivente e regnante il padre Federico Barbarossa) era passato tanto tempo che nessuno ricordava pi quale fosse il cerimoniale dellevento. E neppure si riusciva a trovare la leggendaria corona ferrea, tanto che ne venne in gran fretta fabbricata una nuova. Insomma, lincoronazione milanese  pi che altro una grande festa volta a compattare lo schieramento filoimperiale. Vi assistono ambasciatori di tutto il cosiddetto Regnum Italiae, ma non di Firenze e delle altre citt guelfe a essa collegate.
Un manifesto politico
Vi assiste anche Dante? Non abbiamo elementi n per affermarlo n per negarlo. Nella lettera che invier a Enrico in aprile, Dante afferma di avere avuto lonore di essere ricevuto in udienza. Potrebbe essere accaduto a Milano, nei giorni dellincoronazione, ma anche in una delle tante localit che il corteo del sovrano aveva toccato dopo Torino. Per ottenere un colloquio con il re dei Romani, Dante deve essere stato presentato da qualcuno introdotto a corte. Potrebbe essersi trattato di Moroello  a Vercelli (il 16 dicembre 1310), da dove poi avrebbe potuto seguire la corte fino a Milano  o di uno dei suoi conoscenti prestigiosi (come Uguccione della Faggiola) che attorniavano Enrico durante la sosta milanese. Pi che il luogo dove  avvenuto lincontro, importa stabilire a che titolo Enrico lo abbia ricevuto. Ludienza fu concessa a titolo personale o perch Dante era portavoce di una parte politica? 
Dante non si era presentato a mani vuote. Dopo lenciclica di Clemente quinto del primo settembre 1310 e prima che Enrico arrivasse a Torino aveva scritto unepistola, una sorta di manifesto filoimperiale, indirizzata a tutti e ai singoli re dItalia, ai senatori dellalma citt di Roma, ai duchi, marchesi e conti e ai popoli,109 cio allintera classe dirigente della penisola. Nella sostanza era un invito alla pacificazione generale, resa possibile proprio dal sole che gi stava spuntando allorizzonte. Lepistola si colloca esplicitamente sulla linea segnata dallenciclica papale di settembre, addirittura citata nelle ultime righe. Per sottolineare la necessaria concordia tra i due massimi poteri riprende limmagine dei due astri, il sole-papa e la luna-imperatore, che Clemente aveva usato nellenciclica con la quale, nel luglio dellanno precedente, aveva riconosciuto a Enrico il titolo di re dei Romani. Che papa e imperatore debbano collaborare tra loro rester un punto fermo negli scritti danteschi per tutta la durata dellavventura italiana di Enrico. 
Lepistola si articola in pochi punti, ma chiari. Gli empi e i malvagi saranno puniti dal nuovo Cesare, che li disperder con la sua spada e che consegner la sua vigna ad altri agricoltori  dunque, limperatore proceder, dove necessario, a cambiare i governanti in carica , ma il nuovo Cesare avr piet e perdoner tutti coloro che imploreranno misericordia.110 Gli oppressi, cio tutti coloro che, come lo scrivente, hanno sofferto ingiustizia, devono rendersi umili, rompere il cerchio dellodio e dellanimosit, e perdonare gi da ora.111 Limperatore potr fare giustizia perch il godimento dei beni pubblici e il possesso di quelli privati dipendono dalle sue leggi.112  evidente che Dante non parla a titolo personale, ma a nome degli esuli. Prospetta un percorso politico  facilmente leggibile se osservato dal punto di vista dei fuorusciti fiorentini  che prevede un cambio di atteggiamento da parte di entrambe le parti: ai vincitori che sono al governo chiede di accettare il nuovo ordine, e quindi di riammettere gli sbanditi, e promette a Enrico, pi che a loro, che questi non avrebbero compiuto alcuna vendetta.
Se interpretiamo lepistola come un messaggio di totale adesione alla linea pacificatrice di Enrico settimo da parte dei fuorusciti fiorentini (senza distinzione, sembrerebbe, tra Guelfi e Ghibellini), come un testo, cio, scritto a nome della collettivit di coloro che hanno sofferto ingiustizia, possiamo ragionevolmente ipotizzare che ludienza sia stata chiesta proprio per presentare ufficialmente al sovrano questo documento (che probabilmente gi circolava) e ribadirgli, a voce, il pieno sostegno degli sbanditi di Firenze. Ci confermerebbe che nel 1310 Dante aveva ripreso i contatti con i vecchi compagni e, addirittura, assunto di nuovo il ruolo di portavoce e di elaboratore della loro linea politica. I mediatori dellincontro, allora, andranno cercati nellambiente dei fuorusciti o dei loro simpatizzanti inseriti a corte ed  quindi plausibile che ludienza si sia svolta a Milano. 
Un vincitore vinto
I fiorentini non avevano avuto tutti i torti a disertare la cerimonia dellincoronazione. Attorno a quel re dItalia, infatti, si erano aggregati in gran numero Ghibellini e Guelfi bianchi, sia di Firenze sia di Pistoia. Quel mondo di esuli politici che sembrava essersi disperso dopo la sconfitta della Lastra, adesso si era ricomposto. Antiche colleganze si erano nuovamente riallacciate, ma sostanzialmente sotto legida ghibellina. Render ancor pi diffidenti i Neri di Firenze il constatare come molti esponenti di quel composito universo occupassero un gran numero di cariche politiche e amministrative, esercitando uninfluenza crescente sul sovrano. Perch tanti esuli si affollassero alla corte di Enrico si capisce facilmente se si considera che tra i primi atti dopo lincoronazione milanese figura un decreto, in data 23 gennaio, con il quale il sovrano dichiarava nulli tutti i bandi, sentenze, condanne, esilii, processi contro qualsiasi cittadino, emessi da podest od altri ufficiali per accusa di ribellione, guerra, ruberia, incendio, ferimento o altro delitto commesso in qualsiasi citt venuta alla sua ubbidienza. Ne conseguiva che i beni confiscati dovevano essere restituiti ai legittimi proprietari (e su questa spinosa questione si interrogheranno a lungo i giuristi imperiali). La massiccia presenza di Ghibellini al potere e di esuli bianchi e ghibellini rischiava di compromettere limmagine di arbitro neutrale che Enrico cercava di costruirsi, alla quale, comunque, diedero il colpo definitivo gli eventi che si succedettero nel corso del 1311. 
Enrico premeva sul papa perch anticipasse lincoronazione a Roma, ed era pure riuscito nellintento, ma levoluzione degli affari di Lombardia rese impraticabili sia la prima (30 maggio) sia la seconda data (15 agosto) stabilite da Clemente. Aver ottenuto di anticipare levento di parecchi mesi, per Enrico era comunque un successo: nellenciclica del 1309 Clemente quinto aveva fissato il giorno della cerimonia a distanza di tre anni con la motivazione che lui avrebbe voluto incoronarlo personalmente, ma che non gli sarebbe stato possibile recarsi a Roma prima della fine del concilio ecumenico da lui convocato a Vienne (il concilio si svolger dal 16 ottobre 1311 al 6 maggio 1312). Adesso, accettando di essere rappresentato da cardinali, rassicurava il neoeletto che la cerimonia non sarebbe stata procrastinata. E in effetti in agosto arrivarono i tre cardinali (tra i quali Niccol da Prato e Luca Fieschi) delegati dal papa a sostituirlo. Ma questi trovarono Enrico nel pieno di operazioni belliche. La situazione in Lombardia imped al re dei Romani di sfruttare quel successo diplomatico. Non poteva scendere a Roma senza essersi assicurato la fedelt di quel territorio. Anche qui, come aveva fatto prima di arrivare a Milano, aveva proceduto imponendo alle citt il ripristino dei diritti imperiali. Ma la cosa si era rivelata pi difficile del previsto. Succedeva, infatti, che molte citt, poco dopo essersi piegate alle sue richieste, si ribellassero e ritornassero alla precedente autonomia. Sin dal febbraio era cominciato uno stillicidio di rivolte (Milano, Lodi, Crema, Bergamo), che per Enrico era riuscito a contenere senza ricorrere a eccessivi atti di forza, preservando cos la sua immagine di re pacifico e, soprattutto, pacificatore. Ma il suo atteggiamento cambi quando, tra febbraio e marzo, si ribell Cremona. Bench la rivolta si fosse esaurita da sola, anche a causa del mancato sostegno da parte dei Neri di Firenze, sostegno che essi si erano impegnati a dare, Enrico, che fino ad allora si era mostrato clemente, fu implacabile. Pensava che una punizione esemplare avrebbe impedito altre rivolte. Entrato in citt alla fine di aprile, ne fece atterrare le mura e abbattere le torri (salvando il Torrazzo), prese in ostaggio trecento cittadini e impose un duro tributo. Per la propaganda guelfa e angioina si trattava di un grande successo: da questo momento Enrico fu visto non pi come un imperatore al di sopra delle parti, ma come il capo dei Ghibellini. Il successo fu ulteriormente accresciuto dal fatto che, poco dopo, Enrico, ormai prigioniero di una logica repressiva, si cacci con le sue mani nella trappola costituita dalla ribellione di Brescia. In Italia, dunque, si stava rapidamente deteriorando il clima unitario dei primi mesi e si stavano ricostituendo i due schieramenti tradizionali, Ghibellini-imperiali da un lato, Guelfi-angioini dallaltro. A non rendere ancora evidente questo secondo blocco erano la politica apparentemente filoimperiale del papa e il doppio gioco che Roberto dAngi stava conducendo.
Enrico, che contava di risolvere in fretta il problema, si impantan invece per ben quattro mesi, dalla met di maggio ai primi di settembre, in un assedio a Brescia che logor il suo prestigio politico, assottigli, anche a causa di una epidemia di peste, le sue non grandi forze militari e min definitivamente la fama di uomo mite che lo aveva accompagnato fino ad allora. Un episodio fece scandalo. Durante lassedio fu catturato casualmente il capo dei Guelfi bresciani, Tebaldo dei Brusati, che pure era stato uno dei fedeli di Enrico. Questi, nonostante le richieste di clemenza che gli venivano da pi parti, compresa la regina, fu inflessibile: Tebaldo fu cucito in una pelle di bue e, legato alla coda di un asino, trascinato attraverso laccampamento, poi decapitato e squartato da quattro tori spinti in opposte direzioni, infine, come se tutto ci non bastasse, le sue viscere furono bruciate e i brandelli del suo corpo esposti alla vista. Uno storico ha scritto che, quando riusc finalmente a occupare Brescia, Enrico fu un vincitore vinto. Non aveva la forza n per attaccare Firenze n per dirigersi a Roma. Stabil allora di trasferire corte ed esercito a Genova, anche perch il corridoio tirrenico era lunico che avrebbe potuto percorrere quando avesse deciso di muovere verso sud. Si lasci alle spalle una Lombardia non sottomessa, nella quale gli erano rimaste fedeli due sole grandi roccaforti: Milano (di cui, dopo alterne vicende, in luglio aveva nominato vicario Matteo Visconti) e la Verona degli Scaligeri.
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Un ghibellino a oltranza
Dopo ludienza Dante si sar trattenuto presso la corte? Se s, per quanto tempo? Se no, dove si sar diretto?  improbabile che sia ritornato a Forl: i vicari di Roberto dAngi controllavano strettamente la Romagna e lui, non si dimentichi, era uno sbandito costantemente a rischio di morte. Risulta invece con certezza che tra il marzo e il maggio 1311 si trova nel Casentino.
Da l fa partire due epistole-manifesto indirizzate, la prima, agli scelleratissimi fiorentini (scelestissimis Florentinis), la seconda, a Enrico di Lussemburgo. La prima  datata 31 marzo, sui confini della Toscana (in finibus Tuscie), alle fonti dellArno (sub fontem Sarni), nel primo anno della faustissima discesa del Cesare Enrico in Italia;113 la seconda, 17 aprile, in Toscana, presso le sorgenti dellArno, nel primo anno del faustissimo viaggio dellimperatore Enrico in Italia.114 Entrambe le epistole sono violentemente antifiorentine. Questo, unito a considerazioni di tipo geografico,  il principale motivo per escludere che esse siano state scritte e spedite, come spesso viene affermato, dal castello di Poppi dei Guidi di Battifolle. Poppi non  vicina alle sorgenti dellArno, anzi, ne dista parecchi chilometri; vicino, invece, e collocato proprio al di sotto delle sorgenti del Falterona, non lontano dal crinale, cio dal confine romagnolo (in finibus),  il castello di Porciano dei Guidi di Modigliana. Mentre da un castello dei Battifolle Dante non avrebbe potuto diffondere epistole di quel tenore, nel ghibellino Porciano non avrebbe avuto simili preoccupazioni. 
Il tono quasi profetico e lo stile apocalittico delle epistole non devono impedire di cogliere quanto esse siano saldamente riferite a concreti e attuali problemi politici. A scrivere non  un Dante profeta solitario, ma un Dante che interpreta il pensiero di un intero schieramento e agisce in accordo con esso.
Enrico intendeva imporre alla Tuscia e alla Lombardia una riaffermazione di diritti imperiali che non fosse solamente formale, limitata cio ad atti dossequio e al pagamento di qualche tributo, senza intaccare le autonomie conquistate dalle citt comunali o tiranniche in un paio di secoli di lotte. Tuttaltro. Egli coltivava un disegno, ben chiaro ai fiorentini, di vera restaurazione. La sostituzione dei magistrati eletti con vicari che rispondevano direttamente a lui lo dimostrava. Ancor pi intollerabile, soprattutto per Firenze, capitale finanziaria grazie al fiorino, era il progetto di riforma monetaria al quale stavano lavorando i giuristi imperiali. Comunque si fosse realizzato (e decreti in merito sarebbero stati emessi nellagosto 1311), il progetto di coniare monete imperiali in luogo di quelle correnti avrebbe arrecato un colpo durissimo alleconomia fiorentina. Il problema pi spinoso in assoluto, per, era quello dei diritti che le citt si erano arrogati e della prescrizione di quelli imperiali.
Le citt dellItalia centro-settentrionale si erano espanse impadronendosi, o con transazioni economiche o, pi spesso, con la forza, di castelli, torri, borghi rurali, feudi immediatamente soggetti allimpero. Dal punto di vista giuridico erano azioni illegittime e prevaricatrici: i feudatari e gli altri detentori di quei diritti soppressi avevano subito una sopraffazione (tanto pi che, se resistevano, venivano considerati ribelli o, addirittura, banditi di strada). Ma erano stati questa espansione e i conseguenti fenomeni di inurbamento a fornire alle citt la base territoriale che ne garantiva la sicurezza, gli approvvigionamenti e, in definitiva, lo sviluppo economico. Ebbene, il re dei Romani considerava tutto ci rapina e usurpazione, sosteneva che i diritti dellimpero non decadevano per il fatto di non essere pi esercitati da tempo e ne esigeva la restituzione. Un documento della cancelleria imperiale del 1312 elencher, per la sola Firenze, ben 158 castelli e 60 comunit rurali sui quali limpero pretendeva di esercitare nuovamente i suoi diritti. Su questo punto Firenze e le altre citt (comprese quelle ghibelline, che infatti si ribellavano anchesse) non potevano che essere intransigenti: quei diritti che i giuristi di Enrico sostenevano essere ancora in vigore, a loro avviso erano decaduti in quanto prescritti. 
La questione della inalienabilit o della prescrittibilit dei diritti imperiali (publica iura)  per lappunto largomento centrale dellepistola di Dante ai fiorentini. Con una veemenza che alle nostre orecchie suona quasi da invasato, ma che, invece, va riportata allo stile biblico-profetico proprio di tanta epistolografia medievale, e con la sicurezza di chi si ritiene in possesso della verit, Dante preconizza ai concittadini distruzione, morte, esilio e servit, a meno che non recedano dalla loro cocciuta e cieca opposizione e, sebbene tardivamente, si pentano. A essere cos tragicamente punita non sar una generica opposizione a Enrico, ma la specifica follia della ribellione consistente nel fatto che i fiorentini, appellandosi al diritto di prescrizione, rinnegano il dovere della dovuta sottomissione.115 Ignorate forse chiede Dante pazzi disgraziati, che i diritti di sovranit termineranno soltanto con la fine dei tempi, e non sono soggetti ad alcuna ipotesi di prescrizione? I diritti di sovranit assevera per quanto a lungo dimenticati, non possono mai estinguersi, e, se pur svigoriti, impugnarsi.116 Dante, dunque, non d sfogo a umori da intellettuale impaziente e utopisticamente sganciato dalla realt, ma entra nel vivo di un aspro dibattito giuridico-politico. Esprime posizioni che dovevano essere non tanto dei fuorusciti guelfi, i quali restavano pur sempre dei cittadini formatisi nel culto dellautonomia, quanto dei gruppi nobiliari e feudali ghibellini. C da stupirsi nel constatare come il Dante che solo due o tre anni prima protestava il suo guelfismo e prendeva nettamente le distanze dai Ghibellini, adesso, nel fuoco della lotta, non esiti a dare di s  come  stato detto  limmagine di ghibellino a oltranza. 
La difesa dellimprescrittibilit dei diritti imperiali doveva piacere ai Guidi, conti palatini ridimensionati in possedimenti e giurisdizioni proprio dallespansionismo di Firenze, la quale, incurante dei diritti regali, con azione costante e sistematica usurpava, anzi, come circa un secolo prima aveva scritto il grande giurista Boncompagno da Signa, succhiava come sanguisuga porzioni sempre pi ampie dei loro domini comitali. Sicuramente piaceva ai Guidi di Porciano, di Bagno e di Romena, ma non doveva dispiacere neppure a quelli di Battifolle. I quali, per, come si  detto, mai avrebbero accettato che dal loro castello di Poppi partisse una lettera aperta cos ostile, nel tono e nella sostanza, a Firenze. E ancor meno avrebbero avallato quella inviata a Enrico il 17 aprile. La dignit di conti palatini li aveva quasi costretti a schierarsi con la parte imperiale, ma la cosa doveva essere loro costata. I Battifolle, che si erano staccati nel 1275 dal ramo di maggior prestigio, quello ghibellino di Bagno, avevano perseguito sempre una politica guelfa e filofiorentina. Guido, poi, era collegato strettamente ai Donateschi (si ricorder che la congiura del 1300 prevedeva proprio un suo intervento armato) e poi ai Neri tosinghi. Del resto, ladesione dei Battifolle alla causa di Enrico sar di breve durata: gi nellinverno tra 1311 e 1312 Guido di Battifolle, insieme a Guido Salvatico di Dovadola, altro ramo guelfo schierato con i Neri, guerreggia nel Valdarno superiore contro gli imperiali; alla fine della parabola, nel 1315, il Battifolle sar vicario della Toscana per conto di Roberto dAngi.
La seconda epistola a Enrico, scritta nei giorni in cui questi si stava muovendo contro Cremona ribelle,  un forte e accorato appello affinch prenda atto di quali siano i suoi veri nemici e si comporti di conseguenza. I Toscani lo vedono attardarsi nella Valle Padana, e si chiedono con stupore se abbia dimenticato la loro regione, come se i diritti imperiali da preservare fossero circoscritti ai confini dei Liguri,117 cio allItalia settentrionale. Firenze si avvantaggia di questo suo indugiare e ogni giorno, alimentando la superbia dei malvagi, accumula nuove forze,118 acquista alleati. La decisione di trascorrere a Milano, dopo linverno, anche la primavera, cercando di domare a una a una le citt ribelli come si tagliano le singole teste dellIdra, non porter Enrico a nessuna vittoria risolutiva: ripresa una citt, se ne ribelleranno altre. Egli sembra non rendersi conto che la volpe da cui promana il fetore che ammorba lItalia non si nasconde n sul Po n sul Tevere, ma presso lArno, e che questa volpe si chiama Firenze.119 Schiacci dunque questa vipera, questa pecora infetta, questa Mirra che rifiuta il legittimo sposo e si accoppia incestuosamente con il papa, padre di tutti. Dante, dunque, incita Enrico ad attaccare con le armi la propria citt. 
Anche questa epistola non va considerata il gesto isolato di chi, per essere stato ricevuto in udienza, si sente autorizzato a impartire consigli, se non lezioni, a un imperatore: del resto, Dante stesso dice di scrivere a nome suo e di altri. Fa parte di una strategia elaborata proprio in quei giorni dai fuorusciti toscani per convincere Enrico, attraverso pressioni congiunte, a imprimere un corso diverso alla sua spedizione. Il 14 aprile, tre giorni prima che Dante datasse la sua epistola, i priori di Firenze avevano scritto agli ambasciatori napoletani e allo stesso Roberto dAngi che tutti i ghibellini della Toscana e della Lombardia, come pure i consiglieri del re, facevano ogni giorno il possibile per decidere Enrico a entrare in campagna contro Firenze. Forse i fuorusciti toscani avevano ragione a incitarlo a valicare lAppennino e a colpire frontalmente Firenze: se non altro, Enrico non si sarebbe impantanato nellassedio di Brescia e non avrebbe disperso ci che gli rimaneva del credito di sovrano al di sopra delle parti.
Se il Dante ghibellino dellepistola ai fiorentini pu stupire, che dire di questo che incita a muovere guerra contro la propria citt? Si legga cosa scriveva di Firenze, da esule appena sconfitto e, per di pi, in un contesto critico nei confronti della citt materna: noi amiamo Firenze al punto che, perch labbiamo amata, soffriamo ingiustamente lesilio  per il nostro piacere ovvero per la pace dei nostri sensi non esiste al mondo luogo pi caro di Firenze.120 E si pensi che questo innamorato della propria patria solo poco tempo prima si era perfino umiliato a chiedere perdono pur di ritornarvi. Ci aiuter a capire quale esplosiva miscela di utopismo intellettuale, astio personale, revanscismo impaziente si sia formata in lui con larrivo inaspettato di un imperatore, una figura quasi mitica, relegata nei racconti del passato; una figura che, adesso, miracolosamente si manifestava, come se la storia avesse girato su s stessa e avesse deciso di ripartire da dove si era interrotta con la rovina degli Svevi. 
Durante i mesi trascorsi nel Casentino, comunque, Dante varca anche quella porta del castello di Poppi che gli era rimasta chiusa quando si aggirava nella valle da esule bianco. Nel maggio lo troviamo ospite di Guido di Battifolle e della moglie Gherardesca (figlia del pisano conte Ugolino). Come al solito, anche a Poppi si guadagna vitto e alloggio facendo da segretario e cancelliere. Esistono tre brevi lettere  o, meglio, tre versioni della stessa  inviate da Gherardesca alla regina dei Romani, cio a Margherita di Brabante moglie di Enrico, in risposta a una sua missiva. Mentre le prime due non sono datate, la versione definitiva porta la data del 18 maggio, dal castello di Poppi. Dante deve esserne stato lestensore. Ora, sembra proprio che la stesura della breve epistola abbia dato luogo a non poche discussioni alla corte dei Guidi. Dallinsieme delle minute si intravede in atto una dialettica tra lo scrivente, cio Dante, che cerca di inserire alcuni tratti specificamente politici e filoimperiali, e i committenti, che invece spingono per eliminarli. La prima versione si chiudeva (si tenga presente che il mittente  la contessa Gherardesca) con uninvocazione affinch Dio, che sottomise le nazioni barbare e i cittadini allimpero del principato romano, a difesa dei mortali, cambi in meglio la famiglia umana di questa et delirante, con il trionfo e la gloria del suo Enrico.121 Sono concetti tipicamente danteschi e sono concetti politicamente assai connotati. Nella successiva versione resta un accenno alla celeste Provvidenza la quale ha disposto che la societ umana avesse un solo Principe.122 In quella effettivamente spedita, di tutto ci non c traccia, o quasi. Sappia scrive Dante-Gherardesca dacch lo chiede, la pia e serena Maest dei Romani che al momento dellinvio di questa lettera il diletto consorte ed io, per dono del Signore, eravamo in buona salute, godendo della floridezza dei figli, pi lieti del solito in quanto i segni del risorgente Impero gi promettevano tempi migliori.123 Laccenno alla spedizione di Enrico non poteva mancare, ma, confinato com allinterno di un quadretto familiare e ridotto a motivo di soddisfazione privata,  privo di mordente politico. Guido di Battifolle non voleva correre rischi, sapendo che quella lettera sarebbe finita negli archivi della cancelleria imperiale.
Lamnistia di Baldo dAguglione.
Nellanno in cui declina la parabola di Enrico, gli altri attori sulla scena compiono un intenso lavorio diplomatico e qualche importante mossa militare.
Clemente quinto persegue il tentativo di stringere unalleanza tra Enrico e Roberto dAngi, cementandola con il matrimonio tra il figlio di Roberto, Carlo duca di Calabria, e la figlia di Enrico, Beatrice. Nei piani del papa (ma non in quelli dellimperatore) Beatrice avrebbe portato in dote il regno di Arles, cio quellampia zona di territorio estesa a est del Rodano e nella quale si trovavano grandi feudi, come le contee di Provenza, di Borgogna e di Savoia, che faceva parte, s, dellimpero ma sulla quale, ormai dai tempi degli Svevi, limpero esercitava solo diritti nominali. I signori pi potenti della zona erano per lappunto gli Angioini, conti di Provenza, i quali con quel matrimonio (gi tentato in passato con gli Asburgo) avrebbero dominato lintera regione. Il progetto non poteva che incontrare lostilit di Filippo il Bello, che in quei territori stava estendendo, anche con interventi militari, il potere della monarchia francese. E cos, nel maggio 1311, Clemente sar costretto a smentirsi annunziando pubblicamente che mai avrebbe dato lassenso a che il re dei Romani cedesse a qualunque titolo i diritti del regno di Arles a qualsiasi principe che non fosse la Chiesa romana. E questo sar uno dei segni pi evidenti che il suo atteggiamento nei confronti di Enrico stava cambiando e che i condizionamenti che subiva da parte del re di Francia producevano i loro effetti. 
Roberto dAngi continua il doppio gioco. Non vuole entrare in urto con il papa, manda ambascerie concilianti a Enrico, prospetta a sua volta alleanze matrimoniali in cambio della nomina del figlio Carlo a vicario imperiale di Toscana. Insomma, si mostra disponibile, a queste condizioni, a lasciar transitare senza problemi il corteo imperiale che si diriger a Roma. Ma nello stesso tempo compie gesti quasi ricattatori: daccordo con Firenze spedisce un sostanzioso contingente di mercenari catalani al soldo della Taglia guelfa a occupare la Versilia, chiudendo cos lunico corridoio terrestre rimasto aperto allesercito imperiale, e invia a Roma una forza armata al comando del fratello Giovanni conte di Gravina con la giustificazione di voler rendere sicuro il prossimo soggiorno romano di Enrico, ma in realt (come poi apparir chiaro) con lintento di impedire lo svolgimento della cerimonia dincoronazione.
Firenze opera su due fronti: allesterno, estende la rete delle alleanze guelfe (risale alla fine di marzo, pochi giorni dopo lepistola di Dante ai fiorentini, un parlamento delle citt guelfe tenutosi proprio a Firenze); allinterno, fortifica la cinta muraria e compatta il pi possibile la cittadinanza.
Uno degli aspetti pi sconcertanti della vita fiorentina  il fatto che dentro le sue mura la lotta, anche violenta, tra le parti politiche o tra le famiglie rivali non conosce tregua, nemmeno nei momenti pi critici per la citt. Anche nel 1311 si verificarono vendette private che furono causa di disordini e tumulti. In vista dello scontro sempre pi probabile con lesercito imperiale, il Comune decise di procedere a una pacificazione interna e di varare unamnistia. Emanata il 2 settembre,  nota come riforma di Baldo dAguglione perch questo giurista, in qualit di priore, ne era stato il maggiore responsabile. Lamnistia (condizionata al pagamento di una gabella calcolata in percentuale sulla pena pecuniaria a cui il reo era stato condannato) riguardava sia i reati comuni sia quelli politici, e quindi interessava alcune migliaia di persone tra citt e contado. In tal modo il Comune contava di sottrarre ai fuorusciti forze che avrebbero potuto aggregarsi a loro e di rafforzare la coesione interna. Proprio per non mettere a rischio la pace interna i Ghibellini furono esclusi da tale provvedimento. Ma anche una parte dei Guelfi non pot usufruirne. Latto, infatti, si chiudeva con una lunga lista di circa duecento famiglie e altrettanti individui singoli, divisi per sestieri, che venivano qualificati come ribelli ed espressamente esclusi dai benefici. In essa compare il nome di Dante Alighieri, accanto ai figli del cavaliere Cione di Bello (filii domini Cionis del Bello et Dante Allegherii). Ignoriamo per quale motivo i nipoti di Geri del Bello furono esclusi dallamnistia; invece  facile capire, se si pensa allattiva propaganda filoimperiale e antifiorentina da lui svolta nei mesi precedenti, perch ne fu escluso il condannato politico Dante. Anzi, ci saremmo meravigliati del contrario.
Colpisce, per, che in un lungo e assai preciso elenco nel quale, per lo pi, sono compresi interi clan familiari o gruppi consistenti di una stessa famiglia e nel quale, comunque, i nomi dei singoli sono quasi sempre seguiti da aggiunte del tipo: et filii (di gran lunga dominante), et fratres, et consortes, et nepotes e, perfino, da specificazioni del tipo: et consortes, excepto , il nome di Dante figuri privo di ogni aggiunta. Ci colpisce perch Dante aveva figli, e la legge fiorentina era molto rigorosa nei confronti della prole di uno sbandito: al compimento del quattordicesimo anno i maschi dovevano essere cacciati dalla citt. Potremmo pensare, allora, che Iacopo e Pietro, a differenza del padre, fossero stati amnistiati, ma la cosa urta contro il fatto che quattro anni dopo, nel 1315, saranno anchessi colpiti dalla condanna a morte inflitta nuovamente al padre. Non resta che ipotizzare che nel settembre 1311 essi non avessero ancora compiuto quattordici anni, e quindi non potessero essere contemplati dalla provvisione, e che li abbiano compiuti prima del 1315. Diverso  il caso del presunto primogenito di nome Giovanni: se effettivamente figlio di Dante, era gi stato colpito dal bando prima del 1308; e se in questo provvedimento non figura,  perch nel frattempo doveva essere deceduto. Da questa ricostruzione si evincerebbe che gli altri due figli maschi sarebbero nati a parecchia distanza dalla data presumibile del matrimonio con Gemma, cio fra il 1297 e il 1300-1301. 
Lombra del passato
Qualcuno ha ipotizzato che nel secondo semestre del 1311 Dante avrebbe lasciato il Casentino, dove ancora si trovava nella tarda primavera, perch avrebbe cominciato a sperimentare linaffidabilit dei Guidi. In effetti, nel castello di Poppi aveva constatato con quanto poco entusiasmo i rami guelfi della famiglia si fossero aggregati allo schieramento imperiale; tuttavia, nellestate-autunno del 1311 nessuno di loro aveva compiuto gesti di aperta dissociazione o, come avverr lanno dopo, di ostilit. E poi, anche se avesse deciso di allontanarsi dal Casentino, dove si sarebbe rifugiato? Enrico stazionava in Lombardia; la Romagna era controllata da Roberto dAngi; anche gli accessi alla Lunigiana dei Malaspina erano sorvegliati dai mercenari inviati da Firenze. Gli sarebbe rimasta Pisa, dove si erano concentrati numerosi fuorusciti. A questa citt, per, Dante doveva guardare con molta diffidenza. Che i pisani lo avrebbero accolto amichevolmente era poco prevedibile, dopo che lui aveva definito la loro citt vituperio degli italiani (vituperio de le genti / del bel paese l dove l s suona124) e che, da guelfo radicale come allora si atteggiava, senza riguardi aveva messo il dito in una piaga ancora aperta come quella della morte del conte Ugolino.  pensabile che Dante non abbia letto quel canto dellInferno a Guido di Battifolle e alla moglie Gherardesca, figlia di Ugolino? Che non lo abbia letto in casa di Moroello, lui pure imparentato con un figlio del conte?  credibile, considerando le numerose relazioni che i Gherardeschi avevano in Pisa, che almeno la notizia non vi fosse circolata? E poi, anche a prescindere dallantipisanit dellInferno, su Dante avrebbero pesato i suoi stretti legami con i Malaspina: i pisani come avrebbero considerato un guelfo bianco che per pi di un anno aveva vissuto indisturbato a Lucca, la loro storica nemica? Non era facile per Dante liberarsi dalle ombre che il suo recente passato proiettava su di lui.  probabile, dunque, che fino allautunno inoltrato non si sia mosso dal Casentino.
Verso la fine di ottobre 1311, casualmente e dopo non poche peripezie, giunsero ai confini casentinesi alcuni messi che Enrico aveva spedito, mentre era in viaggio verso Genova, alle citt della Tuscia. Di quella legazione facevano parte tre vescovi: Pandolfo Savelli  la famiglia romana dei Savelli si schierer apertamente al fianco di Enrico durante gli scontri armati che precederanno lincoronazione , Niccol di Ligny e il frate domenicano di origine lussemburghese Niccol, vescovo di Butrinto in Albania (che poi scriver per Clemente quinto una dettagliata relazione delle vicende italiane di Enrico settimo). A Firenze, raggiunta in modo avventuroso a causa dellaperta ostilit manifestata loro dai bolognesi, i messi imperiali furono dichiarati nemici pubblici, derubati dei cavalli e dei soldi e imprigionati. Rimessi in libert, vennero condotti attraverso il Mugello fino a San Godenzo, dove, finalmente, poterono usufruire dellospitalit e della protezione di Tegrimo secondo di Modigliana-Porciano. Nei giorni successivi furono ossequiati dai fratelli del Guidi (Tancredi, Bandino e Ruggero), ghibellini tranne Ruggero, guelfo come Guido Salvatico e Guido di Battifolle. I Guidi proclamarono la loro fedelt a Enrico, al quale promisero di portare aiuto una volta disceso in Toscana. Nella sua relazione al papa, Niccol di Butrinto sottolinea che, in quelloccasione, i rami guelfi si mostrarono i sostenitori pi ferventi della causa imperiale, salvo poi disattendere le loro promesse e schierarsi infine con Firenze. I legati, comunque, attraversano tutto il Casentino da nord a sud e si recano ad Arezzo presso il vescovo Ildebrandino di Romena. Se tra ottobre e novembre Dante era ancora ospite dei castelli dei Guidi, ha sicuramente assistito a qualcuno di quegli incontri. Una ipotesi azzardata, ma non improponibile,  che egli si sia aggregato alla spedizione imperiale che rientrava a corte e che abbia raggiunto Genova insieme a loro. Per uno come lui, bisognoso di protezione (e forse privo di mezzi di trasporto), viaggiare con quella comitiva (che i Guidi avevano provvisto di cavalcature anche per il seguito) sarebbe stata la soluzione ideale. Se le cose fossero andate cos, Dante sarebbe giunto a Genova verso la fine di novembre o ai primi di dicembre, proprio quando la corte di Enrico vi si era da poco installata. 
Tra i genovesi pien dogne magagna 
Enrico arriva a Genova verso la fine di ottobre 1311: vi rester fino al 15 febbraio 1312, giorno in cui la comitiva imperiale si metter in viaggio alla volta di Pisa. Anche a Genova Enrico chiede (e ottiene, ma non senza resistenze) i pieni poteri. La richiesta  giustificata dalla necessit di mettere fine alla contesa che divideva gli Spinola e i Doria (in quel momento luomo forte della citt era Bernab Doria, figlio del morto vivente Branca). Ancora una volta, dunque, Enrico si presenta come sovrano pacificatore. Il soggiorno a Genova, per, non  esente da tensioni con la citt, alimentate anche dal fatto che lesercito imperiale vi aveva portato il contagio della peste scoppiata sotto le mura di Brescia (e proprio di quella malattia, ivi contratta, il 14 dicembre muore Margherita di Brabante). Tensioni, comunque, ci saranno di l a poco anche nella Pisa imperiale. Enrico sar stato anche luomo mite e pacifico che le cronache descrivono, ma agiva con molta durezza, perfino nei confronti degli amici. A Genova, tuttavia, ha modo di riordinare le truppe, di rinsanguare le finanze e di preparare la spedizione militare a Roma. Pi simbolico che incisivo, ma tale comunque da segnalare a tutti quali sarebbero state le sue future mosse politiche e militari,  il bando dallimpero emanato contro Firenze la vigilia di Natale del 1311. 
Anche Dante, nellinverno 1311-1312,  a Genova. Lo attesta un testimone deccezione. In una lettera a Boccaccio, Petrarca scrive di avere incontrato Dante una sola volta nella sua vita, quando era ancora un bambino. Non specifica n dove n quando, dice solo che Dante e il proprio padre erano amici e accomunati dallesilio. Da ci che della sua infanzia racconta in altre lettere possiamo per ricostruire con certezza che ser Petracco e Dante si videro, alla presenza del piccolo Francesco, proprio quellinverno, a Genova. Petracco aspettava di imbarcarsi con la famiglia alla volta di Avignone. Sar una traversata resa difficile dalle cattive condizioni del mare, al punto che il battello far naufragio non lontano da Marsiglia. Ora, che Dante e Petracco fossero grandi amici, forse non  del tutto vero, ma che avessero molte cose da dirsi  certo: le loro vite si erano incrociate pi volte negli anni in cui entrambi erano membri dellUniversit dei Bianchi, larrivo di Enrico aveva suscitato in loro identiche speranze, luno e laltro erano rimasti esclusi dalla recente amnistia fiorentina. Possiamo immaginare, tuttavia, che i due non abbiano parlato solo di politica. Se lipotesi del soggiorno avignonese di Dante fosse corretta, Petracco, in procinto di trasferirsi in quella citt a lui sconosciuta, avrebbe avuto interesse a che uno che laveva lasciata non molti mesi prima gli facesse un quadro dellambiente che lattendeva.
Dante a Genova avr frequentato i fuorusciti (tra i quali contava amici e conoscenti) che gravitavano intorno alla corte imperiale.  pi che dubbio, invece, che abbia stretto rapporti significativi con esponenti delloligarchia cittadina; anzi, c da credere che i suoi rapporti con i genovesi non siano stati del tutto tranquilli. Alcuni racconti leggendari, per esempio, vogliono che amici e servitori di Branca Doria siano addirittura arrivati a bastonarlo per vendicare lingiurioso trattamento riservato loro nellInferno (o, in altre versioni, che Dante, nel canto infernale, si sia vendicato di un oltraggio subito a Genova). Leggende alle quali non  possibile dare credito (la seconda versione, del resto,  smentita dal fatto che quel canto era stato scritto prima del 1311), ma che neppure possiamo respingere in toto: episodi di per s palesemente infondati valgono pur sempre come termometro di un clima. E neppure  risolutivo largomento che il Doria non poteva essere cos risentito perch, a quella data, lInferno non era ancora stato pubblicato. Noi siamo soliti ammirare lintegrit, il coraggio, la sovrana indifferenza alle conseguenze con cui Dante attacca a viso aperto, con giudizi sferzanti e vere e proprie ingiurie, potenti ancora in vita negli anni in cui scrive, ma non ci interroghiamo abbastanza, anche perch sprovvisti di ogni documentazione al riguardo, proprio sulle conseguenze e sulle ripercussioni che quei giudizi hanno potuto avere sulla sua vita. Che reazioni ci siano state lo lascia intendere lui stesso quando nel Paradiso manifesta a Cacciaguida la paura che la verit, pronunciata senza infingimenti, con parole che gli interessati sentiranno brusche, a molti fia sapor di forte agrume.125 Gli attacchi ai Doria, ai Fieschi, ai genovesi in generale (uomini diversi / dogne costume e pien dogne magagna, / perch non siete voi del mondo spersi?126) non saranno rimasti confinati dentro un libro segreto, in attesa di futura pubblicazione. Nella Commedia Dante  costantemente proiettato sullattualit, e anche quando parla di cose passate, lo fa nella prospettiva politica delloggi o in funzione della sua condizione di vita nel momento in cui scrive.  impensabile che egli tenesse nel cassetto le pagine di quello che ci  capitato di accostare agli odierni instant-book. Dei versi antigenovesi avr dato lettura almeno ai Malaspina, e nel mondo ristretto dellaristocrazia medievale, collegato da una rete capillare di rapporti di parentela, notizie dal forte agrume come quelle dovevano circolare ampiamente. I Doria non lo avranno fatto bastonare, ma che gli oligarchi ghibellini di Genova facessero festa a quel fiorentino sbandito e, per di pi, collegato a famiglie guelfe loro rivali, come quella di Moroello, c da dubitare. Insomma, Dante deve aver pagato un prezzo per il suo incessante ricollocarsi su posizioni politiche diverse e perfino contrapposte e per i debiti che contraeva con i protettori. Se nel biennio 1306-1308 ha scontato le conseguenze della sua precedente alleanza con i fuorusciti ghibellini, adesso sono le manifestazioni di guelfismo integrale e la fedelt ai Malaspina a rivolgerglisi contro. Un esule privo di scudo legale come lui, a Genova ma anche, poco dopo, a Pisa, avr evitato di incappare in qualche incidente perch protetto dagli ambienti di corte o alla corte vicini. E daltra parte, se non fosse stata la presenza della corte, quale altro motivo lo avrebbe spinto in quella citt?
Verso unelaborazione teorica
Se non era stato per allontanarsi dai Guidi, cosa aveva spinto Dante a Genova? Una costante della sua vita  che a periodi nei quali egli si butta nellagone politico ne seguono altri nei quali si ritira a studiare e a scrivere. Dopo che per un paio danni aveva combattuto tra le file dei fuorusciti, aveva sentito la necessit di ordinare le nuove esperienze fatte in quel periodo, di sistemare in una cornice concettuale unitaria gli impulsi, le sollecitazioni e le conoscenze che era venuto accumulando. Si era ritirato a Bologna e si era dedicato alla composizione del Convivio e del De vulgari eloquentia. Il bisogno intellettuale di mettere ordine, sistematizzare, salire dai dati di esperienza a livelli di generalizzazione pi alti, in lui  sempre vivo. Si fa pi impellente, per, nei periodi di passaggio nei quali cambia il panorama sociale intorno a lui e, soprattutto, in lui cambiano le prospettive e i criteri con i quali guardare la realt. Il 1311  uno di questi periodi. 
Fino al 1310 Dante si era mosso, sia da cittadino intrinseco sia da sbandito, come uomo di municipio.  vero, aveva combattuto contro Firenze, mai, per, gli sarebbe venuta lidea di privarla della sua autonomia. Anche da fuoruscito Firenze restava il punto focale della sua visione della storia. Con lavvento di un imperatore, a cambiare era stata proprio la prospettiva da cui osservare il ruolo e il destino della sua citt. Da quel momento aveva invocato un potere temporale universale, una pace garantita da una istituzione votata al bene comune, la restaurazione di un diritto imperiale che avrebbe sconvolto una geografia politica e statuale da tempo stabilizzata; insomma, aveva sostenuto con i fatti e con gli scritti il programma politico-istituzionale di Enrico. Ma uno come Dante non poteva esimersi da una profonda riflessione sulla legittimit e sui fondamenti di quel programma. Sulla funzione dellimpero aveva cominciato a meditare fin dal tempo del Convivio; nel corso del 1311, proprio nel fuoco della battaglia, aveva precisato alcune idee al riguardo (per esempio, nellepistola ai fiorentini aveva affermato a chiare lettere lorigine provvidenziale dellimpero, disposto dal Signore affinch i mortali avessero pace, nella serenit di una cos grande protezione, e ovunque si agisse civilmente, rispettando le leggi naturali127); non aveva ancora tracciato, per, un organico quadro storico, giuridico e, per certi aspetti, teologico nel quale collocare e giustificare, alla luce di inoppugnabili ragioni di verit, sia le azioni di Enrico sia le sue personali. Questo quadro lo dipinger compiutamente in un trattato specificamente dedicato alla monarchia, che egli intende come uno solo principato e uno prencipe avere.128  probabile che gi nel 1311, nelle valli del Casentino, abbia cominciato a pensarne i contenuti. In unopera del genere, gli aspetti giuridici rivestivano unimportanza particolare. Dante, dunque, aveva la necessit di procurarsi una biblioteca giuridica per arricchire una competenza che, forse, in parte gi aveva, ma che quasi sicuramente non era sufficiente per affrontare argomenti di tanto peso. Nei castelli dei Guidi avrebbe trovato le opere che gli necessitavano, dal Digesto agli scritti di Accursio e Odofredo Denari? La cancelleria di Enrico, centro di una imponente produzione di testi legislativi, era sicuramente fornita di quelle opere. Non solo. Per ovvi motivi la corte imperiale era in costante rapporto con le cancellerie dei sovrani europei e con la sede conciliare di Vienne, e quindi riceveva in anteprima le bozze dei decreti e i documenti prodotti nel concilio. E anche questo genere di testi sarebbe stato prezioso per chi aveva in mente unopera teorica, s, ma saldamente ancorata allattualit.
Incoronazione e catastrofe
Salpato da Genova il 15 febbraio 1312, dopo una lenta traversata Enrico approd a Porto Pisano il 5 marzo. Il giorno successivo, in corteo, dalla basilica di San Piero a Grado raggiunse il duomo della citt tra feste e acclamazioni. Non poteva essere altrimenti, perch Pisa, da sempre, era schierata con la causa imperiale. Il calore dei pisani si raffredd non poco di fronte alle sue pretese economiche e, soprattutto, alla sua ferma e insindacabile decisione di esercitare i pieni poteri. La sosta a Pisa, dove si erano concentrati in gran numero i Ghibellini di Toscana (per esempio, dal Casentino vi era giunto Tegrimo secondo dei Guidi di Modigliana-Porciano e da Arezzo il vescovo Ildebrandino di Romena, che l morir lanno dopo), gli permise di riorganizzare le forze in vista della spedizione romana. Il 23 aprile si mosse con lesercito e, percorrendo la strada di Maremma, giunse a Roma il 6 maggio.
Qui, gi da molti mesi, per conto di Enrico agiva il senatore Ludovico di Savoia, spalleggiato dalla famiglia Colonna. Il suo compito sarebbe stato di prendere il controllo della citt in vista dellincoronazione da effettuarsi in San Pietro, ma proprio per impedire ci il re di Napoli aveva inviato, nel dicembre dellanno prima, un contingente militare al comando di suo fratello Giovanni. Le truppe angioine, attivamente sostenute dagli Orsini, storici rivali dei Colonna, avevano occupato una parte consistente della citt, compreso il cosiddetto Borgo, il quartiere che si estendeva tra il Tevere e San Pietro. Se non si fosse arrivati a un accordo, Enrico avrebbe dovuto aprirsi la strada combattendo. Solo il papa aveva il potere di imporre agli Angioini di ritirarsi, e in effetti Clemente quinto sembrava intenzionato a compiere questo passo, ma poi, pressato dal re di Francia, vi rinunci e, anzi, verso la fine di marzo ammon Enrico che il re di Napoli era figlio diletto e vassallo della Chiesa, e quindi non poteva essere colpito. Da questo momento fu chiaro che il papa aveva ceduto a Filippo il Bello e aveva tolto il suo sostegno al re dei Romani. A Enrico non restava che la via delle armi. Dopo una fase preparatoria durante la quale riusc a occupare il Campidoglio e altre fortezze baronali, il 26 maggio con lappoggio dei Colonna assal le forze angioine nel tentativo di aprirsi la strada verso San Pietro, difeso dalle fortificazioni degli Orsini. E per la pi grande battaglia che abbia mai avuto luogo per le vie di Roma si concluse con la sconfitta di Enrico, il quale, non essendo riuscito a espugnare il Borgo, decise di rinunciare a San Pietro, sede tradizionale delle incoronazioni, e di ripiegare sulla basilica di San Giovanni in Laterano. Il 29 giugno 1312 Enrico di Lussemburgo divenne il settimo imperatore dei Romani con quel nome.
Dal punto di vista legale la cerimonia, presieduta dai cardinali legati, conferiva al re dei Romani i crismi e i poteri imperiali: nella lettera ai sovrani dEuropa con la quale il giorno stesso annunciava lavvenuta incoronazione, Enrico settimo proclamava solennemente la sovranit dellimperatore, soggetto a Dio solo, su tutti i monarchi (Filippo quarto rispose che la Francia non riconosceva nessuno superiore al suo re). Dal punto di vista simbolico, unincoronazione non effettuata dal papa e, per di pi, non in San Pietro aveva laspetto di unincoronazione mancata, soprattutto in considerazione del fatto che quella era la prima volta da quasi cento anni che un re dei Romani veniva insignito del diadema imperiale (lultimo era stato Federico secondo nel 1220). Anche la basilica di San Giovanni non era proprio il luogo pi adatto per conferire solennit allinvestitura. Semidistrutta da un incendio quattro anni prima (6 maggio 1308), era ancora in attesa di un adeguato restauro: forse mancava perfino del tetto, crollato tra le fiamme. 
I resoconti del banchetto che si tenne dopo la cerimonia forniscono unidea abbastanza precisa del clima nel quale si svolsero i festeggiamenti. Il fastoso banchetto fu allestito allaperto presso il convento di Santa Sabina, sullAventino, nel dominio dei Savelli  Ma collocati sui punti pi alti dellAventino, frombolieri e arcieri nemici molestavano con lanci di pietre il pubblico, che circondava curioso i convitati, e disturbavano il banchetto con clamori di scherno  Il banchetto allaperto dovette essere interrotto e continuato entro mura protettrici. 
Limperatore si trattiene a Roma e nel territorio circonvicino fin verso la fine dagosto. In questo periodo subisce la defezione di molti principi tedeschi, rientrati in Germania con le loro poche truppe, e il suo esercito tuttaltro che imponente si assottiglia ancora. Tuttavia egli decide di muovere contro Firenze. Le sue forze gli consentono di vincere i numerosi scontri in campo aperto che si susseguono nel contado e nel territorio fiorentino, ma non sono sufficienti n per assalire la citt n per cingerla di un assedio efficace. Da poco dopo la met di settembre, per una quarantina di giorni, si accampa sotto le mura di Firenze senza peraltro chiuderne tutte le vie di accesso. In quellinutile assedio logora lesercito e infligge un grave colpo alla sua immagine imperiale. Verso la fine dottobre toglie lassedio, ma si trattiene per molti mesi nei pressi della citt: espugna numerosi castelli e cittadine, ma non riesce a imprimere una svolta a unazione che si rivela sempre pi fallimentare. Ritorna a Pisa solamente ai primi di marzo 1313.
Nel frattempo, per, era successo un fatto clamoroso. Fin dalla seconda met del 1311 Enrico aveva avviato, in parallelo a quelle con Roberto dAngi auspicate da Clemente quinto, trattative con Federico terzo dAragona, il sovrano della Sicilia. Era dai tempi dei Vespri che gli Angioini cercavano vanamente di rientrare in possesso dellisola sulla quale i re dAragona esercitavano una sovranit a loro avviso illegittima. Pochi giorni dopo la cerimonia dincoronazione, il 4 luglio 1312, la trattativa era sfociata nella firma di unalleanza militare tra lAragonese e limperatore. Lobiettivo era di invadere il regno di Napoli contemporaneamente da nord e da sud. 
Lalleanza stipulata con Federico dAragona dischiudeva allimperatore la possibilit di infliggere un colpo decisivo a quello che si era rivelato come il suo vero e pi potente nemico. E cos, dopo aver emesso nei suoi confronti una condanna a morte per decapitazione come traditore dellimpero (26 aprile 1313), il primo agosto annuncia ufficialmente linizio della spedizione militare. Lo stesso giorno la flotta siciliana salpa da Messina e lesercito di Federico invade la Calabria. Tutto lascia credere che Roberto dAngi rester stritolato da questa tenaglia e che a Enrico settimo riuscir limpresa di diventare il padrone dellintera penisola. Sennonch, durante la marcia verso sud, limperatore cade ammalato e, giunto a Buonconvento, presso Siena, vi muore il 24 agosto. 
Lesercito imperiale si scioglie, i Ghibellini che si erano uniti allimperatore ritornano nelle loro citt, e si allontanano pure i fuorusciti: a scortare la salma nel viaggio, subito intrapreso, verso Pisa restano solo i cavalieri teutonici. Per evitare che si decomponga, il corpo, tolte le interiora, viene bollito con vino e aromi. A Pisa i funerali sono solenni, la salma di Enrico  tumulata nel duomo, dove ancor oggi si trova in un sarcofago che il Comune far scolpire a Tino di Camaino. Il clima luttuoso che si respirava in citt fu ulteriormente appesantito dalla voce, che subito aveva cominciato a circolare (e che continuer a circolare per secoli), che Enrico fosse morto non di malattia (forse una forma malarica contratta lanno precedente durante il soggiorno nellagro romano), ma per avvelenamento. Si indicava anche il colpevole nella figura del suo confessore, il frate domenicano Bernardino da Montepulciano, il quale gli avrebbe somministrato unostia avvelenata. Bench smentita dagli ambienti imperiali, la voce dilag. In parecchie citt i domenicani (forse anche su istigazione dei francescani, loro concorrenti), bersagliati da questa accusa, furono assaliti e feriti, e nemmeno chiese e conventi dellOrdine furono risparmiati.
Un oscuro passo del Purgatorio, per di pi incastonato nel contesto di una oscurissima profezia, quella famosa del cinquecento diece e cinque, potrebbe suggerire, ma il condizionale  dobbligo, che anche Dante abbia creduto che Enrico fosse stato soppresso: Sappi che l vaso che l serpente ruppe, / fu e non ; ma chi nha colpa, creda / che vendetta di Dio non teme suppe.129 Se il termine suppe  da intendere come pezzo di pane intinto in un liquido e, soprattutto, se la profezia purgatoriale  stata scritta dopo la morte di Enrico settimo, Dante alluderebbe alla diceria dellavvelenamento con le spoglie eucaristiche: i colpevoli della rovina della Chiesa (il vaso rotto dal serpente-drago, cio Satana) non si sottrarranno alla vendetta divina solo perch si erano liberati con il veleno di chi era stato incaricato di compierla.
La Monarchia
Quasi certamente Dante  presente alle esequie imperiali. Doveva essersi trasferito a Pisa, al seguito della corte, nei primi giorni di marzo 1312. Per quanto ne sappiamo, era la prima volta che metteva piede in questa citt. Quasi un quarto di secolo prima, giovane feditore a cavallo, dopo aver assistito alla resa di Caprona si era spinto con lesercito fiorentino fin sotto le sue mura, efficacemente difese da Guido da Montefeltro, ma n allora n dopo vi era entrato. Adesso lo faceva non da guelfo nemico, ma da alleato.  probabile che gi a Genova avesse trovato una sistemazione, se non proprio nellentourage pi stretto del sovrano, in qualcuno degli ambienti che attorniavano la corte, e che avesse allacciato rapporti con i notai e i giuristi della cancelleria. Non gli mancavano conoscenti, come, per esempio, Palmiero degli Altoviti, che avrebbero potuto raccomandarlo. Qualcosa per lui potrebbe avere fatto anche il cardinale Niccol da Prato, che il grande intellettuale padovano Albertino Mussato (presente a Genova come ambasciatore) descrive come punto di riferimento dei Ghibellini accorsi in quella citt, e in particolare di quelli toscani. Ed  pure probabile che a Pisa abbia continuato a usufruire di quegli aiuti.
Dei tanti eventi succedutisi fuori Pisa, come lincoronazione, lassedio di Firenze, la morte di Enrico settimo, Dante non sembra essere stato spettatore. Di certo, non era con lesercito imperiale allassedio di Firenze. Secondo Leonardo Bruni, non vi volle essere perch il tenne la reverentia della patria. 
A Pisa si sar dedicato a quel trattato filosofico-giuridico sul tema della monarchia per scrivere il quale, presumibilmente, aveva lasciato il Casentino. 
Il trattato  diviso in tre libri, ciascuno dei quali risponde a una domanda o questio. Nellordine: se la monarchia (o impero) sia necessaria al buono stato del mondo; se il popolo romano abbia rivendicato a s di diritto lufficio di Monarca; se lautorit del Monarca dipenda da Dio immediatamente oppure da un ministro o vicario di Dio.130 Con procedimento rigorosamente sillogistico-deduttivo, partendo cio da principi astratti e universali di ordine etico, filosofico e teologico, e con il supporto di considerazioni storiche, Dante, premesso che la pace universale  il pi grande dei beni che sono ordinati allumana beatitudine,131 dimostra: che il governo di uno solo, limperatore o monarca,  necessario al buon ordine del mondo perch esso assicura (diversamente da quanto fanno i re, i principi, i regimi oligarchici e quelli elettivi) il pi alto grado di giustizia, la massima libert, la concordia tra le parti e quindi la pace universale (libro I); che il popolo romano non ottenne con la forza e la violenza (come invece fanno i re e i principi) il dominio del mondo, ma che quel privilegio gli fu conferito dalla Provvidenza divina, affinch, sottomettendo tutti i popoli, instaurasse la pace, e che Cristo stesso, avendo scelto di nascere sotto limpero, ne ha sancito il pieno diritto a governare il genere umano (e pertanto peccano gravemente i cristiani e gli uomini di chiesa che combattono o vilipendono limpero, bench approvato esplicitamente da Cristo) (libro secondo). Infine (libro terzo), in relazione al problema di quale sia il rapporto tra i due grandi luminari (il Pontefice romano e il Principe romano) che rischiarano e guidano il mondo, dimostra, contro il parere di molti dottori della Chiesa, secondo i quali come la luna, che  il luminare minore, non ha luce se non perch la riceve dal sole, cos neppure il regime temporale ha autorit, se non perch la riceve dal regime spirituale,132 che lautorit del Principe dipende direttamente da Dio e non dipende per nulla dalla Chiesa. Ne consegue che i papi non possono sciogliere o legare i decreti dellImpero, ossia le leggi,133 e nemmeno possono appellarsi al fatto che Costantino abbia donato alla Chiesa Roma, sede dellImpero, con molte altre dignit dellImpero, perch Costantino non poteva alienare la potest dellImpero n la Chiesa poteva riceverla.134 Gli ambiti dei due poteri sono nettamente distinti: luomo persegue la beatitudine di questa vita e la beatitudine della vita eterna,135 e pertanto, affinch egli possa raggiungere questo duplice fine, la Provvidenza gli ha dato due guide, quella del Sommo Pontefice, che secondo le cose rivelate conducesse il genere umano alla vita eterna, e quella dellImperatore, che dirigesse il genere umano alla felicit temporale secondo gli insegnamenti filosofici.136
Verit mai da altri tentate
 stato detto, in riferimento alla sua produzione di lirico in volgare, ma losservazione vale per lintera sua opera, che Dante  il poeta che pi di ogni altro ha saputo emanciparsi dai clichs che la tradizione gli imponeva. Che lavori allinterno di un genere o che scriva un testo non inquadrabile in un genere precostituito, egli si prefigge comunque di essere nuovo e originale. E nuove, in effetti, sono le sue opere, nessuna delle quali si lascia del tutto circoscrivere dentro un genere preesistente. Solo la Monarchia, con il suo andamento cos rigidamente consequenziale e il suo esibito carattere di testo che potrebbe essere nato nelle aule di uno Studium, sembrerebbe fare eccezione e collocarsi in un unico ambito omogeneo, rinunciando a mescolare tradizioni e stimoli diversi. Eppure, nemmeno di questo libro Dante rinuncia a proclamare la novit, dalla quale a lui verr gloria: mi sono proposto  di palesare verit mai da altri tentate.137
La rivendicazione di originalit  giustificata.  vero che con la Monarchia Dante si inserisce in un ampio dibattito che vede partecipi i maggiori giuristi del Due e Trecento, ma in quale altra opera politico-giuridica il Digesto sta accanto a Livio, a Virgilio, a Ovidio, a Lucano e a Boezio, accanto ad Aristotele e ai suoi interpreti, accanto a Seneca e a Cicerone come nella sua? E soprattutto, quale altra opera di questo genere sublima al livello della pi alta e oggettiva speculazione formale e filosofica una materia impregnata di passioni, interessi, odi come quella a cui la Monarchia si applica? Oltre alla capacit di Dante di aprire prospettive nuove in ogni campo a cui si dedica, questo libro esibisce in maniera nitida limpronta pi tipicamente dantesca, vale a dire lintreccio fra lattualit vissuta e partecipata in prima persona e la riflessione che la ordina in un sistema concettuale stabile e definitivo. La Monarchia ne  un esempio paradigmatico proprio perch il rigore del procedimento logico, la ferrea gerarchizzazione dei valori sulla base di principi generali, il freddo distacco scientifico dellargomentazione nascondono che la sua ragion dessere scaturisce da una realt contingente magmatica, contraddittoria, instabile e, soprattutto, impregnata di passionalit. Non a caso, dunque, si discute se gli avvenimenti storici che essa presuppone siano quelli relativi a Enrico settimo o non, piuttosto, quelli che hanno a protagonista Cangrande della Scala. 
In realt, numerosi segnali rimandano agli anni di Enrico. E forse si pu ulteriormente circoscrivere il periodo di composizione, se non di tutto il trattato, almeno del suo ultimo libro. C congruenza tra la sua tesi centrale, cio che il potere imperiale, stabilito da Dio per garantire la pace fra gli uomini, da Dio deriva direttamente senza mediazione alcuna dei suoi vicari, e lo stato dei rapporti fra Enrico settimo e Clemente quinto dopo lincoronazione imperiale. Mentre in una prima fase i due sembravano procedere daccordo  Enrico chiedeva insistentemente la confirmatio papale e il pontefice si mostrava ben disposto a concedere un riconoscimento che ratificava la superiorit del potere spirituale su quello temporale , nel periodo concitato che precede lincoronazione, quando il papa si piega al ricatto francese, e ancora pi dopo, i due protagonisti si irrigidiscono su posizioni antagonistiche: il neoimperatore rivendica lautonoma pienezza dei suoi poteri e il papa ne sottolinea invece la subordinazione. Ed  proprio in quei mesi che si manifesta apertamente lopposizione dei re (Filippo quarto di Francia e Roberto dAngi), stigmatizzata nel libro con le parole del Salmo 2: Perch fremettero le nazioni e i popoli meditarono cose vane? Insorsero i re della terra, e i principi congiurarono contro il Signore e contro il suo Unto.138
La Monarchia non presuppone solo un grande bagaglio dottrinale, giuridico, filosofico, storico e teologico; alle spalle ha pure un insieme di documenti, decreti, lettere, atti legislativi, prodotti dallimperatore, dal papa e dai re appena citati soprattutto fra lestate del 1312 e quella del 1313: dalle Costituzioni pisane, emanate da Enrico il 2 aprile 1313 (nelle quali  sancita la soggezione di ogni uomo allimperatore, premessa alla deposizione e condanna di Roberto), alle varie petitiones al papa nelle quali il re di Napoli non solo chiede di dichiarare illegittima lincoronazione, ma nega addirittura che in un mondo di monarchie oggi diremmo nazionali un impero universale (nato peraltro dalla forza e non, come argomenta Dante, dal diritto) sia ancora attuale, alle decretali con le quali, dopo il concilio di Vienne, Clemente quinto annulla la sentenza imperiale ai danni di re Roberto e, soprattutto, ribadisce il suo dovere-diritto di esercitare la paterna potest sulle nazioni cristiane. Un intrico di documenti (altri se ne potrebbero aggiungere, come la risposta di Filippo il Bello allenciclica imperiale che annunciava lavvenuta incoronazione) che si rincorrono e sovrappongono nello stesso giro di mesi, alla luce dei quali molte argomentazioni dantesche sembrano trovare la loro migliore collocazione cronologica nella primavera del 1313.
La filigrana di documenti che la Monarchia lascia intravedere in controluce potrebbe essere assunta come prova che Dante era effettivamente in contatto con la cancelleria imperiale: in quale altro luogo, infatti, epistole, decreti, documenti di varia natura potevano arrivare con tanta tempestivit, addirittura, come nel caso delle decretali clementine, ancor prima di essere pubblicati? La domanda : contatto o collaborazione? La Monarchia ha  o, meglio, avrebbe dovuto avere  un forte impatto propagandistico, e ci deporrebbe a favore del fatto che ci fosse una qualche collaborazione tra la cancelleria e Dante:  probabile non che questi scrivesse su commissione, ma che consultasse i giuristi di Enrico e ne ricevesse materiali. 
Che Dante pensasse a un testo propagandistico  da escludere. La sua mira era molto pi alta.  evidente, per, che il trattato poteva prestarsi a quelluso. Lautore sembra esserne consapevole e sembra pure preoccupato che il libro possa suscitare effetti controproducenti. Nelle battute finali, dopo aver dimostrato lindipendenza del potere temporale dellimperatore da quello spirituale del papa (in termini metaforici, che la cristianit  illuminata da due soli e non da un sole e da una luna), sente la necessit di avvertire che questa verit  non deve essere accolta in senso cos stretto, che il Principe romano non sia in qualcosa soggetto al Pontefice romano, dal momento che questa felicit mortale  in qualche modo ordinata a una felicit immortale, e pertanto esorta limperatore a tributare al papa quella reverenza che il figlio primogenito deve usare verso il padre.139 Linvito scaturisce dalla sua profonda religiosit e dal suo indefettibile senso dellortodossia (perfino Bonifacio ottavo  intoccabile in quanto vicario di Cristo), ma probabilmente riflette anche la preoccupazione che gli assunti radicali sulla divisione dei due poteri possano essere strumentalizzati e inasprire i gi difficili rapporti tra Enrico e Clemente. Una preoccupazione forse condivisa anche dalla parte imperiale, che mai si spinse fino a una aperta rottura con il papa. Ci detto,  un fatto che la Monarchia si prestava, oggettivamente, a essere impiegata come arma propagandistica nella lotta politica. Non a caso, verso la fine degli anni Venti del Trecento essa sar coinvolta nella diatriba tra il papa e Ludovico il Bavaro. Dice Boccaccio che lappropriazione fattane in quelle circostanze dalla propaganda ghibellina rese molto famoso un libro il quale infino allora appena era saputo, cio era noto a stento. Ci si pu chiedere, dunque, come mai negli anni in cui fu scritto non ne venne fatto luso a cui naturalmente si prestava, tanto da passare quasi inosservato. Forse la risposta  che, se fu portato a termine nellestate del 1313, e non mesi prima, non fece in tempo a essere divulgato: la morte improvvisa di Enrico, di colpo, lo aveva reso inattuale.
Per diritto ereditario
La Monarchia  forse lunico libro di Dante privo di squarci palesemente autobiografici. Ma siccome non esiste libro nel quale Dante non manifesti lesigenza di parlare di s, gli elementi autobiografici andranno cercati tra le pieghe dei discorsi ideologici, proprio come i riferimenti allattualit vanno scovati sotto la distaccata trattazione giuridico-filosofica. 
La riflessione su cosa sia la nobilt e su chi siano i nobili percorre le opere dantesche come un filo rosso. Dante usa lo scandaglio della nobilt (danimo o ereditaria, cio di sangue) per misurare i rapporti sociali e per individuare quale possa essere lo stato ottimale di una societ ben ordinata, ma  forte il sospetto che in lui agiscano anche motivazioni personali e private. Che il suo, cio, non sia solo un bisogno intellettuale di definire il nobile, ma anche il bisogno di definire la propria collocazione sociale. Sulla sua riflessione, dunque, influiscono sotterraneamente sia la sensazione di disagio che sembra averlo accompagnato fin da giovane sia la difficolt di individuare il suo posto nelle gerarchie comunali e, poi, in quelle delle corti feudali. 
I numerosi interventi che si susseguono nel corso degli anni sono accompagnati, come da un Leitmotiv, dalla sentenza di Aristotele: nobilt  virt e antiche ricchezze. Negli anni Novanta del Duecento, nella canzone Le dolci rime, Dante aveva duramente e anche un po sprezzantemente contestato quella sentenza, che allora attribuiva a Federico secondo (Tale imper che gentilezza volse, / secondo l suo parere, / che fosse antica possession davere / con reggimenti belli140): a scrivere quei versi era il Dante guelfo-municipale deciso sostenitore della nobilt danimo, cio della nobilt che prescinde dalla famiglia e dallo stato patrimoniale. Nel Convivio, commentando questi stessi versi, aveva preso le distanze dallaffermazione dellimperatore, ma con prudenza e con ossequio nei suoi confronti, e aveva cominciato ad aprire la strada per una rivalutazione della componente ereditaria nella nobilt. Adesso, nella Monarchia, allinizio del libro nel quale discute del buon diritto del popolo romano di arrogarsi la dignit dellimpero, cita nuovamente la sentenza, attribuendola correttamente ad Aristotele, in questi termini: Si sa che gli uomini sono resi nobili per merito della virt, cio della virt propria e degli antenati. La nobilt  infatti virt e antiche ricchezze, secondo il Filosofo nella Politica, e secondo Giovenale: Sola e unica virt  la nobilt danimo. Giudizi, questi due, che danno origine a due diverse nobilt: quella propria e quella degli antenati. Ai nobili dunque, per ragione della causa, si addice il premio della prelazione.141 Che si tratti di una vera e propria rivalutazione della nobilt ereditaria lo si deduce anche dal seguito della pagina, nel quale Dante insiste sul fatto che Enea, figura allorigine dellimpero, era nobile per la sua personale virt ma anche per quella ereditata dagli antenati e in lui affluita dalle mogli. Sia chiaro, Dante non si appiattir mai sulla tesi che la vera nobilt sia quella ereditaria e di schiatta, per lui sar sempre prevalente il principio della virt personale, e tuttavia, siccome la virtus  una prerogativa subordinata alla nobilitas, ecco che il sangue viene a rappresentare una condizione privilegiata perch, sussistendo il valore individuale, si esplichi una piena nobilt. 
Dante era consapevole di avere fornito, nel corso della sua vita pubblica, nellazione politica e nel lavoro intellettuale, ampie prove di possedere quelle virt che segnalano la nobilt danimo. Se a ci egli avesse potuto aggiungere anche un lignaggio, unascendenza nobiliare riconosciuta, avrebbe completato sotto ogni aspetto le patenti che davano valore alle sue parole: un Dante non solo virtuoso, ma nobile, come Enea, sarebbe stato legittimato a proclamare la necessit del ritorno a quellordine che da Enea aveva preso origine. Il passo dalla rivalutazione teorica dellereditariet alla proclamazione della sua propria nobilt per via ereditaria Dante lo compir soltanto pochi anni dopo durante la scrittura del Paradiso. Qui aprir il canto 16 con un prologo nel quale esprimer lorgogliosa soddisfazione da lui personaggio interiormente provata nellapprendere che il trisavolo Cacciaguida era stato cavaliere, e per di pi di investitura imperiale:
 O poca nostra nobilt di sangue,
 se glorar di te la gente fai
 qua gi dove laffetto nostro langue,
 mirabil cosa non mi sar mai:
 ch l dove appetito non si torce,
 dico nel cielo, io me ne gloriai.142
La nobilt di sangue sar anche poca cosa, ma lui si  gloriato di possederla perfino in Paradiso! Il commento dellautore rincalza il sentimento del personaggio. E si noti che, parlando della nobilt della sua famiglia, Dante  di una esplicitezza che non ha equivalenti altrove, tanto  vero che questo  lunico luogo, negli scritti volgari come in quelli latini, nel quale usa lespressione nobilt di sangue.
Il giovane che, come poeta, aveva esordito autoproclamandosi nobile danimo, e perci membro di una ristretta cerchia di aristocratici della cultura, finisce la carriera di uomo e letterato arrogandosi unassai dubbia nobilt di sangue. Lapprodo di quel lungo percorso segnala in modo incontrovertibile che luomo di municipio, luomo che anche da esule teneva lo sguardo fisso su Firenze e che giudicava gli eventi politici e i movimenti della societ con un codice che era ancora, nella sostanza, quello del mondo fiorentino, ha cambiato una volta per tutte i parametri di giudizio e, soprattutto, ha individuato lambiente sociale che finalmente sente suo. Dopo oltre un decennio trascorso a contatto con grandi e meno grandi famiglie feudali e, in particolare, dopo che il progetto imperiale di Enrico  sembrato ridare fiato e senso a unorganizzazione della societ e del mondo che appariva irrimediabilmente declinante, Dante si sente parte organica di quella vasta porzione di societ che aveva la nobilt ereditaria come perno ideologico, stile di vita e programma politico.

5. IL PROFETA.

1314 1315.
un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio143
La consapevolezza di una missione.
La morte improvvisa di Enrico settimo per Dante deve essere stata una mazzata, la pi forte tra le molte che negli ultimi dieci anni la vita gli aveva inferto. Lo svanire inaspettato di un sogno che sembrava sul punto di realizzarsi lo avr lasciato sgomento. Smarriti e delusi, del resto, furono tutti i sostenitori dellimperatore. Cino da Pistoia, nella canzone Per la morte de lo imperatore Henrico da Lucimburgo, scrive che Enrico non  morto, perch lui vive beato in cielo e il suo nome sopravvivr in terra, morti sono i suoi seguaci: Ma que son morti e qua vivono ancora, / chavean tutta lor f in lui fermata  per ciascun come smarrito regna [vive].
Niente tuttavia ci autorizza a dipingere un Dante ripiegato su s s stesso, dimentico dei progetti e delle passioni di poco prima. Anzi, gli scritti di questo periodo ci restituiscono limmagine di un uomo combattivo, ancor pi infervorato della missione di cui si sente investito. Le sue parole hanno un ardore e una durezza da profeta.
A nemmeno un anno dalla scomparsa di Enrico, Dante scrive una veemente epistola ai cardinali italiani riuniti in conclave. Clemente quinto era morto il 20 aprile 1314; una decina di giorni dopo, ventitr cardinali erano convenuti nel palazzo episcopale di Carpentras per eleggere il successore. Erano divisi in tre partiti: il guascone, il pi numeroso, composto dai cardinali nominati da Clemente, litaliano e il francese. Destinatari della lettera di Dante sono i cardinali italiani (che erano otto) e, nominativamente, due nativi di Roma, Iacopo Caetani Stefaneschi e Napoleone Orsini. Lepistola, spedita dopo lapertura del conclave (riferendosi a esso come a un combattimento, Dante afferma che il conflitto  gi iniziato144), quasi certamente pervenne ai destinatari. Non a caso Dante parla di combattimento: il suo testo, in effetti,  una appassionata esortazione ai cardinali italiani affinch lottino virilmente per eleggere un papa italiano che riporti a Roma la sede di Pietro. Roma, scrive,  vedova e abbandonata, doppiamente abbandonata, perch, con la morte di Enrico settimo e il trasferimento di fatto della sede apostolica ad Avignone,  adesso privata delluno e dellaltro sole.145 A versare in gravi condizioni  la Chiesa tutta, vicina quasi al suo funerale (in matris Ecclesie quasi funere). La cupidigia  dilagata tra i pastori, i quali, invece di difendere e guidare il loro gregge, lo hanno trascinato nel precipizio insieme a loro. Adesso  necessario un soprassalto di dignit, soprattutto da parte di coloro che, come i due cardinali romani, nel conclave di Perugia, pur militando in opposti partiti, erano stati i maggiori responsabili dellelezione del papa defunto. Si battano dunque contro i guasconi, contro la loro pretesa di conservare ai vertici della Chiesa quellobbrobrio che era stato una delle cause principali della decadenza sua e di Roma. Cominciano con questa epistola i giudizi ferocemente negativi su Clemente quinto  trattato ancora con rispetto al tempo della Monarchia , al cui tradimento Dante addebita la sconfitta di Enrico settimo.
In un primo tempo i cardinali italiani sembrarono prevalere portando vicino allelezione un prelato francese, ma cardinale di Palestrina; fallito per questo tentativo, le varie fazioni tornarono a scontrarsi senza esito, finch, il 14 luglio, approfittando di disordini nati in citt, un gruppo di armati al soldo dei due potenti nipoti di Clemente quinto fece irruzione nel conclave al grido: Muoiano i cardinali italiani; vogliamo il papa, vogliamo il papa e costrinse gli italiani alla fuga. Il collegio si disperse e la sede papale rest vacante per oltre due anni, fino a quando, nellagosto 1316, fu eletto il caorsino Jacques Duse, che prese il nome di Giovanni ventiduesimo.
Lepistola presuppone che Dante abbia riflettuto sui recenti avvenimenti politici: che, cio, abbia individuato un nesso stretto fra la decadenza morale e spirituale dellistituzione ecclesiastica e la sua dipendenza politica dalla monarchia di Francia, e abbia anche compreso che lalleanza tra papato e monarchia francese (con il suo satellite angioino)  il blocco che vanifica ogni tentativo di riforma della societ.  necessario, dunque, sciogliere il nodo politico della dipendenza del papato: ecco perch il ritorno a Roma della sede pontificia  indispensabile. Senza la soluzione di quel nodo, infatti, non pu essere curata la crisi morale in cui la Chiesa versa e, daltra parte, se la Chiesa non si rigenera e non riscopre la sua vera funzione spirituale, nemmeno i progetti di riordino della societ civile possono sperare di avere successo.  una diagnosi corretta, ma che potrebbe risultare paralizzante dal punto di vista della terapia. Da un lato, pu indurre scoraggiamento e rinuncia allazione pratica, dallaltro, come compensazione, pu sfociare in visioni puramente teoriche e utopistiche di renovatio generale. Dante, invece, non arretra di fronte allenormit del compito e nemmeno, sebbene questa epistola mostri gi una forte coloritura profetica, si rifugia nellutopia.  vero che in questa fase il volontarismo utopistico e il sentimento di una missione da assolvere contro ogni evidenza contraria sono in lui preponderanti, ma  anche vero che egli non rinuncia a cercare nelle occasioni che via via si presentano (come lelezione di un nuovo papa) quegli agganci che possono trasformare una visione soggettiva e astratta in un progetto politico praticabile.
Una situazione politica intricata
In effetti, la situazione italiana nel biennio successivo alla morte di Enrico settimo qualche aggancio sembrava proprio fornirglielo. Per lo meno, poteva dare limpressione che non tutte le speranze suscitate dallavvento dellimperatore fossero perdute.
Enrico aveva un unico figlio, Giovanni, conte di Lussemburgo, re di Boemia e, dal 1310, vicario generale dellimperatore per la Germania. Da Enrico aveva ricevuto anche il titolo di primogenito del re dei Romani, che sottolineava la sua pretesa a succedergli. Anche Dante nella seconda epistola a Enrico parla di lui come del legittimo successore del padre e suo continuatore nella lotta contro i nemici dellimpero. Chiamato in aiuto dal padre, Giovanni aveva radunato un esercito, ma durante la marcia di avvicinamento allItalia, nel settembre 1313, aveva ricevuto la notizia della sua morte. A quel punto era ritornato indietro, non per disinteresse verso la questione italiana, ma per meglio giocare le sue carte in vista dellelezione a re di Germania. La sua mancata discesa, per, aveva trasformato lo scontro tra imperiali e guelfo-angioini da partita giocata su uno scacchiere internazionale a questione prevalentemente italiana.
Un altro che nellagosto 1313 si era mosso in aiuto di Enrico era stato il re di Trinacria, Federico dAragona. Salpato con la flotta alla volta di Pisa, lui pure durante il viaggio era venuto a sapere della morte dellimperatore: sbarcato a Pisa e informato che lesercito di Giovanni di Boemia non sarebbe sceso in Italia, rifiuta lofferta pisana di assumere la guida dello schieramento ghibellino e, il 26 settembre, si reimbarca per la Sicilia. Non cessa, per, di guerreggiare contro Roberto dAngi, che rivendicava il suo diritto al possesso della Sicilia; anzi, nellagosto 1314 assume il titolo di re di Sicilia al posto di quello di re di Trinacria. Almeno sino alla fine del 1314, quando, il 16 dicembre, stipuler una tregua con il suo rivale, Federico dAragona seguiter a rappresentare il pi importante punto di riferimento per i Ghibellini e le forze filoimperiali della penisola. Nel settembre 1313 Dante si trovava quasi certamente a Pisa, e quindi, anche se non avesse incontrato il sovrano aragonese, avrebbe avuto molte possibilit di frequentare persone del suo seguito e di conoscere di prima mano e apprezzare le sue intenzioni politiche. Apprezzamento che subentrava alle manifestazioni di scarsa simpatia prima che diventasse il pi fidato e importante alleato di Enrico settimo. Ma dopo la tregua stipulata alla fine del 1314, Dante cambier ancora opinione su di lui, accusandolo di avarizia, di vilt e di cattivo governo.  una delle ben note oscillazioni di giudizio determinate in Dante dalla situazione politica del momento.
Federico dAragona sposta il teatro del suo conflitto con gli Angi tra Sicilia e Calabria, e cos il principale campo di battaglia resta la Toscana. Lo scenario  simile a quelli che pi volte si sono presentati nellultimo mezzo secolo: Firenze, Angioini di Napoli e citt guelfe da un lato, Pisa e forze ghibelline dallaltro. Quella che adesso si ripresenta  una sorta di costante della storia italiana fra Due e Trecento. Anche gli assetti politico-militari interni ai due schieramenti ripropongono situazioni gi viste nel passato: se nel maggio 1313 Firenze aveva affidato la signoria della citt, cio il potere di nominare i podest, a Roberto dAngi (che lavrebbe mantenuta per otto anni e mezzo), proprio come, quasi cinquantanni prima (1267), aveva concesso per sette anni la carica di podest al nonno di Roberto, Carlo I dAngi, nel settembre, fallito il tentativo di coinvolgere Federico dAragona, Pisa si consegna a un capitano esterno, Uguccione della Faggiola, al quale conferisce le cariche di podest, capitano di guerra e capitano del popolo, replicando quanto aveva fatto un quarto di secolo prima con Guido da Montefeltro. E proprio come a suo tempo il Montefeltro, il pi che sessantenne Uguccione conduce una brillante campagna militare. Nel giugno 1314 conquista Lucca (grazie anche allaiuto interno del ghibellino Castruccio Castracani degli Antelminelli), la quale poi si allea con Pisa in una lega di cui lui stesso  capitano. Diventato signore effettivo di entrambe le citt, Uguccione prosegue di vittoria in vittoria fino a sconfiggere le forze congiunte di Firenze e di Roberto dAngi (che nel frattempo il papa aveva nominato vicario dellimpero per lItalia) in una battaglia campale combattuta a Montecatini (29 agosto 1315). Questa vittoria segna lapice delloffensiva ghibellina e della potenza di Uguccione, a cui far seguito per lui una rapida caduta. Nel giro di pochi mesi crescer lopposizione interna sia a Pisa sia a Lucca, dove poi nasceranno forti contrasti tra lui e Castruccio, sicch nellaprile dellanno dopo Uguccione sar cacciato da entrambe le Signorie nello stesso giorno. 
Un fervido utopista.
Tra lestate del 1313 e quella del 1315 il quadro politico-militare era tuttaltro che sfavorevole alle forze ghibelline. Dante, dunque, poteva esserne confortato a non dismettere limpegno politico. Anche se nessun rivolgimento paragonabile a quello che Enrico settimo avrebbe impresso alle cose italiane era pi prevedibile, la situazione appariva suscettibile di sviluppi molto positivi. E tuttavia non era tale da giustificare il fervore e lo slancio utopistico che pervadono gli scritti danteschi di questo periodo. 
Lepistola ai cardinali italiani non sembra discostarsi troppo dalle epistole-manifesto scritte tre anni prima. Il nodo politico da cui muove, la necessit di eleggere un papa italiano, ha la stessa concretezza di quelli affrontati nelle altre epistole (prescrizione dei diritti imperiali, necessit di portare la guerra in Toscana); simile  anche lo stile, infarcito di citazioni bibliche e caratterizzato da una insistita metaforicit di tipo religioso. Il ricorso alle Scritture e le tonalit biblico-profetiche in questa epistola sono molto pi accentuati, ma limpostazione di fondo  la stessa delle precedenti. Radicalmente diversa, invece,  la figura dello scrivente. 
Nelle lettere a Enrico settmo e ai fiorentini Dante parlava a nome di una collettivit, era interprete e portavoce di gruppi organizzati. Il Dante che si rivolge ai cardinali, invece,  un uomo solo, che sottolinea la sua solitudine perch  proprio questa condizione a legittimare le sue parole: una sola voce, la sua, solitaria e pia, e questa di privato, si ode nel funerale quasi della madre Chiesa.146 Un privato non ha n autorit di pastore (anzi, nei pascoli di Ges Cristo  lultima delle pecorelle147) n potere n ricchezze, e tuttavia osa rivolgere parole aspre e sprezzanti ai prelati che governano la Chiesa. Lo fa perch  scrive parafrasando san Paolo  per grazia di Dio sono ci che sono e perch  aggiunge citando i Salmi  mi divora lo zelo per la sua casa.148 La voce solitaria che parla per impulso divino e che osa contrastare i potenti denunciando le loro colpe  quella dei profeti biblici. E come i profeti, Dante non parla a nome di gruppi sociali o religiosi o partitici, ma manifesta ci che il popolo pensa senza avere il coraggio di dirlo: Ma, o padri, non consideratemi una fenice in terra; infatti tutti mormorano o bisbigliano o pensano o sognano ci che io narro, e non dichiarano quello che hanno veduto.149
Insomma, a scrivere lepistola non  un politico che si atteggia a profeta, ma  un uomo che si sente realmente investito di una missione profetica. Un uomo la cui eccezionalit non deriva da particolari doti intellettuali o da meriti acquisiti, ma, paolinamente, dallessere ci che  per grazia di Dio.
Nellepistola ai cardinali culmina un processo che si  avviato gi nella giovinezza di Dante. Ci  capitato pi volte di notare come egli abbia forte il senso della sua diversit e come, nel corso degli anni, abbia interpretato malattie e accadimenti della vita quali segni distintivi della sua unicit, abbia scorto la mano del destino nella morte di una donna amata, si sia attribuito capacit visionarie e, infine, sia arrivato a concepire un poema che fin dal piano originario contemplava una forte componente profetica.  possibile che tutto ci sia una sorta di reazione a un disagio sociale e familiare, che una sensazione di inadeguatezza si sia rovesciata in una perfino spropositata affermazione di s: legocentrismo  una caratteristica ineliminabile della scrittura dantesca. Il fatto che la voce profetica diventi pi nitida e ferma proprio in corrispondenza della grande delusione subita con il fallimento di Enrico settimo corrisponde bene a quanto intuiamo del carattere di Dante, del suo modo di reagire alle sconfitte, della sua volont di rovesciare la realt proiettandosi nel futuro. Il che pu essere, se si vuole, un modo di sfuggire la realt. Pi  solo e isolato, e pi pretende di parlare a nome di tutti. Nella Commedia si spinge fino a pretendere di parlare in nome di Dio.
Quali che siano le cause profonde e i processi psicologici che lo hanno determinato, il risultato ultimo  la costruzione di un personaggio autobiografico dotato di carisma profetico.  impossibile stabilire se Dante si sentisse realmente un profeta;  innegabile, per, che nella Commedia egli si proclama tale pi volte. Profeta non perch ha il privilegio di leggere nel futuro e di predire gli eventi, ma perch pu riferire ai vivi i vaticini ascoltati nel mondo ultraterreno. Beatrice, alla fine del Purgatorio, Cacciaguida e san Pietro, nel Paradiso, lo investono esplicitamente di quel compito. E siccome la Commedia costituisce il compimento dellincarico ricevuto, linvestitura data al personaggio finisce per ricadere sullautore stesso. 
Resta il fatto, per, che essa  tutta interna alla fictio, e quindi  unautoinvestitura. Ma,  stato detto, perch Dante sia ascritto al rango di profeta, non basta la sua volont di autore  Dante profeta deve fornire al suo tempo un segno oggettivo, indiscutibile, indipendente dalla sua volont, ma non nascosto alla sua intelligenza: la concreta impronta del suo privilegio. Lunico vero segno oggettivo del profetismo dantesco  costituito dallepisodio della rottura del fonte battesimale raccontato nel canto infernale dei simoniaci. Se per secoli il suo messaggio non  stato decifrato, non  perch Dante ha voluto essere criptico, ma, pi banalmente, perch con il passare del tempo  venuta meno la conoscenza della conformazione del fonte battesimale di San Giovanni. Il racconto di come egli avesse rotto una delle anfore piene dacqua benedetta per salvare una persona (presumibilmente un bambino) che vi stava annegando persegue un duplice obiettivo. Siccome quel gesto era stato compiuto in pubblico e, probabilmente, aveva suscitato scandalo, adesso Dante ristabilisce la verit dei fatti (e questo sia suggel chogn omo sganni150). Ma nel frattempo egli si  anche accorto che il suo gesto di allora aveva ripetuto quello del profeta Geremia, e si  persuaso che pure il suo era stato un gesto profetico: il segno che Dio, in quel luogo sacro, gli aveva affidato il compito di denunciare la simonia della Chiesa. E cos latto che poteva sembrare uno scandalo, agli occhi di chi sapesse leggere i segni di Dio nella storia si sarebbe rovesciato nella certificazione del carisma profetico di chi laveva compiuto. 
Nel prosieguo del canto il papa Niccol terzo, infitto a capo in gi in uno dei fori circolari scavati nella parete della bolgia, predice a Dante, che si  chinato su di lui per meglio ascoltare le sue parole, il futuro arrivo allInferno di Bonifacio ottavo (morto nel 1303), seguito poi da quello di un papa di pi laida opra,151 eletto, come il biblico Giasone, grazie a pratiche simoniache che gli avevano procurato lappoggio del re di Francia.  Clemente quinto, qui ulteriormente bollato come pastor sanza legge,152 come papa, cio, che non rispetta alcun vincolo umano e divino, unespressione con la quale Dante allude al tradimento da lui compiuto (nella profezia: che compir) ai danni di Enrico settimo (ma pria che l Guasco lalto Arrigo inganni scriver nel Paradiso153). Se il canto dei simoniaci  stato composto entro il 1308 1309, i versi che stigmatizzano con tanto disprezzo loperato di Clemente devono risalire a una revisione posteriore. Prima o dopo la morte del papa nellaprile 1314? Nel primo caso, saremmo in presenza di una profezia (il decesso del papa), forse non del tutto azzardata, ma comunque da intendere come tale; nel secondo, ritroveremmo il solito modo dantesco di preconizzare eventi gi accaduti. E questa seconda ipotesi, che appare la pi probabile, ci porterebbe a individuare una revisione del canto grosso modo negli stessi mesi, la tarda primavera del 1314, nei quali Dante scrive lepistola ai cardinali. Pu essere significativo, allora, che i versi della Commedia insistano, pi che sul voltafaccia del papa nei confronti dellimperatore, sul momento della sua elezione simoniaca: significativo perch il conclave di Perugia che lo aveva eletto  proprio lantefatto storico al quale la lettera ai cardinali fa riferimento, il misfatto che adesso i cardinali di Roma dovrebbero redimere nel nuovo conclave appena apertosi. Accettando lipotesi che nella primavera del 1314 Dante sia intervenuto sul canto di alcuni anni prima, non sarebbe affatto strano che proprio nei mesi nei quali manifestava pubblicamente il suo carisma profetico, egli avesse anche aggiunto la digressione autobiografica del battezzatoio infranto quale segno oggettivo del suo essere profeta. Sarebbe la conferma che il profetismo dantesco si precisa e, soprattutto, si esplicita nei mesi successivi alla morte di Enrico, come protesta volontaristica, come atto di fede nonostante tutto.
Il Purgatorio e la vacanza dellimpero.
Dante comincia a scrivere il Purgatorio tra il 1308 e il 1309, e procede speditamente: alla vigilia dellarrivo di Enrico settimo ne ha composto pi di due terzi. Fra il 1311 e il 1313 il lavoro sembra rallentare parecchio: a distogliere Dante dal poema sar stata la sua nuova militanza politica e intellettuale (si pensi alle epistole e alla Monarchia). Non  da escludere, per, che egli trovasse difficoltoso riaggiustare il quadro politico-ideologico che aveva tracciato nella cantica prima dellavvento di Enrico e che linaspettato affacciarsi sulla scena di un imperatore aveva reso inattuale. 
Gran parte del Purgatorio ruota intorno al tema della vacanza dellimpero e degli effetti gravemente negativi che essa ha prodotto e sguita a produrre sulla cristianit. Rispetto alla visione guelfa e animosamente antighibellina dellInferno  quasi un rovesciamento. Dalla constatazione che la sella [dellimpero]  vta,154 che Alberto dAustria non si cura dellItalia e lascia che il giardin de lo mperio sia diserto,155 che anche Rodolfo dAsburgo aveva negletto ci che far dovea,156 cio di venire in Italia, e, soprattutto, che uno dei due soli dai quali lumanit  illuminata aveva spento laltro, cosicch  giunta la spada / col pasturale,157 Dante fa discendere una amara e sconsolata analisi della presente situazione italiana ed europea. 
Gran parte dei quadri storici dipinti nella cantica sono dedicati a deplorare le tristi condizioni nelle quali lItalia versa dalla fine della dinastia sveva. La famosa apostrofe del canto sesto la dipinge in preda alle guerre (nessuna delle sue parti  di pace gode), alle lotte tra fazioni (e ora in te non stanno sanza guerra / li vivi tuoi, e lun laltro si rode / di quei chun muro e una fossa serra), unItalia nella quale le grandi dinastie feudali sono oscurate, decadute, Roma piange vedova e sola, le citt si sono riempite di tiranni, i dirigenti politici sono parvenu senza passato. Quasi a met della cantica Guido del Duca prima discende il corso dellArno e caratterizza gli abitanti di quella maladetta e sventurata fossa158 attraverso un bestiario insultante: porci i Casentinesi, botoli gli Aretini, lupi i Fiorentini, volpi i Pisani, e poi dipinge la situazione desolata della Romagna: in passato, amore e cortesia invogliavano a coltivare le virt cavalleresche e i piaceri delle corti (le donne e  cavalier, li affanni e li agi / che ne nvogliava amore e cortesia159), mentre adesso i cuori son fatti s malvagi.160 Poco oltre  Marco Lombardo a constatare come in Lombardia e nella Marca Trevigiana  regioni nelle quali, prima della lotta tra Federico secondo e il papa, solea valore e cortesia trovarsi161  adesso nessun malvagio debba temere di provare vergogna. Toscana, Romagna, Lombardia, Marca Trevigiana: sono le regioni di Dante, i luoghi nei quali si  esplicata la sua azione politica dopo lesilio. 
La rappresentazione della decadenza postimperiale si allarga anche allEuropa o, meglio, allEuropa delle monarchie. E anche questo  un quadro di decadenza. Le teste coronate o principesche raccolte nella valletta dei principi del canto settimo non brillano n per virt n per capacit di governo, tuttaltro, eppure quasi tutte rispondono a un clich secondo il quale a padri inadeguati succedono figli ancor pi inadeguati. Dante non aveva atteso la sfortunata spedizione di Enrico settimo per capire che uno degli effetti pi nefasti (ai suoi occhi, beninteso) della vacanza imperiale era stato il consolidarsi degli istituti monarchici e delle loro autonomie. Non  un caso che il protagonista di un canto nel quale  deprecata lavidit, lantica lupa la cui fame  sanza fine cupa,162 sia Ugo Capeto, il figliuol  dun beccaio di Parigi dal quale son nati i Filippi e i Luigi / per cui novellamente  Francia retta.163 Tre Carli in successione esemplificano le colpe di Capetingi, Valois e Angi: Carlo I dAngi, che giustizi Corradino di Svevia e fece avvelenare, secondo Dante, san Tommaso dAquino; Carlo di Valois, che fece il colpo di Stato a Firenze guadagnandone solo peccato e onta;164 Carlo secondo dAngi, che, peggiore dei pirati, vendette ad Azzo settimo dEste non una schiava, ma la propria figlia Beatrice. Tuttavia nessuna delle malefatte compiute da costoro pu reggere il paragone con quelle di Filippo il Bello, che prima oltraggia in Anagni il vicario di Cristo e poi, per pura avidit, sopprime con la forza e larbitrio lOrdine dei Templari. 
Laffresco della decadenza italiana ed europea  completato dagli sguardi gettati sulla realt della vita comunale, dominata dalla violenza bestiale (Fulcieri da Calboli che imperversa sui Bianchi fiorentini) e dallinvidia (la senese Sapia che prega perch i concittadini vengano sconfitti e gioisce della loro disfatta), sulla decadenza morale  con la sola luminosa eccezione dei Malaspina  delle casate feudali (gli Aldobrandeschi, i conti di Lavagna), sulla prepotenza dei nuovi tiranni (gli Scaligeri). 
Deprecazioni, accuse, sarcasmi amari. La vita pubblica italiana ed europea sembra non possa essere dipinta che a tinte fosche. Una visione cos sconsolata corrisponde bene alla mancanza di prospettive che caratterizza il periodo compreso tra la morte di Corso e il definitivo fallimento dellOrsini, da un lato, e la discesa di Enrico settimo, dallaltro. Ma se alcuni dei canti sopra ricordati dovessero essere stati scritti qualche mese dopo, quando cio era sicuro larrivo del re dei Romani o, addirittura, quando Enrico gi era in Italia, dovremmo dedurne che Dante, a fronte di un imprevisto e radicale mutamento della situazione politica, non fosse ancora riuscito ad aggiustare il tiro, a imprimere una svolta in senso positivo alla narrazione pessimistica che stava portando avanti. 
 forte la sensazione che dai canti successivi allincontro con Forese, cio dopo avere scritto circa due terzi della cantica, Dante rallenti il ritmo di composizione o che, addirittura, si fermi per qualche tempo.  certo, comunque, che nellultimo terzo del libro egli imbocca una strada che lo allontana dalla politica e dalle vicende storiche contemporanee. In primo piano, adesso, viene il racconto dellascesa purificatrice del personaggio e, in parallelo, acquistano spazio i discorsi sulla passata attivit di lirico in volgare dellautore. Bonagiunta, Guinizelli, Arnaut Daniel si muovono in unaura tonale e in un universo concettuale che poco hanno a che spartire con la cupa rappresentazione della decadenza politica e sociale prodotta dalla latitanza dellimpero. Il Purgatorio, quasi nella sua interezza, non  animato da afflato profetico.
La profezia di Beatrice
Non nella sua interezza, perch il profetismo esplode, si pu ben dire inatteso, negli ultimi canti, quando il personaggio Dante arriva sulla vetta del monte ed entra nel Paradiso Terrestre. Le grandi azioni simbolico-allegoriche che si svolgono nellEden congiungono, intrecciandoli sotto il segno della profezia, il filo del percorso di salvazione individuale del personaggio e quello del destino dellumanit.  durante lo svolgimento delle scene allegoriche che Beatrice, per due volte, incarica Dante del compito di registrare e poi riferire sulla Terra ci che vede e ascolta; ed  ancora in relazione alle visioni allegoriche che una oscura (come tutte le profezie) ma solenne predizione di Beatrice annuncia limminente riscatto della cristianit. 
NellEden il personaggio Dante si imbatte in una strana processione simbolica che avanza verso di lui costeggiando il Lete: sette candelabri luminosi precedono ventiquattro vecchi vestiti di bianco e coronati di gigli (i ventiquattro libri dellAntico Testamento), seguiti a loro volta da quattro strani animali (i Vangeli) che scortano un carro trionfale a due ruote (la Chiesa) tirato da un grifone con il corpo di leone e la testa e le ali di aquila (Ges Cristo); tre donne (le virt teologali) danzano a un lato del carro, quattro (le virt cardinali) allaltro lato; dietro al carro, infine, seguono altri sette personaggi vestiti di bianco (Atti degli apostoli, Epistole di san Paolo, Pietro, Giovanni, Giacomo e Giuda, Apocalisse). Dopo aver confessato a Beatrice le sue colpe, Dante si aggrega alla processione che, avendo girato su s stessa, ritorna indietro. Il grifone lega il carro a un albero completamente spoglio, che subito rifiorisce. Poi, mentre molti dei personaggi salgono al cielo, unaquila (limpero romano) si precipita contro il carro e lo colpisce con forza; poco dopo  una volpe (leresia) ad avventarglisi contro. Laquila scende una seconda volta, ma non danneggia il carro, anzi lascia su di esso alcune sue penne (donazione di Costantino). Un drago esce dalla terra, rompe il fondo del carro e ne porta via una parte; il carro si copre con le penne dellaquila e si trasforma in un mostro a sette teste (i sette peccati capitali). Seduta sul carro, infine, una puttana discinta e adescatrice scambia baci lascivi con un gigante: 
Sicura, quasi rocca in alto monte,
 seder sovresso una puttana sciolta
 mapparve con le ciglia intorno pronte;
 e come perch non li fosse tolta,
 vidi di costa a lei dritto un gigante;
 e basciavansi insieme alcuna volta.165
Le vicende del carro ripropongono in forma allegorica il lungo percorso storico della Chiesa. Nellet dei martiri essa resisteva sia alle persecuzioni dei pagani sia ai colpi delle eresie, ma dalla donazione di Costantino in poi, da quando cio i beni materiali ne hanno compromesso la purezza,  precipitata in un progressivo e inarrestabile processo di degradazione, che culmina negli illeciti amori e nella vera e propria schiavit in cui versa la curia papale (la puttana) sottomessa ai voleri e ai turpi desideri del gigante. Culmina, dunque, nei tempi presenti, perch non ci sono dubbi che quel gigante vada identificato con Filippo il Bello o, comunque, con la monarchia francese. Il gigante, accortosi che la puttana osservava Dante con occhi bramosi, si adira, la frusta da capo a piedi e, infine, trascina il carro in una selva:
 Ma perch locchio cupido e vagante
 a me rivolse, quel feroce drudo
 la flagell dal capo infin le piante;
 poi, di sospetto pieno e dira crudo,
 disciolse il mostro [il carro], e trassel per la selva,
 tanto che sol di lei mi fece scudo
 a la puttana e a la nova belva.166
La selva nella quale il gigante trascina il carro della Chiesa sembrerebbe una chiara allusione al trasferimento della curia papale da Roma ad Avignone, dove il papato  quasi tenuto prigioniero.
Beatrice commenta le azioni allegoriche del carro della Chiesa (che lei chiama vaso) rotto dal drago (che lei chiama serpente) e della puttana asservita ai desideri del gigante con una oscura profezia, resa ancora pi buia dallinserzione di un enigma in senso tecnico:
 Sappi che l vaso che l serpente ruppe,
 fu e non ; ma chi nha colpa, creda
 che vendetta di Dio non teme suppe.
 Non sar tutto tempo sanza reda
 laguglia che lasci le penne al carro,
 per che divenne mostro e poscia preda;
 chio veggio certamente, e per il narro,
 a darne tempo gi stelle propinque,
 secure dogn intoppo e dogne sbarro,
 nel quale un cinquecento diece e cinque,
 messo di Dio, ancider la fuia
 con quel gigante che con lei delinque.167
Beatrice profetizza che limpero (laquila) avr presto un erede, un nuovo imperatore che uccider la meretrice e il gigante. La profezia  oscura ma non generica (come era quella del Veltro del primo canto infernale): sotto lenigma numerico si cela il nome di un personaggio storico. 
Il Purgatorio  interamente compreso tra liniziale deplorazione della latitanza dellimpero dopo la morte di Federico secondo e lattesa finale di un erede. Dal punto di vista narrativo  non si dimentichi che lazione  ambientata nel 1300  il percorso  del tutto coerente: la morte di Alberto dAsburgo fa emergere in primo piano il problema della vacanza imperiale, alla quale, per lappunto, il misterioso personaggio che si cela dietro il cinquecento diece e cinque porr presto rimedio. Ma sul piano dei riferimenti storici impliciti  dobbligo chiedersi se Dante stia parlando della stessa vacanza o di due fasi diverse: quella, lunghissima, apertasi con la fine degli Svevi e quella, recentissima, provocata dalla morte di Enrico settimo. Una risposta convincente potrebbe venire solamente dalla decrittazione dellenigma, ma fino a oggi, nonostante un imponente lavoro esegetico, nessuno  riuscito a fornirne una del tutto persuasiva. 
La maggioranza degli studiosi ritiene che il messo di Dio sia Enrico settimo, la cui identit sarebbe allusa dalle cifre latine DXV, anagrammabili in DVX, guida, condottiero. Qui limperatore, apparso sulla scena della storia a Purgatorio avanzato e, fino a questi versi, mai nominato, riceverebbe il solenne omaggio del suo fedele. Lomaggio, ovviamente, presuppone che Enrico sia ancora in vita e che Inferno e Purgatorio siano stati pubblicati nella loro interezza (anche se non ancora ampiamente diffusi) prima dellagosto 1313. Con la loro pubblicazione Dante vorrebbe anche manifestare la propria fedelt allimperatore. In effetti, le vicende storiche successive allincoronazione del giugno 1312 sembrerebbero congruenti con il racconto allegorico dantesco:  stata quella contrastata e sminuita incoronazione a mostrare senza possibilit di dubbio che Clemente quinto, e perci la curia papale, avevano mutato atteggiamento nei confronti di Enrico e che la politica della Chiesa era di nuovo sottomessa ai voleri del re francese. La profezia di Beatrice prenderebbe atto di questa situazione e inciterebbe il neoimperatore a liberare la Chiesa dallo stato di servaggio in cui era precipitata.
Ci si pu anche chiedere, per, se Enrico settimo e, pi in generale, gli ambienti imperiali avrebbero gradito un omaggio siffatto. Stando alla profezia, limperatore, atteso da mezzo secolo (nel 1300) perch riporti la pace in unEuropa dilaniata e dischiuda agli uomini la strada della felicit terrena, sarebbe chiamato dal destino a compiere una sola azione: uccidere la ladra (la fuia) e il gigante che con lei delinque. Due colpi simili, assestati contemporaneamente a una curia pontificia corrotta e al re di Francia, sarebbero senza dubbio eclatanti e tali da rivoluzionare gli assetti politici.  pure certo che Dante riteneva che svincolare la Chiesa dalla soggezione alla Francia fosse necessario per ristabilire lautorit imperiale. Ma forse quei colpi da un lato sarebbero stati un po troppo rivoluzionari, se pensati nel 1312-1313 ma, dallaltro, paradossalmente, un po limitativi della missione universale dellimpero. Nel clima di acuta tensione tra Enrico, da una parte, Filippo il Bello, Roberto dAngi e Clemente quinto dallaltra, la profezia di Beatrice, proprio perch circoscrive la missione salvifica del messo di Dio a quella sola azione, poteva addirittura apparire la profezia di una vendetta. Troppo schiacciata, dunque, sulla contingenza e troppo dimentica del compito di restaurare la pace tra gli uomini e tra i popoli che avrebbe dovuto costituire il cuore della missione di Enrico. Ci si pu chiedere, dunque, se limperatore avrebbe davvero gradito un omaggio che lo dipingeva come nemico della Chiesa e, addirittura, come uccisore, per quanto metaforico, dei suoi vertici. Appare assai pi consona alla sua linea politica fra 1312 e 1313 la Monarchia, che non a caso attenua la durezza delle posizioni di principio con lesortazione finale al reciproco rispetto da parte delle due massime autorit.
La profezia di Beatrice, per, potrebbe essere stata scritta dopo la morte di Enrico settimo e quindi predire lavvento di un altro personaggio.
 importante sottolineare che lintero apparato allegorico dei canti dellEden e la stessa interpretazione profetica che ne d Beatrice fanno centro sulla Chiesa, non sullimpero. Questo perch, come testimonia lepistola ai cardinali,  in conseguenza del fallimento di Enrico che Dante orienta la sua riflessione, politica e religiosa, sulla condizione della Chiesa, sulla crisi morale che la mina, sulla sua dipendenza politica e sulla necessit di porvi rimedio. I canti del Paradiso Terrestre si collocherebbero molto bene proprio in questo periodo, sia per ci che affermano sia per ci che lasciano intravedere dello stato danimo di chi li ha scritti. Laspra, risentita profezia dellultimo canto del Purgatorio si inquadra perfettamente nel modo in cui Dante reagisce alla catastrofe: non solo non si arrende, ma si aggrappa anche ai minimi segnali positivi che possono alimentare la speranza suscitata da Enrico settimo. Che questultima si nutra di una tensione volontaristica e utopica che sfocia nel profetismo , per lappunto, il tratto pi caratteristico di questa fase della vita dantesca. Anche collocata dopo la morte di Enrico la missione predetta al messo di Dio continuerebbe ad apparire schiacciata sulla contingenza storica, ma in questo caso il senso di rivalsa che promana dalle parole di Beatrice pi che al vendicatore profetizzato andrebbe attribuito allira e allo sdegno dello scrivente. 
Spostati in avanti i termini cronologici,  suggestiva lipotesi che dietro al messo di Dio  espressione che ricalca il missus a Deo con il quale il Vangelo di Giovanni nomina Giovanni Battista  si celi il figlio di Enrico, Giovanni di Boemia. Tanto pi che, assumendo il nome Johannes come chiave, in senso tecnico, dellenigma e utilizzando un cifrario largamente adoperato per i messaggi riservati della gerarchia ecclesiastica,  possibile tradurre la stringa numerica cinquecento diece e cinque nella sigla f i e, che potrebbe essere sciolta in f(ilius) i(mperatoris) e(nrici). Lidentificazione ci porterebbe al periodo in cui Dante credeva ancora possibile che Giovanni di Boemia succedesse al padre e ne continuasse la missione, cio ai mesi tra la tarda estate del 1313 e la tarda estate del 1314. Allinizio dellautunno del 1314 la candidatura imperiale di Giovanni tramonta rapidamente, e prendono peso quelle di Federico dAsburgo e di Ludovico di Wittelsbach, detto il Bavaro (eletti entrambi e in reciproca contrapposizione re di Germania quasi contemporaneamente: il 19 ottobre, ad Aquisgrana, il Bavaro; il 20, a Bonn, lAsburgo). Il finale del Purgatorio verrebbe cos a collocarsi in un periodo di tempo prossimo a quello della composizione dellepistola ai cardinali.
Ne avremmo una prova inconfutabile se fosse possibile mettere in relazione la profezia di Beatrice con gli eventi di cui parla lepistola. Qualche indizio in tal senso, non pi che un indizio comunque, nei versi di Dante potrebbe essere scorto. La puttana sciolta  esemplata sulla meretrix magna con la quale nellApocalisse di Giovanni amoreggiano i re della terra: se in Giovanni  figura della Roma imperiale, in Dante   figura della curia romana corrotta, figura di unentit collettiva, dunque, e non di un pontefice (inglobato dentro al concetto di curia). Lassenza di riferimenti diretti al papa sembrerebbe rimandare proprio al periodo di sede vacante aperto dalla morte di Clemente quinto. Al conclave, poi, potrebbe fare riferimento la scena allegorica del gigante che frusta la sua amante e poi la nasconde nella selva perch si  adirato per il fatto che essa ha rivolto al personaggio Dante uno sguardo pieno di desiderio. Uno sguardo il cui significato  tuttaltro che chiaro. Per chi ritiene che il messo di Dio sia Enrico settimo, il personaggio Dante potrebbe qui rappresentare un io collettivo, i tanti che si erano illusi e avevano creduto alla buona fede di Clemente quinto;  possibile, ma di certo il personaggio Dante, in questo caso, derogherebbe dallautobiograficit che sempre nella Commedia gli  propria. Quel personaggio, infatti, pu essere, s, il rappresentante di una collettivit umana, perfino dellumanit intera, ma non prescinde mai dalle sue concrete esperienze biografiche. Dante autore colloca il s stesso personaggio in un determinato contesto narrativo quando certi suoi detti o scritti o atti sono stati in effettivo rapporto con la realt storica a cui quel contesto fa riferimento. Ebbene, cosa avrebbe fatto o detto o scritto Dante perch la curia papale lo guardi con favore, anzi, con desiderio? Esiste qualcosa di concreto nella sua biografia che possa essere messo in relazione con lo sguardo adescatore della curia-meretrice? Premesso che non bisogna avere paura di sopravvalutare legocentrismo di Dante, forse qualcosa esiste. Si ricorder che il conclave di Carpentras era stato interrotto nel luglio 1314 da una irruzione di armati diretta contro i cardinali italiani che cercavano di eleggere un papa a loro gradito. Rientrerebbe bene nella psicologia di Dante la persuasione che il tentativo dei cardinali italiani potesse essere stato influenzato dalla sua epistola (da qui locchio cupido e vagante di una curia che avrebbe trovato nelle parole di quel profeta solitario uno stimolo per troncare la relazione con il gigante), e pertanto che anche la brutale reazione del gigante (trasposizione allegorica dellirruzione in armi dei poteri francesi e della dispersione del collegio cardinalizio) fosse stata da lui stesso determinata. 
Una remora ad abbracciare lipotesi che la profezia sia posteriore alla morte di Enrico settimo potrebbe venire dalla constatazione che, se cos fosse, una cantica interamente dominata dal problema delleclisse del potere imperiale non registrerebbe mai lunico vero tentativo di restaurarlo che Dante abbia conosciuto. Enrico settimo sarebbe una sorta di grande lacuna in una narrazione che salterebbe, ignorandolo, da quanto lo aveva preceduto a quanto immediatamente lo segu. E per limpianto dellInferno non  molto diverso. Il perno intorno al quale ruota questa cantica sono la guerra civile fiorentina e il conseguente esilio dantesco: tuttavia sappiamo che Dante non tratta mai in maniera esaustiva degli anni cruciali fra il 1300 e il 1302 e che mai parla direttamente del bando e indica le responsabilit di coloro che lo hanno esiliato. Anche nellInferno, dunque, al centro del discorso c un non detto, una lacuna; anche qui il nucleo storico-biografico che pure determina il senso della cantica e la storia stessa che viene raccontata sono nascosti sotto la superficie del testo. 
Le traversie di un vescovo.
Nei mesi in cui Giovanni di Boemia inseguiva il suo sogno imperiale, Federico terzo dAragona guerreggiava con Roberto dAngi e Uguccione con Firenze, Dante dove viveva? Fino alle esequie di Enrico settimo, nel settembre 1313, con ogni verosimiglianza a Pisa. Vi si era fermato anche dopo, e per quanto tempo? La mancanza di documentazione  totale; non resta che affidarci a congetture quanto mai ipotetiche. 
Molti pensano che gi nel 1314 si sia trasferito a Verona presso Cangrande della Scala; alcuni, pochi, ritengono che in quellanno sia andato a Ravenna: ma la presunta lettera dantesca sulla quale si basano  chiaramente un falso. Che possa avere prolungato il soggiorno a Pisa  tuttaltro che improbabile. Gi in settembre Uguccione ne era diventato signore di fatto, e con lui Dante aveva stretto rapporti fin dal 1307, quando era stato suo ospite nella Massa Trabaria, rapporti che aveva avuto modo di consolidare durante gli anni di Enrico settimo. Da lui, dunque, avrebbe potuto ottenere la protezione fino ad allora assicuratagli dalla corte, e con essa, forse, qualche aiuto materiale. Ignoriamo su quali mezzi di sostentamento, venuto meno il legame con lentourage di Enrico, Dante potesse contare. Di aiuto, comunque, aveva bisogno visto che, almeno nel 1314, i figli maschi erano stati costretti a lasciare Firenze ed  quindi plausibile che lo avessero raggiunto. Avr ricevuto, come gi nel passato, qualche sussidio da parte della famiglia, sia dai suoi fratelli  pi dalla benestante Tana che da Francesco , sia dai fratelli e dai nipoti di Gemma: per esempio, da quel Niccol Donati, figlio di Foresino, che sappiamo attento ai bisogni degli Alighieri in esilio.
La Lunigiana non  molto distante da Pisa, e quindi non  da escludere che Dante ancora una volta possa avere beneficiato anche dellospitalit dei Malaspina. Anzi, un debolissimo segnale che ci sia realmente avvenuto nel corso del 1314 lo si scova tra le righe dellepistola ai cardinali italiani.
La Chiesa genera figli (i prelati) di cui vergognarsi, e ci perch essi non sposano n la carit n la giustizia, ma le figlie della sanguisuga,168 cio lussuria e cupidigia, nate dal demonio. E quali figli degeneri nascano da queste unioni tutti i prelati lo dimostrano, tutti fuorch il vescovo di Luni169 ( lo stesso modulo stilistico dellogn uom v barattier, fuor che Bonturo170). Innanzi tutto colpisce lincongruenza tonale dellinciso sarcastico rispetto alla veste stilistica alta, eloquente e profetizzante dellepistola. Colpisce perch  lunico salto di tono di tutta la lettera. Ma il vescovo di Luni  anche lunico esempio nominativo di degenerazione dellalto clero, e ci spicca in una lettera nella quale sono fatti solamente altri due nomi, ma di destinatari (Iacopo Caetani Stefaneschi e Napoleone Orsini). Ora, in un discorso che affronta temi cruciali per il destino della Chiesa, che rappresentativit pu avere il vescovo di una sede come Luni, importante in ambito locale, ma certo non decisiva per lassetto della cristianit? Vale la pena di soffermarsi su questa figura di vescovo-conte, anche per dissipare lequivoco ricorrente che si tratti di un Malaspina della famiglia marchionale della Lunigiana.
Nel 1307, dopo la morte del vescovo Antonio Nuvolone da Camilla  con il quale Dante, lanno precedente, aveva stipulato latto di pace per conto dei Malaspina , i canonici di Sarzana si erano divisi nella scelta del successore: una parte aveva eletto vescovo il frate minorita Guglielmo Malaspina di Villafranca, cugino di Moroello e di Franceschino di Mulazzo, lo stesso che aveva assistito in qualit di testimone alla pace fra i suoi familiari e il vescovo defunto; laltra parte, spalleggiata dai lucchesi, aveva eletto Gherardino Malaspina, appartenente a una consorteria guelfa di Lucca. Il primo era di inclinazione ghibellina, mentre il secondo era schierato con i Neri. La contesa fra i due eletti si protrasse fino al 1312, quando, finalmente, Clemente quinto nomin Gherardino. Con larrivo di Enrico settimo la posizione del vescovo-conte di parte guelfa si fece difficile: siccome si era rifiutato di fornire armati allimperatore, questi, nel febbraio 1313, da Poggibonsi lo dichiar ribelle e lo mise al bando. Il vescovo si rifugi a Lucca e del vuoto di potere in cui era caduto il comitato approfittarono molti, in particolare il marchese Spinetta Malaspina di Fosdinovo, seguace di Enrico, che ne occup militarmente gran parte. Nellepistola, per, Dante sembra fare riferimento a una situazione posteriore, creatasi proprio nei giorni nei quali sta scrivendo. Poco dopo la met di giugno 1314 Uguccione conquista Lucca e ne diviene signore. I Guelfi della citt e i loro accoliti si trasferiscono in massa a Fucecchio. Tra loro  anche Gherardino. Uguccione nomina visconte della giurisdizione di Luni Castruccio Castracani, che il vescovo esautorato, il 4 luglio, da Fucecchio, si decide a investire della carica di vicario e amministratore del suo castello vescovile e delle sue terre: pare che lo abbia fatto per calcolo economico, per risparmiare possibilmente qualcosa delle sue entrate. 
Le traversie poco gloriose del vescovo-conte di Luni erano cos significative da meritare di essere citate come unico esempio di avarizia in una epistola di tanto peso? 
Forse laccenno ingiurioso sarebbe piaciuto a Napoleone Orsini, che anni prima era stato implicato nella disputa tra Gherardino e frate Guglielmo parteggiando per questultimo, ma in un frangente drammatico come quello del conclave sarebbe stata una soddisfazione assai effimera. In realt, tenendo conto che lepistola era pensata per essere pubblica, i veri destinatari dellaccenno sarcastico al vescovo Gherardino sembrerebbero essere Uguccione e, ancor pi, i Malaspina, questi ultimi usciti sconfitti dalla disputa per il vescovato di alcuni anni prima. Se Dante fosse stato lontano dal teatro di questi eventi locali, avrebbe avuto interesse a citarli, e, soprattutto, avrebbe avuto le informazioni su fatti che accadevano proprio nei giorni in cui stava scrivendo? Lipotesi pi economica  che si trovasse in Lunigiana, presso Franceschino o Moroello.
 possibile dunque, per non dire probabile, che almeno fino alla primavera-estate del 1314 Dante si trovi ancora nella Toscana occidentale, tra Pisa e la Lunigiana. Sul dopo non abbiamo indizi sufficienti neppure per costruire ipotesi. A meno di non prendere per buono quanto frate Ilaro scrive nella sua lettera a Uguccione. Gli eventi da lui raccontati si collocherebbero tra la fine del 1314 e i primi del 1315: pertanto, se Dante consegna al frate una copia dellInferno con lincarico di farla recapitare a Uguccione, significa che almeno le rifiniture finali alla cantica erano state apportate fuori di Pisa. E ci rafforzerebbe lipotesi del soggiorno in Lunigiana. Ilaro, per, scrive che Dante era di passaggio alleremo di Bocca di Magra perch diretto ad partes ultramontanas: intendere questa espressione come al di l dellAppennino urta tuttavia contro il dato di fatto che nelluso quasi formulare che ne fanno i testi del basso Medioevo essa indica in maniera univoca i territori al di l delle Alpi. Ma che Dante a quella data si stesse dirigendo in Francia  quasi impossibile. Altra cosa sarebbe se fosse stato diretto verso la Francia, se cio fosse stato sul punto di imboccare la via che porta in Francia: in questo caso Ilaro potrebbe o aver equivocato la meta del viaggio o averne indicato genericamente la direzione. Ebbene, l8 aprile 1315 muore Moroello Malaspina. Il suo corpo  tumulato a Genova nella chiesa di San Francesco in Castelletto, pantheon di grandi famiglie genovesi, soprattutto guelfe (ma nel 1311 vi era stata tumulata anche la moglie di Enrico settimo), e in particolare dei Fieschi. Se ne deduce che i rapporti di Moroello con i Fieschi, sempre molto stretti, si erano ulteriormente rinsaldati nellultimo periodo della sua vita, tanto che egli a Genova sarebbe morto in una delle loro case. Dal monastero di Santa Croce al Corvo si dipartiva un tracciato viario che, snodandosi sui rilievi della costa orientale ligure, raggiungeva Sestri (e di l Genova). Non ha altre pezze dappoggio, ma neppure forti controindicazioni, lipotesi che Dante dalla Lunigiana abbia intrapreso un viaggio verso Genova per incontrarvi il suo protettore.
La seconda sentenza di morte
Sui luoghi di residenza e sugli spostamenti di Dante durante il 1315 il buio  totale.  un peccato, perch in questo anno accadono alcuni eventi giudiziari di estrema importanza per la vita sua e della sua famiglia.
Nel maggio 1315, in uno dei momenti pi critici della guerra contro Pisa e Lucca, Firenze, anche con lintento di sottrarre forze agli avversari, emana un provvedimento di ribandimento, cio di revoca dei bandi. A questo tipo di amnistia i fiorentini ricorrevano abbastanza spesso, sia nella forma del ribandimento generale sia in quelle, pi numerose, relative a singole categorie (per esempio, i carcerati). Non possediamo il testo della deliberazione del maggio 1315, ma conosciamo quello di un analogo provvedimento emanato il 2 giugno 1316, il quale stabiliva che i condannati, per estinguere il reato, pagassero 12 denari per ogni lira della cifra complessiva fissata dalla sentenza di condanna (cio il 5 per cento del dovuto) e poi fossero offerti (oblati) al patrono nel Battistero nel corso di una cerimonia da tenersi il giorno della festa di san Giovanni (24 giugno). In questa occasione lo sbandito perdonato si presentava vestito di sacco, con una candela in mano e un copricapo che, poi, avrebbe continuato a portare per un certo periodo e che, per quanto umiliante (cos lo vede Dante), serviva, tuttavia, a rendere palese a tutti che lindividuo che lo indossava era stato reintegrato nei suoi diritti civili e, quindi, non era pi esposto alle vendette e alla violenza di chiunque. Il ribandimento del 1316 conteneva anche alcune clausole di esclusione: specificava che non potevano usufruire dellamnistia i condannati per ribellione o baratteria e tutti coloro che erano stati condannati da Cante dei Gabrielli nel 1302. Non sappiamo se il ribandimento del 1315 contenesse le stesse disposizioni, sappiamo per che numerosi amici si affrettarono a scrivere a Dante per comunicargli lordinamento appena fatto in Firenze sullassoluzione dei banditi171 e per invitarlo a aderire. Dunque, o gli amici, quando gli scrivono, ignorano ancora che il ribandimento esclude i condannati da Cante o, cosa pi probabile, quellesclusione nel primo provvedimento non era contemplata. Vale la pena di sottolineare come, dopo quasi tre lustri desilio, Dante avesse ancora in Firenze amici e ammiratori che si preoccupavano di lui e che conoscevano il luogo dove abitava. Ci fa capire che la speranza nutrita una decina di anni prima di ottenere unamnistia personale non era poi del tutto infondata.
Dante rifiuta orgogliosamente lofferta del Comune, esponendone le ragioni in una epistola inviata a una persona, chiamata pater e perci probabilmente un religioso, che, in mancanza di indizi sufficienti a svelarne lidentit, si suole chiamare Amico Fiorentino. Pi del destinatario, interessano gli argomenti di Dante. Egli trova intollerabile lidea di dover pagare per essere amnistiato e vergognosa quella di essere offerto in San Giovanni:  forse questa la gradita revoca per cui Dante Alighieri  richiamato in patria dopo aver patito quasi per tre lustri lesilio? Questo ha meritato una innocenza evidente a chiunque? Questo i sudori e le fatiche continuate nello studio? Lungi da un uomo familiare della filosofia una bassezza danimo tanto insensata da obbligarlo, quasi legato, a essere esposto come un qualunque Ciolo o altri simili infami. Lungi da un uomo che predica la giustizia lidea di pagare, dopo aver patito ingiustizie, gli iniqui che gli hanno fatto ingiuria come se fossero benefattori. Non  questa la via del ritorno in patria, o padre mio; ma se prima voi e poi altri ne troverete unaltra, che non limiti la fama e lonore di Dante, quella percorrer, non con lenti passi; e se non si entra a Firenze per tale via, a Firenze non entrer mai.172
Dante insiste sugli studi, sulla familiarit con la filosofia, sulla fama di cui gode. Ma quale opera, nella tarda primavera del 1315, pu averlo reso un filosofo famoso? Non il giovanile prosimetro amoroso, e neppure le canzoni morali, che, per quanto filosofiche, erano pur sempre di un genere non paragonabile ai veri lavori sapienziali; Convivio e De vulgari erano rimasti incompiuti e inediti; la Monarchia non sembra aver conosciuto un grande successo nellimmediato. Pochi mesi prima, per, aveva pubblicato lInferno (e, forse, anche il Purgatorio) e leffetto doveva essere stato grande. Lepistola allAmico Fiorentino  sicuramente una testimonianza della tempra morale di Dante, ma nello stesso tempo, con la richiesta che la via per un dignitoso ritorno in patria passi non solo attraverso il riconoscimento della sua innocenza, ma anche dei suoi meriti intellettuali, testimonia che in Dante si sta formando lidea che sar la Commedia a spalancargli quelle porte che la politica non aveva nemmeno socchiuso. 
Alla fine di agosto 1315, a Montecatini, fiorentini e Angioini subiscono una dura sconfitta. Come gi nel 1311, sotto la minaccia di Enrico settimo, anche in questa occasione critica i fiorentini, per rinsaldare il fronte interno e per sottrarre forze ai nemici, ricorrono prontamente a una amnistia (che segue di poco, dunque, la revoca dei bandi di maggio). Ai primi di settembre i priori mettono in moto la macchina della giustizia, e nel corso del mese emanano un primo provvedimento, che per non ci  pervenuto. Stabiliscono che le pene di morte comminate da Cante dei Gabrielli vengano commutate in confino, a patto che i condannati si presentino a sodare, cio a versare una cauzione a garanzia del fatto che avrebbero rispettato il confino assegnato.  un provvedimento di clemenza molto cauto: si guarda bene dallammettere dentro le mura ribelli e Ghibellini, tende piuttosto ad allontanarli dallo schieramento di Uguccione. La scelta del luogo assegnato come residenza coatta, che poteva essere in Toscana ma anche fuori, era lasciata ovviamente alla discrezionalit del giudice, il vicario di Roberto dAngi (da due anni signore di Firenze), Ranieri di Zaccaria da Orvieto. Viene dunque compilata una lista dei ribelli condannati a morte passibili di commutazione della pena e agli elencati  intimato di comparire davanti al vicario. Dante  compreso nella lista, ma non si presenta, e cos, proprio per non aver ottemperato a tale ordine, con sentenza del 15 ottobre Ranieri condanna a morte per decapitazione (caput a spatulis amputetur) lui e i figli. Il 6 novembre, in conseguenza di ci, Ranieri infligge a Dante e ai figli la pena del bando dando licenza a chiunque di poterli, liberamente e impunemente, offendere negli averi e nella persona. Questa volta, a convincere Dante a non aderire alla proposta di commutazione della pena non deve essere stato lorgoglio, ma una valutazione di convenienza. In Firenze non sarebbe comunque rientrato, e invece si sarebbe trovato relegato in un luogo non scelto da lui, che sarebbe potuto risultare del tutto inadatto alle sue necessit di studio e alle sue aspirazioni di poeta che cominciava ad assaporare il successo.

6. UOMO DI CORTE.

1316-1321
come  duro calle 
lo scendere e l salir per laltrui scale173
Al di l dellAppennino
Nel corso del 1315 muore Moroello Malaspina; dopo il trionfo di Montecatini le fortune politiche di Uguccione cominciano a declinare; la rinuncia ad avvalersi dei provvedimenti di clemenza allarga il fossato tra Dante e Firenze; le sentenze dellautunno espongono lui e i suoi figli maschi a rinnovati pericoli. Gradatamente si assottigliano e si rompono tutti i fili che lo legano alla Toscana. In maggio, chiudendo lepistola allAmico Fiorentino, afferma che, se anche non fosse ritornato a Firenze, il pane non gli sarebbe mancato. Il problema del pane, comunque, non era cos facile da risolvere. Altrettanto rilevante, poi, era quello della sicurezza, sua e della famiglia. Lunica regione che in quel momento poteva dargli garanzie, almeno per quanto riguardava questultimo punto, era la Lombardia. Qui erano rimasti due grandi centri di resistenza ghibellina: la Milano di Matteo Visconti, che, grazie al vicariato datogli da Enrico, era riuscito a insignorirsi della citt, e la Verona di Cangrande della Scala, il quale pure, grazie ai vicariati di Enrico, aveva trasformato il potere di fatto della sua famiglia in una tirannide ereditaria. Con il Visconti, Dante non sembra aver avuto rapporti; diverso era il caso di Verona, dove aveva abitato tra il 1303 il 1304. Se avesse deciso di lasciare la Toscana, questa sarebbe stata la sua destinazione naturale.
Dante conosceva Verona, ma forse non ne conosceva il signore. Cangrande della Scala era un ragazzo di tredici-quattordici anni quando lui era ospite di Bartolomeo; allincoronazione milanese di Enrico settimo non era presente; aveva seguito Enrico a Genova nel novembre 1311, ma si era subito allontanato a causa della malattia mortale del fratello Alboino: Dante, tuttal pi, lo avr incrociato, ma difficilmente avr stretto rapporti personali. I loro contatti sembrano essere stati solamente epistolari e, per di pi, in lettere ufficiali scritte da Dante a nome di altri. E forse neppure la fama crescente di Dante come poeta e filosofo poteva bastare a indurre ad atti di mecenatismo un signore di cui le fonti coeve esaltano le doti di capo militare e la cortesia, cio il disinteresse per il guadagno, ma non la sensibilit artistica e culturale. Insomma, per entrare in quella corte Dante avrebbe avuto bisogno della malleveria di un qualche personaggio di peso. 
Chi si  assunto il compito di raccomandarlo, e quando Dante ha valicato lAppennino alla volta di Verona? Brancoliamo nel buio. E allora, ipotesi per ipotesi, potremmo pensare che a spendersi in suo favore sia stato Uguccione e, addirittura, che a Verona Dante sia andato in sua compagnia. Nellaprile 1316 il Faggiolano, cacciato da Pisa da una sorta di congiura ordita dal suo ex protetto Castruccio Castracani, munito di un salvacondotto rilasciatogli proprio da questultimo si era rifugiato in Lunigiana presso Spinetta Malaspina (che era stato al suo fianco a Montecatini). Poco tempo dopo, per, incalzato dalle truppe di Castruccio, era stato costretto a fuggire: transitando per Modena e Mantova, si era rifugiato a Verona, dove era entrato al servizio di Cangrande. Che Dante (a Pisa o in Lunigiana) si sia aggregato al seguito di colui che, morto Moroello, restava il suo protettore pi importante non  ipotesi inverosimile, tanto pi che Uguccione aveva con lo Scaligero una familiarit che gli avrebbe consentito di parlare in suo favore.
Lencomio necessario.
Il ruolo esercitato da Cangrande nella vita e nellattivit poetica e intellettuale di Dante  stato e, in parte,  tuttora assai enfatizzato, per non dire sopravvalutato: per molti sarebbe il dedicatario del Paradiso, anzi, lintera cantica sarebbe stata scritta per lui; sarebbe la personalit che si cela dietro al cinquecento diece e cinque quando non, addirittura, dietro al Veltro del canto primo dellInferno; per difenderlo dagli attacchi di papa Giovanni ventiduesimo, Dante avrebbe scritto la Monarchia. Insomma, nei secoli si  consolidata una vera e propria mitologia scaligera. Limpulso alla sua formazione molto probabilmente  partito, dopo la morte di Dante, proprio dagli ambienti gravitanti intorno al signore di Verona, desiderosi sia di annettersi una autorit intellettuale a tutti nota per le sue posizioni filoimperiali e ghibelline, sia di gloriarsi del nome di un poeta che era ormai diventato famoso. 
La mitizzazione di Cangrande poggia su due pilastri: quello, solidissimo, degli elogi altisonanti che di lui pronuncia Cacciaguida e quello, contestatissimo, di una epistola con la quale Dante gli dedicherebbe il Paradiso.
La discussione sullautenticit dellepistola ha fatto scorrere, e continua a far scorrere, i tradizionali fiumi dinchiostro, senza peraltro approdare a una soluzione condivisa. Il testo  articolato in due parti: nella prima, breve, lo scrivente si rivolge a Cangrande (magnifico e vittorioso Signore  vicario generale del sacratissimo Cesareo Principato nella citt di Verona e nella citt di Vicenza174) per manifestargli la sua devota amicizia, il desiderio fortissimo che essa sia ricambiata e limpegno a fare di tutto per conservarla: a questo scopo gli offre in dono la dedica del Paradiso; nella seconda, molto lunga, quasi un piccolo trattato,  contenuta una esegesi retorica dellintero poema, seguita da unesposizione analitica del primo canto paradisiaco. Essa, dunque, tratta di molti argomenti: tra i quali, in particolare, il soggetto dellopera, passibile sia di una lettura letterale sia di una lettura di secondo grado (allegorica o morale o anagogica), e il titolo (commedia), in relazione al genere letterario. Ebbene, le argomentazioni svolte in questa seconda parte hanno uno spiccato carattere compilativo, sono quasi una raccolta di luoghi comuni: ed  proprio il confronto tra la loro poca originalit e le straordinarie intuizioni contenute nel Convivio e nel De vulgari eloquentia a suscitare forti dubbi riguardo alla paternit dantesca di gran parte dellepistola. Non di tutta, perch linizio non presenta elementi che facciano pensare a un falso. Una ragionevole ipotesi di compromesso potrebbe essere, allora, quella di considerare lepistola nel suo insieme come un montaggio di una parte autentica (sebbene molto probabilmente manipolata)  e una innestata per corroborare non solo la dedica del poema a Cangrande  ma anche le interpretazioni meno oltranziste dellintera opera. La lettura allegorica, in effetti, ne attutiva gli aspetti profetico-dottrinali, ritenuti pericolosi dagli ambienti ecclesiastici (gi nel 1335 il Capitolo provinciale dei domenicani di Firenze aveva proibito ai confratelli di leggere le opere in volgare di Dante).
I paragrafi iniziali lasciano intravedere dietro lo schermo di una fervida ed elaborata costruzione retorica il tentativo di Dante di ingraziarsi un signore conosciuto da poco dal quale si aspetta protezione e aiuto concreto. Lepistola, dunque, dovrebbe risalire ai primi mesi del soggiorno veronese. Lintarsio di lodi, per, lascia anche intravedere un certo imbarazzo dello scrivente. Sembra che Dante cerchi di giustificare una sua passata freddezza nei confronti del signore a cui si sta rivolgendo. Afferma, infatti, che adesso riconosce la piena fondatezza delle grandi lodi che in passato sentiva fare di lui, lodi che un tempo, quando ancora non lo conosceva, gli erano apparse eccessive: Un tempo pensavo che questo elogio, che supera ogni impresa dei contemporanei, fosse molto superiore al vero. E dunque perch una eccessiva incertezza non mi tenesse a lungo sospeso  venni a Verona, per verificare con i miei occhi quanto avevo udito; e qui vidi la vostra grandezza, contemporaneamente vidi e sperimentai i favori elargiti; e come prima sospettavo una dismisura di chiacchiere, cos dopo dovetti riconoscere che le opere erano smisurate.175 Certo, dallammissione dei suoi dubbi passati Dante trova modo di costruire un encomio di grande efficacia, ma avrebbe ricordato le sue antiche perplessit se non fosse quasi stato costretto a farlo, se il non farlo, cio, avesse minato la sincerit dellencomio? Ebbene, di essere imbarazzato Dante aveva motivo.
Alla data dellepistola il Purgatorio era ancora, diremmo oggi, fresco di stampa, e in quella cantica, sappiamo, Dante aveva espresso un giudizio assai poco lusinghiero su Alberto della Scala, padre di Cangrande, reo di avere nominato abate di San Zeno un figlio illegittimo, Giuseppe. Il giudizio era di per s ingiurioso, ma ancor pi ingiurioso doveva apparire a Cangrande, dal momento che, alla morte di Giuseppe (1313), anche lui si era comportato come il padre nominando abate di quella ricchissima abbazia un altro illegittimo, figlio del fratellastro defunto. Un Cangrande offeso non doveva essere molto ben disposto nei confronti di un questuante, fosse pure un poeta che offriva di eternarlo nei suoi versi. Anche a Verona, insomma, come gi gli era capitato in altre citt, Dante si era scontrato con le reazioni suscitate dal suo poema. Questa volta la cosa era particolarmente delicata perch era proprio a uno dei figli di un ingiuriato che egli si rivolgeva chiedendo aiuto. 
Da Cangrande riusc a ottenere aiuto, ma non  affatto detto che si sia conquistato anche la sua simpatia. Ogni volta che Dante entra in rapporto con la famiglia scaligera sembra di cogliere una sensazione di disagio; perfino i riverberi dei panegirici che egli intesse intorno a Cangrande risultano appannati da una sorta di velo: non sar per caso che la pi sconsolata descrizione della sua vita di esule si situi proprio nel canto che celebra sia la cortesia del gran Lombardo (Bartolomeo della Scala) sia le imprese incredibili di Cangrande:
 Tu proverai s come sa di sale
 lo pane altrui, e come  duro calle
 lo scendere e l salir per laltrui scale.176
Forse non significa granch il fatto che molti degli aneddoti fioriti intorno alla vita di Dante siano ambientati nella corte scaligera e che essi raccontino episodi nei quali Dante vive una situazione di disagio: si tratta infatti di aneddoti che rientrano in un repertorio consolidato; ben altro valore, invece, ha la testimonianza di Francesco Petrarca. Anche il raccontino inserito nelle Res memorande di una risposta mordace che Dante avrebbe dato a Cangrande  tradizionale; unicamente sue, invece, e tuttaltro che ovvie, sono le considerazioni che Petrarca vi premette: Dante Alighieri, proprio quel mio concittadino di un recente passato  esule dalla patria, dimorando presso Cangrande da Verona, allora comune rifugio degli afflitti e dei profughi, dapprima era stato ricevuto con onore, poi a poco a poco aveva cominciato a perdere il favore e di giorno in giorno a piacere di meno al signore. Petrarca, che scrive tra linizio del 1343 e la primavera del 1345, si mostra informato della situazione veronese (intorno a Cangrande, infatti, si erano radunati molti reduci dellavventura imperiale di Enrico, come i militari Uguccione, Spinetta Malaspina e lantico ciambellano di Enrico settimo, il bianco pistoiese Simone di Filippo Reali). A quella data, per, Petrarca non era ancora stato a Verona, e quindi avr raccolto notizie sia ad Avignone, dove molti ecclesiastici e intellettuali, attraverso il solito cardinale Niccol da Prato (di cui Petrarca era stato cliente prima di entrare al servizio dei Colonna), intrattenevano rapporti e scambi con Verona, sia a Bologna, dove, forse, aveva frequentato le lezioni di un ammiratore di Dante come Giovanni del Virgilio. Insomma, la sua  una testimonianza da non sottovalutare. 
Del resto, limmagine di un Dante isolato  confermata anche da altri indizi. A differenza di quanto era accaduto con Scarpetta Ordelaffi, con i Guidi di Battifolle e con la corte di Enrico settimo, non risulta che Dante abbia avuto rapporti, anche indiretti, con la cancelleria, cos come non risulta che abbia avuto incarichi di procuratore o di ambasciatore del tipo di quelli svolti per conto dei Malaspina, forse dello stesso Bartolomeo della Scala durante il primo soggiorno veronese e che svolger poi per Guido Novello da Polenta. La sensazione di isolamento  acuita, inoltre, dalla mancanza di notizie di sue relazioni con lambiente culturale cittadino. Non ci sono tracce di una sua partecipazione, anche solo indiretta, a quel movimento preumanistico che si stava affermando proprio nelle citt venete dove allora soggiornava: Mussato e Dante, che pure pi di una volta si sono sfiorati, se non addirittura incrociati, si ignorano reciprocamente.
Sotto il segno di Marte.
Dante si impegna eccome per meritarsi lamicizia del suo nuovo signore. Gli erige una sorta di monumento in uno dei canti pi importanti del Paradiso e dellintera Commedia, quello in cui il trisavolo Cacciaguida predice al nipote il corso della sua vita da esule, che non a caso fa cominciare proprio da Verona. Lo primo tuo refugio e l primo ostello177  gli predice  sar presso Bartolomeo della Scala; e accanto a lui  prosegue  vedrai un ragazzo, che adesso (nel 1300) ha solo nove anni, cos profondamente segnato dallinflusso di Marte che le sue imprese guerriere saranno degne di essere ricordate. Ma oltre che per il valore militare, i cui primi segni si manifesteranno gi pria che l Guasco [Clemente quinto] lalto Arrigo inganni,178 prima cio del 1312, Cangrande si far conoscere per la sua magnificenza. A questo punto Dante fa pronunciare a Cacciaguida parole dal sapore inequivocabilmente cortigiano: A lui taspetta e a suoi benefici; / per lui fia trasmutata molta gente, / cambiando condizion ricchi e mendici.179 Mai Dante si era servito del poema per inoltrare cos esplicite richieste a un signore che lo ospitava. Ben altro stile, anche se la sostanza era la stessa, aveva la celebrazione del pregio de la borsa e de la spada180 di cui si fregiavano i Malaspina. Non pago ancora, Dante autore riferisce che Cacciaguida gli disse di quel ragazzo cose talmente incredibili da non poter essere rivelate: se nemmeno coloro che nel futuro ne saranno testimoni oculari crederanno ai loro occhi, figuriamoci quale avrebbe potuto essere la reazione di chi le avesse conosciute in forma di predizione!
Nei riguardi dei Malaspina, Dante mostra una mancanza di riconoscenza che lascia stupiti. Per quasi un decennio lo avevano ospitato e sovvenzionato, ne avevano apprezzato le doti intellettuali e gli scritti, lo avevano introdotto nel giro delle grandi famiglie feudali a loro collegate, aiutato nel disperato tentativo di ottenere il perdono da Firenze. Inferno e Purgatorio sono in gran parte malaspiniani, sicch la notizia riferita da Ilaro che Dante intendesse dedicare la seconda cantica a Moroello, se dovesse essere fondata, non susciterebbe meraviglia alcuna. Ebbene, a Verona Dante, dei Malaspina cancella perfino il ricordo. Il percorso da esiliato che Cacciaguida gli pronostica contempla solamente gli Scaligeri, collocati allinizio e  cos forse Dante allora credeva  alla fine di un lungo segmento della sua vita nel quale nessunaltra famiglia e nessun altro protettore fanno loro ombra. 
Lasciato il cielo di Marte, dove ha incontrato Cacciaguida, Dante sale a quello di Giove, dal quale discendono gli influssi di giustizia. E qui lautore, dopo aver descritto la visione delle anime beate che con il loro movimento prima formano in successione le 35 lettere del versetto scritturale Diligite iustitiam qui iudicatis terram (amate la giustizia voi che giudicate la terra) e, poi, la figura di unaquila, si rivolge a quei beati chiedendo loro di pregare per i mortali sviati dietro al malo essemplo,181 al cattivo esempio dei pontefici, tanto corrotti da usare il loro potere di scomunica come se fosse unarma. A questo punto, improvvisa, comincia una violenta apostrofe del narratore a un papa che scrive solo per cancellare, commina scomuniche solamente per lucrare sulla loro cancellazione, e la cui fede , sarcasticamente, riposta non nei fondatori della Chiesa Pietro e Paolo, ma nel Battista, cio nel fiorino che porta effigiata la sua immagine:
 Ma tu che sol per cancellare scrivi,
 pensa che Pietro e Paulo, che moriro
 per la vigna che guasti, ancor son vivi.
 Ben puoi tu dire: I ho fermo l disiro
 s a colui che volle viver solo
 e che per salti [perch Salom aveva danzato] fu tratto al martiro,
 chio non conosco il pescator n Polo.182
Il papa cos strenuamente fedele al Battista-fiorino  Giovanni ventiduesimo. Resta da capire perch Dante gli si rivolga in modo cos violento e, tutto sommato, senza che il suo attacco si agganci in modo stringente al resto del canto. La motivazione va cercata nei rapporti tra il pontefice e Cangrande. 
A partire dal 1316 si era sviluppata unoffensiva guelfa, ispirata e sorretta proprio dal papa, contro le tre signorie ghibelline tra loro alleate di Milano, Mantova e Verona. Lo scontro si era inasprito ulteriormente nei primi mesi del 1317, dopo che Cangrande aveva prestato omaggio a Federico dAsburgo, dal quale, nel marzo, aveva ricevuto la conferma del titolo di vicario imperiale concessogli da Enrico settimo. Cangrande, poi, aveva risposto negativamente alle reiterate richieste del papa di rinunciare al vicariato per il periodo nel quale la sede imperiale sarebbe rimasta vacante, cosicch il 6 aprile 1318 viene scomunicato. Lapostrofe di Dante a Giovanni ventiduesimo  dunque riferita a questa particolare scomunica:  una dichiarazione di sostegno al protettore, che ha tutta laria di essere stata scritta nellimminenza del fatto, cio nella primavera del 1318.
Tuttavia la vampata filoscaligera dei canti centrali del Paradiso si spegne in fretta. Dopo lapostrofe a Giovanni ventiduesimo non ci sono altre allusioni, dirette o indirette, n a Cangrande n a episodi storici. Anzi, tutta lultima parte della cantica appare caratterizzata dalla rinuncia a commentare lattualit a favore di uno sguardo incentrato unicamente sui grandi temi della Chiesa e dellimpero.
Le predizioni di Cunizza.
Nellepistola Dante promette a Cangrande di dedicargli il Paradiso. Ilaro scriveva, invece, che Dante aveva intenzione di dedicarlo a Federico terzo dAragona; anche ammesso che cos fosse, sarebbe comunque comprensibile che Dante avesse cambiato idea dopo che il re di Sicilia era giunto a un accomodamento con Roberto dAngi, abbandonando la causa imperiale. Resta il fatto, per, che il Paradiso non sar dedicato n a Cangrande n a qualcun altro. Nel 1316 Dante non sospettava che avrebbe terminato il poema in unaltra citt e, per di pi, allestremo della vita. Nemmeno le altre due cantiche, per, hanno avuto dedicatari: le dediche riferite da Ilaro, dunque, erano solo intenzioni mai concretizzatesi.
Anche lidea diffusa che il Paradiso nella sua interezza sia una cantica scaligera si infrange contro dati di fatto evidenti. Quando giunge a Verona, intorno alla met del 1316, Dante ne ha gi scritto una porzione molto rilevante.
Nel canto sesto Giustiniano, affinch Dante capisca quanto siano colpevoli coloro che muovono contro linsegna imperiale (laquila), sia appropriandosene sia combattendola, traccia la storia di quella gloriosa istituzione da Ascanio figlio di Enea, che fonda Albalonga, a Carlo Magno, che in continuit con limpero romano fonda il Sacro romano impero. Una storia di valore e di virt che permette di giudicare riprovevoli i comportamenti di chi al pubblico segno [laquila] i gigli gialli [dei re di Francia] / oppone e di chi appropria quello a parte,183 cio ne fa un simbolo di partito. Laccusa colpisce insieme Guelfi e Ghibellini. E contro entrambi Giustiniano si scaglia con sdegno:
 Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
 sottaltro segno, ch mal segue quello [imperiale]
 sempre chi la giustizia e lui diparte;
 e non labbatta [il segno] esto Carlo novello [Carlo secondo dAngi]
 coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
 cha pi alto leon trasser lo vello.184
Una simile intemerata antighibellina non pu essere stata scritta a Verona, capitale del ghibellinismo italiano. Dante non avrebbe potuto accusare il capo dello schieramento ghibellino di usare lo scudo imperiale per compiere azioni di parte, e per di pi ingiuste, proprio quando ne cercava la protezione. Questo canto  anteriore al 1316, risale a un periodo nel quale Dante aveva gi maturato la convinzione che i due schieramenti si fossero ridotti a strumenti per perseguire interessi particolari e che la grande questione dei due poteri universali andasse posta su altre basi.  il periodo successivo alla morte di Enrico settimo e di Clemente quinto, quando lacutezza dellanalisi politica si associa, in mancanza di veri referenti, a una forte carica utopico-profetica: anche il tono (ma tema de li artigli) rimanda a quello delle profezie dei canti dellEden (chi nha colpa, creda / che vendetta di Dio non teme suppe).
Gi scaligero, anzi, filoscaligero, sembrerebbe invece il canto nono. Qui la sorella di Ezzelino da Romano, Cunizza (di cui Dante aveva sentito parlare nella sua prima giovinezza a Firenze), profetizza gravi sventure alla popolazione della Marca Trevigiana. I padovani, rei di non aver riconosciuto il potere di vicario imperiale di Cangrande, saranno da lui gravemente sconfitti negli acquitrini presso Vicenza (dicembre 1314); il signore di Treviso, Rizzardo da Camino, figlio di Gherardo, sar ucciso in una congiura (1312), forse per essersi schierato con Enrico settimo di cui era divenuto vicario, abbandonando cos la tradizionale politica guelfa sua propria, della sua famiglia e della sua citt; il guelfo Alessandro Novello di Treviso, vescovo di Feltre, tradir i fuorusciti ghibellini di Ferrara rifugiatisi presso di lui e li riconsegner al guelfo nero di Firenze Pinuccio Della Tosa, vicario di Roberto dAngi in quella citt (1314), che ne far strage. Se le pensiamo scritte a Verona, sicuramente le predizioni di Cunizza si compongono in un quadro politico coerente: sarebbero un intervento di Dante a favore di Cangrande, che doveva fronteggiare uno schieramento guelfo che andava da Feltre a Padova a Treviso postcaminese, sostenuto dalla Ferrara estense e per un periodo angioina. E per linizio del canto induce a credere che esso sia stato composto prima del 1316 e, pertanto, che la profezia di Cunizza, pur presentandosi come un oggettivo intervento politico a favore dello Scaligero, non sia stata scritta in unottica cortigiana. 
Il canto immediatamente precedente a quello di Cunizza per un lungo tratto  occupato da un discorso di Carlo Martello, il giovane re che Dante aveva conosciuto a Firenze nel 1294. LAngi prima afferma che le molte sciagure provocate dalla sua famiglia, come la rivolta popolare in Sicilia, non sarebbero accadute se la morte non lo avesse colto prematuramente, poi ammonisce il fratello Roberto, re di Napoli, dei rischi ai quali la sua avidit sta esponendo il Regno e, infine, per spiegare come da una stirpe illustre per la sua liberalit sia nato un avaro come Roberto, si diffonde in una discettazione sulle diverse inclinazioni che i cieli infondono nei singoli individui. La conclusione del discorso coincide con la fine del canto. Quello successivo, nel quale Dante incontrer Cunizza, senza preambolo alcuno e senza alcuna didascalia di passaggio, si apre con una apostrofe del narratore alla moglie di Carlo Martello, Clemenza dAsburgo (lei pure conosciuta da Dante a Firenze): Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, / mebbe chiarito, mi narr li nganni / che ricever dovea la sua semenza; / ma disse: Taci e lascia muover li anni; / s chio non posso dir se non che pianto / giusto verr di retro ai vostri danni.185 Carlo, dunque, dopo avere chiarito il dubbio su come un uomo generoso possa generare un figlio avaro, avrebbe raccontato a Dante che i suoi discendenti sarebbero stati ingannati, predicendogli anche, per, che ne sarebbe seguita una giusta vendetta. Ma gli avrebbe pure intimato di non rivelare in cosa sarebbe consistita, sicch egli, obbedendo, adesso non pu dire altro se non che sar dolorosa. Di questa predizione, nelle precedenti parole di Carlo Martello non cera il minimo indizio. Stando alla finzione narrativa, egli avrebbe continuato a parlare senza che Dante autore ne avesse registrato le parole.  un fatto insolito nella Commedia, tanto da fare apparire un po pretestuoso laggancio tra i due canti. Limpressione  che, allinizio del canto nono, Dante abbia voluto comunicare una notizia relativa agli Angi che ancora non conosceva quando scriveva lottavo e che non poteva introdurre in quel canto mediante un parziale rifacimento perch esso era interamente occupato, fino al suo ultimo verso, dalla lunga trattazione teorica sulle inclinazioni e sul libero arbitrio. La notizia non sar, ovviamente, quella degli inganni subiti dalla discendenza di Carlo Martello  risalenti al 1296, quando suo figlio Carlo Roberto era stato privato del diritto al trono di Napoli a favore di Roberto , ma concerner la giusta vendetta dei soprusi patiti. Questa andr ravvisata nella sconfitta inflitta da Uguccione della Faggiola ai Guelfi fiorentini, lucchesi e alle alleate forze angioine il 29 agosto 1315 nella battaglia di Montecatini. Per Carlo Martello, una sconfitta nella quale avevano trovato la morte un fratello (Pietro, conte di Eboli) e un figlio (Carlo di Acaia) di Filippo di Taranto, comandante delle truppe angioine e fratello di re Roberto, e che al prestigio di questultimo aveva inferto un colpo molto grave, avrebbe ben potuto apparire una vendetta. Ma Dante autore non doveva essere interessato pi di tanto alle lotte interne degli Angi; per lui quella grande vittoria riportata dalle forze ghibelline, la prima dopo la morte di Enrico settimo, aveva un enorme valore politico. Si capisce, dunque, perch voglia ricordarla, seppure sotto il velame di una predizione allusiva, e voglia farlo subito, a pochissima distanza dallevento. Lincontro appena raccontato con Carlo Martello gliene forniva il destro. E ci conferma una volta di pi che, per certi aspetti, la Commedia  un vero instant-book.
Se le cose sono andate cos, ne deduciamo che nel settembre 1315, prima che Dante si trasferisse a Verona, il canto di Cunizza era ancora in lavorazione. Lallusione alla battaglia era anche un modo di rendere omaggio allartefice della vittoria, il suo protettore Uguccione. Questo, allora,  un ulteriore indizio che alla fine di quellestate Dante dimorava ancora in Toscana. 
Dopo lapostrofe a Giovanni ventiduesimo (primavera del 1318) il Paradiso non ospita pi riferimenti allattualit politica. Cangrande scompare dal poema. Eppure gli avvenimenti degli anni immediatamente successivi avrebbero fornito non poca materia a un Dante sempre cos attento alla cronaca e, soprattutto, cos disposto a incensare il suo signore. Come interpretare ci? Come effetto di una decisa virata nellimpostazione del poema o come segno che i legami con Cangrande si sono allentati, per non dire interrotti?
Una fama di negromante.
Dagli atti di uninchiesta cardinalizia apprendiamo che Matteo Visconti, signore di Milano, e il suo primogenito Galeazzo volevano attentare alla vita di Giovanni ventiduesimo mediante un sortilegio e che a questo scopo, nel maggio 1320, Galeazzo aveva manifestato lintenzione di convocare a Piacenza il magister Dante Alighieri di Firenze. Noi possiamo anche sorridere del fatto che si potesse pensare di sopprimere i nemici affidandosi alla negromanzia e ai sortilegi, ma il papa e i curiali attorno a lui non erano affatto di questo parere: la magia era ritenuta unarte demoniaca efficace e pericolosa. Che Dante (il quale non sembra affatto essersi recato a Piacenza) esercitasse la magia nera non  credibile. Tuttavia questa vicenda, svoltasi tra Avignone, Milano e Verona,  certificata da atti processuali e pertanto anche la fama negromantica di Dante  in un certo senso documentata. 
Tale nomea non deve stupire. Intanto era noto come esperto di astrologia, e si sa che questa disciplina poteva sconfinare facilmente in pratiche magiche e negromantiche. E poi, soprattutto, dopo la pubblicazione dellInferno era famoso per essere disceso vivo nei regni delloltretomba e per avervi incontrato i diavoli, le anime dei dannati e aver parlato con loro. Doveva essere una notoriet diffusa presso il popolo, e anche inquietante. Pare che le donnette che lo incrociavano per la strada si dessero la voce dicendo, teste Boccaccio: guarda colui che va ne linferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che l gi sono; al che qualcuna poteva rispondere:  proprio vero, non vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che  l gi?. Che tra le persone semplici circolassero dicerie di questo tipo (e che Dante non si curasse di smentirle: Le quali parole udendo egli dir dietro a s, e conoscendo che da pura credenza delle donne venivano, piacendogli, e quasi contento che esse in cotale oppinione fossero, sorridendo alquanto, pass avanti)  pi che probabile: del resto, lui aveva sempre cercato di dare di s limmagine di uomo eccezionale e diverso dagli altri. Ma lavere avuto a che fare con i demoni lo collocava automaticamente tra coloro che praticavano o, volendo, avrebbero potuto praticare la magia nera: e siccome a essa non credevano solo le donnette, ma anche papi, governanti, giudici e medici, chiunque avesse preso per vero il racconto del suo viaggio infernale lo avrebbe sicuramente qualificato come negromante. Ecco perch i primi commentatori del poema (e lestensore della seconda parte dellepistola a Cangrande) sono quasi unanimi nellinterpretare allegoricamente il suo viaggio ultraterreno: come  stato detto,  un modo per scongiurare uninterpretazione letterale della Commedia, cio per impedire che si potesse pensare a un effettivo viaggio del poeta nellaldil, con le implicazioni che abbiamo appena rilevato. 
Lultimo rifugio
Laccenno allintenzione (perch di pura intenzione sembra trattarsi) di Galeazzo Visconti di rivolgersi a Dante per il maleficio progettato  troppo vago perch se ne possano inferire illazioni di ordine cronologico, tipo che Dante nei primi mesi del 1320 soggiornasse ancora a Verona (tuttal pi se ne potrebbe dedurre che in quel periodo Galeazzo lo ritenesse in quella citt). In realt, sembra che Dante se ne fosse allontanato alla volta di Ravenna da pi di un anno, se non nella seconda met del 1318, almeno durante il 1319. A Ravenna, dove rester fino alla morte, egli avrebbe dunque abitato per circa un triennio, e ci confermerebbe quanto Boccaccio, esperto di cose ravennati, ripete per due volte, e cio che il Polenta lo trattenne presso di s per pi anni e che l Dante abit  pi anni. Per la verit, la data del trasferimento di Dante  oggetto di discussione tra i dantisti: le ipotesi pi accreditate la fissano o nel 1318 o nei primi mesi del 1320. Non mancano argomenti a favore delluna come dellaltra ipotesi, ma nessuno, come al solito,  decisivo. 
A Ravenna, forse, Dante and in compagnia della famiglia, di sicuro del figlio Pietro. Allinizio di gennaio 1321, infatti, questi risulta beneficiario come rettore delle rendite di due chiese ravennati, Santa Maria in Zenzanigola e San Simone al Muro. Sappiamo che il 4 di quel mese il vicario dellarcivescovo di Ravenna lo scomunica, insieme ad altri, per non avere pagato al legato Bertrando del Poggetto le tasse ecclesiastiche su quelle rendite. Non  possibile stabilire con esattezza da quando Pietro godesse di quei benefici,  certo solamente che ne usufruiva gi nellestate del 1320. Il giovane Alighieri,  ovvio, sar stato beneficato non per i suoi meriti, ma in considerazione di quelli del padre. A compiere quel gesto generoso furono i Polentani e alcuni loro parenti. Anche ammesso, come peraltro sembra probabile, che la cessione dei benefici sia stata decisa prima dellarrivo di Dante a Ravenna, per espletare i passaggi burocratici necessari a renderli effettivi occorreva comunque un certo periodo di tempo. Si trattava, infatti, di una pratica doppia, dal momento che i diritti sulle chiese erano stati ceduti da due persone diverse, anche se legate da parentela, cio dalle cugine Caterina e Idana Malvicini di Bagnacavallo. Insomma, anche queste considerazioni inducono a ritenere il 1319 la data pi probabile per il trasferimento di Dante. 
A ci si aggiunge che, negli ultimi mesi del 1319 (o, al massimo, nei primi del 1320), il retore Giovanni del Virgilio manda a Dante, da Bologna, un carme in esametri latini nel quale gli ricorda la promessa, fattagli in occasione di un loro incontro a Ravenna, di inviargli alcuni suoi scritti: Se, tuttavia, nella citt cinta dal Po [Ravenna] mi desti speranza di degnarti a visitarmi con parole amiche  ti piaccia rispondermi.186 Lincontro non pu essere avvenuto che nel 1319.
La caduta di Lucifero
Tutto filerebbe liscio se non ci fosse di mezzo la cosiddetta Questio de aqua et terra. Si tratta di un testo scientifico che dibatte e, a suo modo, cio con procedimento logico-sillogistico, risolve il problema cosmologico del perch, nellemisfero abitato, molte terre emergano rispetto alla sfera equorea. La teoria vorrebbe che, siccome intorno al centro della Terra, che  anche il centro delluniverso, sono disposte in modo concentrico le sfere degli elementi dal pi pesante al pi leggero (terra, acqua, aria, fuoco), lacqua, esterna alla terra, la ricoprisse uniformemente. Lesperienza, invece, mostra che non  cos. La soluzione proposta  che lemersione dipenda dallattrazione esercitata dai cieli, e in particolare da quello delle stelle fisse. 
Il testo, pur contaminato con altri generi, ha laspetto prevalente di una quaestio universitaria: un maestro fissa in anticipo il tema della discussione, durante la quale poi risponde alle obiezioni dei partecipanti; in una seduta successiva riordina le tesi esposte nella disputa, le confuta e dimostra la propria, che assurge cos al rango di verit determinata; infine mette per iscritto le argomentazioni. A questa pratica scientifico-didattica rimanda anche il racconto della genesi del testo: a Mantova Dante si era trovato a partecipare a un dibattito (non di ambito universitario) proprio sul tema delle terre emerse; siccome la disputa era rimasta aperta, priva cio della conclusione dottrinale da parte di un maestro, egli si era assunto il compito di determinarla e il 20 gennaio 1320, a Verona, nel tempietto di SantElena situato accanto al duomo, aveva pubblicamente esposto la sua tesi (che poi aveva messo per iscritto). 
Su questo testo, fin da quando fu fatto conoscere nel 1508 da una edizione a stampa curata a Venezia dallagostiniano Giovanni Benedetto Moncetti, ha gravato un forte sospetto, per non dire la quasi certezza, di falsificazione. In effetti, motivi per pensare al falso non mancano. Esso  tramandato unicamente da quelledizione, esemplata per di pi su un manoscritto ignoto. Prima di allora, con una sola eccezione, nessuno mostra di conoscerlo o anche solo di aver sentore della sua esistenza. Rispetto al genere quaestio, poi, questa di Dante presenta notevoli anomalie, a cominciare dal fatto che la soluzione del problema  stata data in una citt diversa da quella in cui la disputa si era tenuta (e quindi davanti a un pubblico che, salve poche presumibili eccezioni, non doveva avervi partecipato) per finire con linsistenza invadente con la quale Dante certifica il suo ruolo di autore, al punto da sottolineare perfino lautografia del testo. Da ultimo, ma in realt  uno dei motivi che pi rendono dubbiosi, la soluzione proposta non solo non tiene conto di ci che Dante aveva scritto negli ultimi versi dellInferno a proposito del grande sconvolgimento operato dalla caduta di Lucifero, ma sembra addirittura contraddirlo.  vero che egli ha spesso cambiato opinione anche su questioni scientifiche e dottrinali, ma si  sempre trattato di rettifiche e di capovolgimenti o interni a opere mai pubblicate o intercorsi tra la Commedia e gli inediti Convivio e De vulgari, e pertanto mai esposti al pubblico. Questo sarebbe lunico caso di una pubblica sconfessione o rettifica di s stesso, che, per di pi, riguarderebbe uno dei punti di maggiore visibilit di unopera data alla luce da poco tempo.
Eppure, dubbi e perplessit dovrebbero cadere di fronte a quella che viene unanimemente considerata la prova regina dellautenticit della Questio, e cio il fatto che Pietro Alighieri, commentando i versi della caduta di Lucifero, faccia riferimento proprio a una disputa sostenuta dal padre an terra esset altior aqua vel contra e riferisca alcuni argomenti che arieggiano passi della Questio. Pietro, a Verona, molto probabilmente era stato testimone oculare della conferenza tenuta dal padre, ecco perch la sua testimonianza  dirimente. Stando cos le cose, dovremmo ammettere o che Dante da Ravenna si fosse appositamente recato a Verona allinizio del 1320  il che appare francamente troppo oneroso da sostenere  o che a quella data non avesse ancora cambiato citt.
Ho usato il condizionale perch, in realt, la testimonianza di Pietro non ha lautorevolezza che le viene attribuita; anzi, potrebbe essere la prova che in quel gennaio 1320 Dante non aveva parlato nel tempietto veronese. Delle tre distinte redazioni in cui si articola il suo commento alla Commedia, infatti, pare proprio che solo la prima, databile tra il 1339 e il 1341, gli debba essere attribuita, mentre le altre due sarebbero, se non rifatte da altri, quanto meno da altri fortemente manipolate. Ebbene, il cenno alla Questio  presente solo nella terza, scritta intorno al 1360, e ci toglie a Pietro il titolo di testimone oculare. Non solo: il fatto che egli nulla dica nel commento sicuramente suo pu essere interpretato se non come una prova, certamente come un indizio assai forte contro la paternit dantesca. Perch Pietro tace? Se allinizio del 1320 la famiglia Alighieri era ancora a Verona, Pietro sarebbe stato presente allevento; se gi si era trasferita a Ravenna, Pietro, in ogni caso, non poteva essere alloscuro di quel viaggio del padre e del motivo per cui lo aveva compiuto. 
Un tiranno letterato
Dante lascia una grande corte, per di pi capitale politica del ghibellinismo italiano, per trasferirsi in un piccolo centro (Ravenna contava allora circa 7000 abitanti), per di pi governato da una famiglia notoriamente guelfa. Questa volta, sulla sua decisione la politica non ha influito. Ghibellino, in senso partitico, Dante non  mai stato; filoimperiale e avverso alla pars Ecclesiae, come si diceva, cio allo schieramento guelfo-angioino, lo  anche in questi anni. La politica attiva, per, non sembra pi appassionarlo: sia gli scontri, armati e diplomatici, tra il papa, gli Scaligeri e i Visconti, sia la contesa tra i pretendenti germanici al titolo imperiale non lasciano tracce sugli ultimi canti della Commedia. Adesso la sua riflessione si incentra sul grande tema, culturale prima ancora che politico, della riforma della Chiesa come necessaria premessa alla restaurazione dellordine imperiale. Che il suo ospite e protettore fosse guelfo o ghibellino dal punto di vista ideologico non doveva importargli pi di tanto. Ma doveva importargli, eccome, che un ospite protettore di fede guelfa quale era Guido Novello da Polenta gli desse ampie assicurazioni riguardo allincolumit sua e dei suoi figli. Nel pieno dello scontro tra il papa e le signorie ghibelline, un uomo politicamente compromesso come lui non poteva certo trasferirsi nella Romagna dei vicari angioini senza preventive rassicurazioni. Una volta che le ebbe ottenute, a deciderlo saranno state considerazioni quali la possibilit di una sistemazione migliore per s e per la famiglia, lopportunit di potersi dedicare senza troppe distrazioni al lavoro, che ormai lo assorbiva, intorno al Paradiso, i vantaggi di poter accedere a libri che gli erano indispensabili per quel lavoro. Probabilmente Ravenna gli offriva tutto ci. 
Dante non aveva avuto rapporti personali con Guido Novello da Polenta, ma occasioni di venire in contatto con altri Polentani non dovevano essergli mancate. Ha soggiornato pi volte e a lungo in Romagna e nel Casentino, e le famiglie nobili di quelle regioni erano collegate tra loro da vincoli di interesse e, spesso, di parentela, che prescindevano dalle peraltro instabili collocazioni politiche. E un qualche viaggio a Ravenna o in citt limitrofe  pure da mettere nel conto. 
Guido Novello, di cui Francesca era zia, era salito alla guida della famiglia e della citt di Ravenna troppo tardi perch Dante avesse potuto avere rapporti con lui. Solo nel giugno 1316 era stato nominato podest, carica grazie alla quale esercitava il suo dominio signorile sulla citt.  pi probabile che sia stato lui a essere incuriosito da quel poeta diventato famoso con la pubblicazione delle prime due cantiche, piuttosto che il contrario. Guido Novello era diverso dal tipo di tiranni che emergevano in quel periodo nellItalia settentrionale: era un poeta e un amante della letteratura. A differenza di Moroello Malaspina (e di tanti altri), che mostrava di apprezzare la poesia in volgare ma ricorreva alla penna di Dante per rispondere in rima ai sonetti che gli inviava Cino da Pistoia, egli scriveva versi in proprio e anche di un certo livello. Le sue rime attendono ancora di essere compiutamente esplorate: sicuramente sue sono sei ballate che mostrano la conoscenza della poesia stilnovista di Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia e dello stesso Dante. Nella sua cerchia, dunque, si respirava unaltra aria rispetto a quella che aleggiava intorno a Cangrande della Scala. 
Nel corso della vita Dante ha conosciuto ambienti sociali e culturali assai diversi tra loro. Formatosi nel mondo comunale dei Bono Giamboni, dei Brunetto Latini, dei poeti amorosi alla Guido Cavalcanti, cresciuto cio in una societ, dominata dagli affari, alla quale gli intellettuali cercavano di fornire strumenti culturali che la ingentilissero, aveva poi frequentato luniverso in via di disgregazione delle corti feudali, dove i valori cortesi erano ormai residui del passato e dove un basso livello di acculturazione impediva la nascita di nuove prospettive. Nella Bologna universitaria aveva sperimentato lostilit degli ambienti accademici nei confronti delle istanze di rinnovamento della nuova cultura volgare, a cui lui credeva fortemente; presso i tiranni settentrionali, assorbiti dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza, aveva conosciuto la loro estraneit ai temi filosofico-letterari. E daltra parte, lui stesso, proprio perch puntava ostinatamente sul versante volgare, si era mostrato indifferente ai germi di rinnovamento preumanistico che pure stavano spuntando nelle citt venete che lospitavano. Non aveva capito, o si rifiutava di capire, che il nuovo stava avanzando proprio sulle ali del latino. Adesso, nei suoi ultimi anni di vita, viene a trovarsi in una condizione che assomiglia (molto alla lontana, beninteso) a quella nella quale, alcuni decenni dopo, si trover Petrarca, ospite delle corti signorili dei Visconti di Milano e dei Carraresi di Padova. Guido Novello non  un signore nel senso pieno della parola (gi diverso  il caso dei Visconti e degli Scaligeri, che attraverso il vicariato imperiale hanno legittimato una sorta di potere dinastico), e quindi intorno a lui non c una corte strutturata, con ruoli definiti e pluralit di mansioni. La sua  una sorta di famiglia feudale che, a differenza di quelle insediate nei castelli, esercita la propria giurisdizione (priva comunque di vera legittimazione giuridica) sul contesto urbano e sul territorio circostante. I vincoli di fedelt di stampo feudale si mescolano ambiguamente ai rapporti di dipendenza retribuiti.  per una famiglia nella quale, per impulso del capo, i meriti culturali e artistici sembrano essere riconosciuti pi di quanto accada presso altre istituzioni analoghe. Da questo punto di vista anticipa in piccola misura ci che succeder nelle corti vere e proprie, che considereranno la presenza di letterati e intellettuali un valore di per s (e perci anche un motivo di investimento economico). Possiamo supporre che il legame tra Dante e il Polentano sia stato una sorta di via di mezzo fra il tradizionale servizio del fedele o del cliente e la libera prestazione intellettuale. E allora pu essere significativo che nel Paradiso  parecchi canti del quale erano ancora da scrivere al momento dellarrivo a Ravenna  Dante non nomini mai Guido Novello o la sua casata. Significativo del fatto che il rapporto con quel signore si collocava a un livello che poteva prescindere sia dagli smaccati encomi cortigiani profusi per Cangrande, sia dalle pi eleganti attestazioni di riconoscenza rilasciate ai Malaspina. C da prestar fede a Boccaccio quando scrive che Guido Novello da Polenta ne liberali studii ammaestrato, sommamente i valorosi uomini onorava.
Limportanza di ospitare un poeta
Boccaccio aggiunge che fu il signore di Ravenna a invitare Dante, avendo egli lungo tempo avante per fama conosciuto il suo valore. Lascia perplessi lidea che sia stato lui a fare la prima mossa: si configurerebbe in tal modo un gesto di mecenatismo quasi prerinascimentale, troppo in anticipo rispetto alla mentalit di tiranni primotrecenteschi, per quanto illuminati. Forse le cose sono andate diversamente.
La decisione di concedere a Dante, attraverso il figlio Pietro, il godimento dei benefici delle chiese di Santa Maria in Zenzanigola e di San Simone al Muro non era dipesa solo dai Polentani e dai loro pi stretti congiunti. Le titolari dei diritti erano, come si  detto, le cugine Caterina e Idana Malvicini di Bagnacavallo, alle quali erano pervenuti per via ereditaria in assenza di eredi maschi nella famiglia comitale di Bagnacavallo. Nel Purgatorio, deplorando la condizione della Romagna, dove i cuor son fatti s malvagi,187 Guido del Duca aveva esclamato: Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia188 (non genera figli maschi). Se non fosse che quei versi risalivano a parecchi anni prima, verrebbe fatto di dire che Dante aveva davvero ottimi motivi per apprezzare lestinzione dei maschi della domus Malvicini. Caterina aveva sposato intorno al 1309-1310 Guido Novello; Idana era la seconda moglie di Aghinolfo di Romena, lantico capitano dei fuorusciti bianchi e ghibellini. Le cugine non possono aver agito senza laccordo dei loro mariti; di pi, sar stato laccordo tra il Polenta e il Guidi a determinare il loro gesto di generosit. La cessione del rettorato richiedeva di essere approvata dalla curia arcivescovile di Ravenna: ebbene, uomo di fiducia del vescovo Rinaldo da Concorezzo  che risiedeva stabilmente ad Argenta e molto di rado metteva piede in citt  e vero reggitore della chiesa ravennate era larcidiacono Rinaldo da Polenta, fratello di Guido. La curia, dunque, non aveva certo frapposto ostacoli. Quellatto di munificenza a favore di un antico cliente o fedele dei Romena divenuto poeta e filosofo rinomato sembrava proprio fatto apposta per conciliare il senso feudale dellonore dei conti Guidi con laspirazione al lustro culturale di Guido da Polenta. Dobbiamo dunque ipotizzare che Dante, non sappiamo per quali vie, abbia riallacciato i rapporti con i vecchi protettori e che questi si siano adoperati, contribuendo anche materialmente, affinch il signore di Ravenna concedesse una ospitalit arricchita da un supporto economico. Per entrambi era un investimento nel quale le ragioni della cortesia si sposavano con la previsione che il nome familiare ne avrebbe ricevuto vantaggio.
Certo, Aghinolfo, con il quale Dante avr avuto qualche frequentazione durante gli anni di Enrico settimo, deve essere passato sopra agli insulti che quel protetto gli aveva rivolto nel poema. I versi con i quali maestro Adamo gli rinfacciava la falsificazione del fiorino e lo tacciava, insieme ai fratelli Guido e Alessandro, di anima trista,189 se non gi da prima, gli erano sicuramente noti almeno dal 1314 o 1315. Da allora erano passati solo pochi anni, ma nella vita di Aghinolfo erano cambiate molte cose. Il vecchio combattente ghibellino, schierato al fianco dellimperatore sia negli scontri romani sia nellassedio di Firenze e poi aggregatosi allesercito di Uguccione della Faggiola (a un figlio del quale aveva dato in sposa una figlia propria), alla fine aveva dovuto cedere ai colpi di una realt politica che in Toscana aveva liquidato le fortune ghibelline. Prima era stato costretto a vendere i castelli e i possedimenti del Valdarno superiore, poi, fatto prigioniero, aveva accettato, nel 1318, di allearsi con Firenze in cambio dellassoluzione dai bandi da cui era stato colpito. E a Firenze si manterr fedele fino alla morte, avvenuta in tarda et nel 1338. A partire dagli anni che precedono di poco larrivo di Dante a Ravenna non era pi n un politico impegnato nellagone n un combattente in armi, ma solo un signore di feudi, ridimensionato nel suo potere, che viveva nei suoi possedimenti casentinesi, per di pi sotto la costante minaccia dei parenti vicini. Anche per lui Dante Alighieri era diventato una risorsa.
Unesistenza tranquilla
In nessun altro dei suoi luoghi desilio Dante ha goduto della serenit e della tranquillit conosciute a Ravenna. Qui aveva risolto il problema economico, che da sempre lo assillava. Il rettorato delle due chiese fu conferito al primogenito Pietro  che pure non era avviato alla carriera ecclesiastica  anche perch sarebbe stato impossibile concedere benefici ecclesiastici al padre, notoriamente schierato contro il partito della Chiesa, ma  evidente che i proventi della rettoria andavano a sostentare lintera famiglia. Si pu anche ipotizzare che pure la sistemazione della figlia Antonia presso il monastero di Santo Stefano sia stato uno dei gesti di mecenatismo di Guido Novello o di qualche altro protettore ravennate. 
 sicuro, invece, che Dante visse a Ravenna circondato dai figli. Siccome tra loro vi era anche Antonia (la quale in quanto femmina non era soggetta al bando che colpiva i maschi),  probabile che a riunirsi sia stata tutta la famiglia, Gemma compresa (ma non  neppure da escludere che il ricongiungimento familiare fosse avvenuto gi nellultimo periodo del soggiorno in Toscana o, subito dopo, a Verona). A ricomporre la famiglia pu avere aiutato il fatto che a Dante era stata data la disponibilit di una casa.
Oltre che dagli affetti familiari, Dante fu circondato dal calore di un consistente gruppo di amici e di ammiratori. Erano tutti cultori delle lettere e guardavano a lui come a un maestro. Scrive Boccaccio che a Ravenna Dante fece pi scolari in poesia e massimamente nella volgare e che quivi a molti dimostr la ragione del dire in rima. Ne  nata la questione se impartisse pubbliche lezioni di retorica, soprattutto volgare. Pi che a una scuola istituzionale pagata dal Comune  ma c chi ha addirittura ipotizzato che egli fosse lettore di retorica volgare allo Studio , si  pensato a una scuola privata sovvenzionata dagli stessi allievi. Ma di tutto ci non abbiamo alcuna prova.  un fatto, per, che intorno a lui si raccolgono numerosi giovani, quasi tutti medici e notai: alcuni sono nominati, sotto travestimento bucolico, nelle egloghe scambiate con Giovanni del Virgilio.
Abbiamo gi incontrato il nome del notaio fiorentino Dino Perini, informatore di Boccaccio (a proposito del ritrovamento del quadernetto con i primi sette canti dellInferno) e, secondo che esso diceva, stato quanto pi esser si potesse famigliare e amico di Dante. Il Perini non millantava, a giudicare dal ruolo di confidente-collaboratore che, sotto il nome di Melibeus, Dante gli attribuisce nelle egloghe, dalle quali, per, emerge anche che egli non era particolarmente esperto n di poesia latina n, pi in generale, di letteratura. Non molto diverso il profilo intellettuale di un altro notaio, il ravennate Pietro Giardini, lui pure informatore di Boccaccio: sar stato sicuramente uno de pi intimi amici e servidori che Dante avesse in Ravenna, ma di lui non sono attestati n un particolare interesse per la poesia n, tanto meno, una sua pratica. Ben diverso spessore hanno altri due personaggi che sappiamo essere stati in relazione con Dante. Uno di essi, il ravennate Menghino Mezzani,  anchegli notaio; lumanista Coluccio Salutati, in una lettera scritta allo scadere del Trecento a un cancelliere dei Polentani, afferma che  stato familiaris et socius Dantis nostri e che ha pure scritto intorno alla Commedia. E in effetti Mezzani, che si dilettava di comporre versi in latino e, soprattutto, in volgare e che aveva avuto relazioni sia con Boccaccio sia con Petrarca, ha lasciato alcuni testi poetici di argomento dantesco (due epitomi in terza rima dellInferno e del Purgatorio), mentre si discute se abbia anche commentato il poema. Laltro personaggio, che nelle egloghe compare con il nome di Alfesibeo,  il medico e filosofo bolognese Fiduccio dei Milotti. Coetaneo di Dante,  persona molto ragguardevole:  legato a Ravenna (ma anche ad altre citt romagnole come Forl e Imola) da interessi di lavoro e dallessere suocero di Giovanni da Polenta, fratello di Guido Novello. Le egloghe attestano che Dante lo considerava un amico assai intimo e un consigliere di cui teneva conto. Non risulta che coltivasse la letteratura, ma i suoi interessi scientifici e filosofici (probabilmente era collegato agli ambienti universitari) emergono dalla ricca biblioteca (suddivisa tra le citt che era solito frequentare) lasciata in eredit. Non sono documentati rapporti tra Dante e un altro medico, di Ravenna e cultore di poesia, di nome Guido Vacchetta, che sappiamo in relazione amichevole con Pietro Giardini e la sua famiglia. Tuttavia, siccome di lui conosciamo un piccolo scambio di testi poetici in latino con Giovanni del Virgilio,  pi che probabile che abbia avuto una qualche frequentazione con Dante.
Il quadro appena tracciato mostra che intorno a Dante gravitava, pi o meno stabilmente, un gruppo di persone dagli spiccati interessi intellettuali e, in molti casi, letterari. Alcuni di loro continueranno a tenersi in contatto anche dopo la morte di Dante e nel suo nome. Il rimatore trecentesco Antonio Beccari, detto Maestro Antonio da Ferrara, autore di una nutrita corrispondenza in versi con Menghino Mezzani, in un sonetto inviato proprio a questultimo invoca la musa Calliope affinch aiuti un nobile sodalizio di poeti in volgare a seguire senza difetto e senza fatica le orme del padre Dante: a z che questo nobil sodalizio, / in volgar poes, senza fatica, / seguisca l padre Dante, senza vizio. Non possiamo pensare che Beccari alluda a una accademia o a qualcosa di simile, ma i suoi versi, comunque, suggeriscono che almeno alcune delle persone che si erano strette intorno a Dante nei suoi ultimi anni di vita avevano continuato a onorarne la memoria proprio coltivando una poesia in volgare che a lui si ispirava.
A Ravenna, dunque, Dante ha avuto intorno a s una piccola ma significativa cerchia di ammiratori e di sodali. Eppure, in nessun altro periodo della sua vita come in quello ravennate d la sensazione di essere un uomo solo e sostanzialmente incompreso.
Un invito e una sfida
Nel corso del 1319 il grammatico e poeta latino Giovanni di Antonio detto del Virgilio fa visita a Dante a Ravenna. Autore di trattati grammaticali, di unArs dictaminis e di un commento scolastico alle Metamorfosi di Ovidio, nonch di corrispondenze in versi latini, Giovanni era lettore presso lo Studio bolognese. Non era un magister, dunque, ma un semplice insegnante (e per di pi, a quanto pare, anche male stipendiato), tuttavia era collegato con gli esponenti, soprattutto padovani, del nascente umanesimo, e fornito di una cultura retorica e letteraria non comune. A Bologna doveva godere di un certo prestigio, e non solo l, se riuscir a carteggiare in versi con Albertino Mussato. Di Dante era un sincero ammiratore.  probabile che a Bologna condividesse con altri questa ammirazione; in ogni caso proveniva da quegli ambienti universitari ai quali Dante aveva sempre guardato con interesse e dai quali non era stato contraccambiato. Non sappiamo perch si trovasse a Ravenna (sappiamo che si muoveva tra Bologna e la Romagna: sar insegnante a Cesena per circa un biennio tra il 1324 e il 1325), forse era in cerca di un impiego.
Per via indiretta, possiamo arguire qualcosa di ci che Giovanni e Dante probabilmente si sono detti. Avranno parlato della letteratura in volgare e del suo rapporto con quella in latino. Dante avr cercato di convincere linterlocutore della dignit del volgare e dellopportunit di usarlo anche nella produzione letteraria. Per vincere le sue resistenze deve perfino avergli letto (o dato in lettura) il De vulgari eloquentia, fino ad allora, a quanto sappiamo, tenuto rigorosamente nel cassetto. Giovanni del Virgilio, tuttavia, non sembra aver cambiato opinione sullindegnit di quella lingua.
Dante gli aveva promesso di inviargli dei versi. Ma siccome tardava a onorare la promessa, Giovanni, ritornato a Bologna, verso la fine del 1319 gli spedisce un proprio carme, unepistola oraziana con la quale lo esorta a smettere di rivolgersi al volgo gettando perle ai cinghiali (Nec margaritas profliga prodigus apris190), ad abbandonare una lingua volgare (carmine  laico191) presa dal mercato (sermone forensi192) e a comporre finalmente canti in latino degni di un pubblico colto. In particolare, gli suggerisce di scrivere un poema epico di argomento moderno: con una simile opera Dante avrebbe potuto ottenere la corona poetica (risaliva a pochi anni prima, al dicembre 1315, lincoronazione a Padova di Albertino Mussato). Se Dante accetter di trasferirsi a Bologna, sar lui stesso a introdurlo negli ambienti universitari. 
Giovanni del Virgilio, dicevo,  un ammiratore di Dante, e ci rende ancor pi significative le sue affermazioni. Egli d voce a quello che i magistri dello Studio pensano del poema dantesco, da loro rifiutato soprattutto perch scritto in volgare: il dotto disprezza gli idiomi volgari (clerus vulgaria tempnit193).
Bench dettato dalle migliori intenzioni, un invito siffatto, rivolto a un poeta che sul volgare aveva sempre puntato e che a quella data non aveva scritto o quanto meno reso pubblico alcun suo verso in latino, era oggettivamente una provocazione. Dante accetta limplicita sfida e risponde al carme oraziano con unegloga virgiliana. Sembra aver ragionato grosso modo cos: se la sfida consisteva nel dimostrare di saper essere grande poeta anche in latino, ebbene, siccome il suo poema in volgare gi si era vittoriosamente misurato con il Virgilio epico, lui lavrebbe vinta riesumando un altro genere virgiliano, quelle bucoliche con le quali da secoli nessuno pi osava cimentarsi. Cera anche una sottile ritorsione nei confronti dellinterlocutore: questi, che pure si autonominava Virgilianus, gli aveva scritto unepistola oraziana; rispondendo con unegloga lui avrebbe mostrato chi, in realt, era degno di quellappellativo.
Nella risposta Dante, che si autonomina Titiro (pastore della prima egloga di Virgilio) e chiama Mopso (altro nome bucolico virgiliano) linterlocutore, non accenna minimamente alle censure mossegli sulluso del volgare. Non spende una sola parola per controbattere laccusa di aver usato parole da commedia, parole da evitare, sia perch risuonano logore su labbra delle donnette, sia perch le sorelle Castalie [le Muse] si vergognano di accettarle.194 Eppure, quale migliore occasione avrebbe potuto avere per difendere e argomentare le ragioni di quella scelta tanto scandalosa? Ai tempi del Convivio e del De vulgari avrebbe lasciato passare senza reagire un attacco frontale, per quanto ossequioso, da parte di un universitario? 
Il fatto  che della Commedia Dante non parla mai, nemmeno per difenderla. Mentre le altre sue opere quasi sempre generano riflessioni di poetica, di storia letteraria, di linguistica, insomma, sono accompagnate e giustificate da un lavoro di tipo storico e teorico, la Commedia non produce un pensiero critico che linquadri. Eppure in essa Dante non smette di parlare della passata produzione poetica sua, dei suoi amici e dei suoi antagonisti; pi volte parla di s come scrivente: della difficolt della materia, dellinadeguatezza del suo dire e della vera e propria impossibilit di riferire compiutamente la sua visione. E spesso lascia cadere dalla penna termini tecnici relativi allarte dello scrivere in generale e a particolari situazioni nelle quali viene a trovarsi la sua scrittura in atto. Ma tutto ci non si compone in una organica riflessione su cosa sia quel testo cos originale che sta componendo. Dante sa che per un poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra195 ogni riferimento a una poetica o a una retorica  aleatorio, che non esiste un genere che lo contenga per intero. La novit  tale che forse nessuno la pu davvero capire. 
Ma egli, consapevole del valore di ci che sta facendo,  anche convinto che la forza della sua poesia si imporr da sola. Non ribatte alle critiche di Giovanni del Virgilio, in compenso afferma con orgoglio che lui otterr lalloro poetico proprio con la disprezzata Commedia: ultimato e pubblicato il Paradiso, si cinger il capo di edera e alloro, con buona pace di Mopso. 
Titiro-Dante rifiuta linvito del suo interlocutore a dedicarsi allepica latina, ma cortesia vuole che egli ricambi il gesto amichevole. Perci decide di inviargli in dono dieci vasetti di latte munto dalla pecora a lui pi cara (ovis gratissima). Gli esegeti antichi, che si attenevano strettamente al codice bucolico fissato dalla prassi scolastica, scorgevano in questi versi unallusione a dieci egloghe che Dante avrebbe deciso di scrivere in numero pari alle Bucoliche virgiliane. Il contesto, invece, suggerisce che Dante si riferisca a dieci canti del Paradiso, a quellepoca non ancora pubblicato. Del resto, di quellovis gratissima Titiro dice cose straordinariamente aderenti alla fisionomia della Commedia: separata da ogni gregge, non avvezza ad alcun recinto, mai costretta a forza usa venire liberamente a chiedere la mungitura.196 Nessun gregge, nessuna tradizione, laccoglie tra le sue file e nessun recinto, nessuno steccato di genere, ne limita la libert. 
Nei primi mesi del 1320, dunque, il Paradiso era ancora inedito. La cosa risulta anche a Boccaccio, secondo il quale, Dante n tanto si pot avacciare, che prima nol sopragiugnesse la morte che egli tutta publicare la [Commedia] potesse. Inedito, ma, forse, non sconosciuto agli amici di Ravenna e allo stesso Guido Novello. Del fatto che essi poi fossero realmente in grado di cogliere la portata rivoluzionaria del poema c da dubitare. Erano medici e notai, culturalmente meno avvertiti di un retore come Giovanni del Virgilio, le cui critiche, si badi, non nascevano da conservatorismo culturale. Al contrario, nascevano dal seno di quella cultura neoumanistica che sarebbe stata vincente nellimmediato futuro. Ci che appariva scandalosamente popolareggiante e, per cos dire, preartistico alla vecchia cultura dei legisti e dei medici-filosofi degli Studi risultava attardato e anacronistico agli esponenti del nascente classicismo latino.
Il congedo dalla storia.
A Ravenna Dante non ha un Guido Cavalcanti o un Cino da Pistoia con i quali dialogare e confrontarsi. Ha degli amici, forse perfino dei discepoli, non un contesto culturale che egli possa sentire suo. E non ha pi neppure figure politiche nelle quali riporre la speranza di poter cambiare la sua vita e lassetto della societ. Gli resta solo la fede ostinata nella propria missione, il convincimento che lui, da solo, alla fine avrebbe trionfato, che il suo poema avrebbe rovesciato uno stato di cose apparentemente immutabile. Nel Paradiso, a partire dai primi canti scritti a Ravenna, tutto ci  leggibile con chiarezza.
I canti 21 e 22 sono gli unici nei quali compaiano personaggi (san Pier Damiani e san Romualdo) che a Ravenna hanno avuto i natali e che lhanno resa illustre. Pier Damiani, dopo aver ricordato leremo camaldolese di Fonte Avellana, accenna al suo soggiorno, sotto il nome di Pietro Peccatore, nel monastero di Santa Maria in Porto, sul lido vicino alla citt (In quel loco [Fonte Avellana] fu io Pietro Damiano, / e Pietro Peccator fu ne la casa / di Nostra Donna in sul lito adriano197). Probabilmente Dante attinge a una leggenda locale che identificava Pier Damiani con un Pietro Peccatore presunto fondatore della chiesa in Portu; come che sia, resta limpressione che egli abbia voluto rendere omaggio alla citt di cui era diventato da poco ospite. Nel localizzare leremo alle pendici del Catria, monte dellAppennino visibile in lontananza da Ravenna, Pier Damiani trova il modo di compiacere il suo interlocutore ricordandone la patria: Tra due liti dItalia surgon sassi, / e non molto distanti a la tua patria  e fanno un gibbo che si chiama Catria, / di sotto al quale  consacrato un ermo.198 Quel cenno a Firenze, incongruo e privo di ogni funzionalit, svela quanto sia forte la nostalgia di Dante.
I canti di Pier Damiani e Romualdo (o meglio di san Benedetto, al quale si deve la menzione di questultimo) segnano una sorta di confine: lattualit non lo valica o, per lo meno, non in modo perspicuo. Dopo aver udito la dura requisitoria di san Benedetto contro la corruzione dellordine da lui fondato, Dante sale al cielo delle stelle fisse e, su invito di Beatrice, si volge a rimirare in gi il cammino percorso. Scendendo con lo sguardo di cielo in cielo scorge al fondo laiuola che ci fa tanto feroci.199  lultimo sguardo alla Terra, una sorta di definitivo congedo. E in effetti da questo momento le questioni teologiche e gli aspetti mistici della visione prevalgono nettamente sui riferimenti allattualit storica. Rinuncia allattualit, tuttavia, non significa rinuncia alla storia: al contrario, la componente profetica si intensifica. Ma, al contempo, si specializza: Chiesa e impero, i due soli, diventano gli unici bersagli delle rampogne e gli unici destinatari delle profezie.  significativo che lultimo personaggio storico del poema sia limperatore Enrico settimo, di cui, nellEmpireo, Dante vede il seggio destinato ad accoglierlo. La gloria celeste dellalto Arrigo rende ancora pi amara la consapevolezza del suo fallimento terreno: a drizzare Italia / verr in prima chella sia disposta.200 Saranno  erano stati, dal punto di vista dello scrivente  la cupidigia degli italiani e i maneggi di un papa, Clemente quinto, che palese e coverto / non ander con lui per un cammino,201 a far naufragare quel progetto che sarebbe stato salvifico non solo per lItalia ma per lintera cristianit. E Dio punir papa Clemente facendolo morire poco tempo dopo Enrico e dannandolo tra i simoniaci: l, conficcato nel foro  con palese riferimento a quanto raccontato nel canto infernale , far quel dAlagna [Bonifacio ottavo] intrar pi giuso.202 La parte finale della Commedia risente del grande trauma che per Dante  stato quel fallimento. Con Enrico, infatti,  crollato il pilastro che reggeva la sua visione politica (e le connesse aspettative personali). Le profezie acquistano in sicurezza e perentoriet di tono, ma i loro contenuti si fanno sempre pi vaghi e indeterminati. Dante non dubita che la giustizia divina interverr, e che interverr presto, ma non  pi in grado di indicare quale strumento terreno essa sceglier: non parla pi di Veltro e tanto meno di un personaggio storico reale quale il messo di Dio. Pier Damiani, cardinale, dopo aver stigmatizzato il lusso dei moderni pastori, preannuncia, s, una prossima vendetta divina, tanto vicina che Dante potr vederla prima di morire (la vendetta / che tu vedrai innanzi che tu muoi203), senza per specificarne i modi e gli strumenti. Simile in questo a quanto aveva fatto Cacciaguida, il quale, nel preconizzare la sicura vendetta divina nei confronti dei fiorentini che calunnieranno Dante (ma la vendetta / fia testimonio al ver che la dispensa204), si era astenuto dal collocarla nel tempo e nello spazio. Beatrice si mostra certa che entro breve tempo lumana famiglia, corrotta perch in terra non  chi governi, cambier radicalmente il suo modo di vivere, e che vero frutto verr dopo l fiore;205 ma ci accadr senza intermediari umani, per effetto di benefici e indeterminati influssi celesti.  lo stesso stile profetico di san Pietro, il quale si limita a preannunciare che tosto lalta provedenza  soccorr.206 Insomma, a fallire  stata la politica umana. Il dileguarsi di una praticabile prospettiva dazione si traduce, dunque, in una volontaristica affermazione di fede. 
La grande delusione provoca anche sdegno e risentimento nei confronti degli artefici di quella sconfitta. Proprio nellEmpireo Dante si sfoga con le parole pi dure ed esacerbate che abbia mai pronunciato.  il primo papa a denunciare che Bonifacio ottavo usurpa in terra il luogo suo e che fatt ha del cimitero suo cloaca / del sangue e de la puzza.207 Bonifacio  il nemico personale di Dante, e perci  onnipresente nel poema, ma siccome il punto dolente a questa altezza cronologica  il fallimento di Enrico, ecco che Pietro non si esime dal vaticinare lavvento di Caorsini e Guaschi che sapparecchian di bere il sangue dei martiri.208 Si ricordi che di Cahors  Giovanni ventiduesimo, papa regnante mentre Dante sta scrivendo, e che guascone era Clemente quinto.
Il fallimento della politica si ripercuote sulle prospettive personali. Lesilio ormai comincia ad apparire come una condizione irreversibile, in ogni caso come una condizione che non potr essere modificata da nessun altro che da Dante stesso. Anche il riscatto personale, dunque, si colora di utopia.
Il motivo dellesilio, compresso in tutto il Purgatorio, si fa centrale nellincontro con lavo Cacciaguida nel Paradiso. Qui il discorso si distende con unampiezza e una ricchezza di argomenti che le precedenti anticipazioni non conoscevano. Parlando al futuro, Cacciaguida ripercorre la lunga strada che dalla Firenze del 1302 ha portato Dante a Verona dopo la morte di Enrico settimo. Ma non si limita a predire gli eventi, ne svela anche il senso. E il senso dellingiustizia patita  racchiuso nella missione profetica di cui egli  rinnovando linvestitura fatta da Beatrice nei canti finali del Purgatorio e anticipando quanto dir san Pietro dieci canti dopo  incarica Dante: tutta tua vison fa manifesta; / e lascia pur grattar dov la rogna.209 Il mandato di Cacciaguida  simile a quello di Beatrice, ma ha unintonazione diversa: pi che una conferma, appare una nuova investitura, pi difficile e gravosa della precedente. Negli ultimi canti del Purgatorio la missione profetica si connetteva ancora allidea, incarnata dalla venuta del messo di Dio, di un possibile e imminente cambiamento politico: in essa era insita la speranza di poter incidere effettivamente sul mondo che mal vive.210 Le parole di Cacciaguida presentano il profetismo di Dante non come annuncio di palingenesi e di rinnovamento, ma come arduo dovere morale, come necessit etica di testimoniare il vero. Dante sar un profeta solo e inerme, non potr contare su messi divini che inverino le sue parole: dovr, s, percuotere come vento le pi alte cime,211 ma a suo rischio, confidando sul fatto che, nonostante tutto, la sua voce  molesta possa rivelarsi vital nodrimento.212 Non a caso, dunque, Cacciaguida gli prospetta solo un risarcimento di tipo privato: e ci non fa donor poco argomento.213
E tuttavia Cacciaguida addita pure una prospettiva di riscatto, lascia perfino trapelare unaspettativa di vittoria. Al sentimento privato dellonorabilit si assoceranno la pubblica fama e la gloria presso i posteri: la Commedia proietter Dante in un futuro rispetto al quale ben poca cosa saranno le persecuzioni subite da parte dei concittadini. 
La nostalgia del bello ovile
Verso la fine del Paradiso Dante esprimer la speranza, ma  quasi una certezza, che una pubblica incoronazione a Firenze riconoscer il suo valore di vate in volgare. Sar il poema a mitigare i cuori crudeli dei fiorentini che lo tengono fuori del bello ovile in cui  nato:
 Se mai continga che l poema sacro
 al quale ha posto mano e cielo e terra,
 s che mha fatto per molti anni macro,
 vinca la crudelt che fuor mi serra
 del bello ovile ov io dormi agnello,
 nimico ai lupi che li danno guerra;
 con altra voce omai, con altro vello
 ritorner poeta, e in sul fonte
 del mio battesmo prender l cappello.214
Ritorna quel motivo dellofferta che, nellepistola allAmico Fiorentino, era sentita come vergognosa e infamante. Nel suo San Giovanni egli sar incoronato poeta, ma con una corona del tutto particolare: nel Battistero nel quale, rompendo il battezzatoio, aveva manifestato il suo carisma profetico, come prova suprema della sua innocenza indosser con orgoglio proprio quel cappello che gli sbanditi perdonati erano costretti a portare in modo umiliante. Dante sembra fare sue le parole di Cacciaguida; di pi,  come se laugurio e le premonizioni dellavo adesso per lui fossero certezze. C per un particolare non secondario: il ritorno a Firenze, se mai ci sar, avverr solamente per i meriti suoi, di Dante; a restituirlo al suo ovile sar solo il poema, non lazione di un papa, di un imperatore o di un signore potente. 
Lovile ha come centro simbolico il Battistero. Nellimmaginario dantesco la rappresentazione di Firenze fa perno su quella chiesa. Nelle sue aspirazioni San Giovanni  il luogo della rigenerazione: personale, della citt e della Chiesa stessa. La Commedia  il testo profetico che potr rovesciare il corso depravato della storia e riportare Firenze (e con la citt la Chiesa, della cui decadenza morale Firenze detiene grande responsabilit) ai buoni costumi di una volta, quando il Battistero e la statua di Marte (i)n sul passo dArno215 segnavano i confini di una comunit (lovil di San Giovanni216) coesa e non ancora dilaniata dallavarizia. Non solo motivazioni affettive, dunque, legano Dante al ricordo del Battistero. O meglio, quelle motivazioni sono state da lui metabolizzate e trasformate in sostanza politica e ideologica. Eppure, che ancora verso la fine della vita non possa immaginare altro luogo nel quale celebrare la sua vittoria se non il fonte del suo battesmo sta a dimostrare quanto profonde siano le radici del suo attaccamento. 
Ma linsistenza su San Giovanni mostra anche altro, ossia come una persona esule da molti anni possa restare legata a miti e simboli che nel frattempo, per coloro che in citt hanno continuato a vivere, hanno perso di valore. Che San Giovanni fosse il tempio cittadino per antonomasia  stato vero a cominciare dal dodicesimo secolo, da quando cio la gestione di quella chiesa, bench vescovile, era stata presa in carico dallOpera di San Giovanni, vale a dire dallamministrazione cittadina. Ma a cavallo del Due e Trecento Santa Reparata, al termine di un lungo processo, aveva conquistato la supremazia sulla chiesa sorella. Il processo era culminato nella trasformazione, anche architettonica, del vecchio tempio nella grande chiesa di Santa Maria del Fiore (1296). Nel giro di pochi anni sarebbe stata la nuova cattedrale con il suo culto mariano a rappresentare Firenze, dal punto di vista sia religioso sia politico-civile.
Dante non nomina mai n Santa Reparata n Santa Maria del Fiore. Verso la fine della vita, in anni cio nei quali i mutamenti simbolici e funzionali del complesso battistero-cattedrale erano ormai consolidati, seguita a sognare il suo riscatto in quello che per lui  ancora il tempio cittadino. Forse non conosce quei cambiamenti, forse non li vuole accettare. C qualcosa di commovente in questa fedelt di uno sradicato a miti e a immagini che vivono ormai solo dentro di lui.
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FINE Parte 2.